PARLANO DI VIOLENZA, NASCONDONO IL CONFLITTO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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PARLANO DI VIOLENZA, NASCONDONO IL CONFLITTO da IL MANIFESTO


Parlano di violenza, nascondono il conflitto

Walter Massa  05/08/2026

Repressione Costruire un clima da guerra civile permanente significa trasformare ogni forma di dissenso in un problema di ordine pubblico

Sì è parlato nuovamente molto di violenza. Napoli, Bologna, la Valle di Susa solo per citare le ultime. Ma anche l’attualissima discussione sul decreto legislativo sul riconoscimento facciale. Vicende diverse, con storie, contesti e responsabilità differenti.

Sarebbe un errore cercare un’unica spiegazione o sovrapporre ciò che non è sovrapponibile. Ma sarebbe altrettanto sbagliato leggere questi come episodi isolati, senza interrogarsi sulla fase politica nella quale si collocano e sul modo in cui vengono raccontate e utilizzate nel dibattito pubblico. Un dibattito che è tossico e non da oggi.

Ed è questo il punto che rischia di sfuggirci. Ogni volta il confronto si riduce rapidamente a una contrapposizione ormai prevedibile: violenza o nonviolenza, ordine o disordine, repressione o tolleranza. È una discussione legittima e necessaria per carità, anche in questi schematismi stringenti e semplificatori. Ma se diventa l’unica chiave di lettura, finisce per produrre un effetto pericoloso: la cronaca prende il posto della politica e le ragioni dei conflitti scompaiono dietro la loro rappresentazione. Le cause lasciano spazio agli effetti. Si smette di discutere delle questioni per concentrare l’attenzione esclusivamente sullo scontro. È così che il conflitto sociale viene progressivamente trasformato in una questione di ordine pubblico. E qui, tesi, prese di posizione, distinguo invece si sprecano.

È dentro questa trasformazione che si collocano la responsabilità della politica e dell’informazione in un mix davvero dannoso a mio avviso. Non perché qualcuno possa pensare che episodi così diversi siano prodotti o diretti da una regia unica. Sarebbe una lettura molto semplicistica allo stato attuale. Ma perché esiste una precisa responsabilità nel modo in cui quei fatti vengono immediatamente ricondotti dentro una narrazione che individua nel dissenso un problema di sicurezza e nella repressione la principale, se non l’unica, risposta politica.

Colpisce, da questo punto di vista, un paradosso. Mai come oggi la destra ha concentrato nelle proprie mani tanto potere istituzionale. Eppure continua ad avere bisogno di costruire un clima da campagna elettorale permanente, fondato sull’individuazione di nuovi nemici e sull’alimentazione dello scontro identitario. Nessuna proposta, se non il diritto alla difesa da tutto ciò che può essere vissuto come altro. È il segno certamente di una difficoltà politica: quando si fatica a dare risposte convincenti alle grandi questioni sociali – di cui, notate, nessuno parla – diventa più semplice spostare il terreno del confronto sul conflitto permanente. E bisogna denunciarlo con più forza. Come dobbiamo denunciare che ciò che oggi si dichiara alternativo alla destra non può giocare sullo stesso terreno, dentro lo schema proposto. Ma ha la responsabilità di offrire un punto di vista alternativo e un terreno differente.

Il rischio è evidente. Non tanto, per il momento, quello di una guerra civile vera e propria (l’utilizzo dell’Ice negli Usa insegna) quanto quello di un sempre più progressivo deterioramento della nostra democrazia. Costruire un clima da guerra civile permanente significa trasformare ogni conflitto in una minaccia e ogni forma di dissenso come un problema di ordine pubblico. E significa delineare una società più fragile, più impaurita e, in definitiva, meno libera.

Per questo la risposta non può essere quella di rimuovere il conflitto, demonizzandolo tout-court. Una democrazia senza conflitti non esiste. La sfida è impedire che essi vengano trasformati in odio reciproco continuo e in una risorsa per chi sceglie di governare attraverso la paura. Servono più politica, più partecipazione, più spazio civico, più corpi intermedi, più luoghi nei quali le tensioni sociali possano trovare riconoscimento, rappresentanza e confronto.

Serve affrontare in modo nuovo e serio il tema di come – mentre aumentano le zone rosse, i divieti, i reati che criminalizzano tutte le forme di azione diretta – riuscire a coniugare alternanza, disobbedienza, conflitto con efficacia e consenso. Dipanare la nebbia significa ricominciare da qui. Ed è una riflessione che tocca tutte e tutti.

Restituire profondità al dibattito pubblico, distinguere le responsabilità, affrontare le cause dei conflitti e non limitarsi a gestirne gli effetti, utilizzando i palcoscenici mediatici o social per benedire o maledire ciò che accade.

Perché è nella qualità della nostra democrazia, e non nell’intensità della repressione, che si misura la capacità di un Paese di attraversare le proprie contraddizioni senza smarrire sé stesso.

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