NEL MEDITERRANEO EVENTI ESTREMI MA NON IMPREVISTI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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NEL MEDITERRANEO EVENTI ESTREMI MA NON IMPREVISTI da IL MANIFESTO

Nel Mediterraneo eventi estremi ma non imprevisti

Gli avvisi inascoltati degli scienziati. Dal 2008 il Mare Nostrum è visto come un «hotspot» del cambiamento climatico

Andrea Capocci  19/08/2022

Chi vive sulle coste del Mediterraneo oggi è unito non solo dal mare, ma anche dalle conseguenze della crisi climatica che lo affligge. Siccità, incendi e uragani non colpiscono solo le coste italiane. Anche in Corsica le tempeste di giovedì hanno provocato cinque vittime. «Gli alberi cadevano come fiammiferi», raccontano le testimonianze dall’isola. In Spagna, le fiamme assediano le cittadine a nord di Valencia causando feriti persino tra i passeggeri di un treno, fuggiti in preda al panico quando il fuoco è sembrato avvicinarsi troppo ai vagoni. Nel nord dell’Algeria 39 incendi in 14 province hanno provocato negli ultimi giorni la morte di almeno 38 persone.

Sulle rive del Mediterraneo sembrano scatenarsi le conseguenze estreme del cambiamento climatico troppo a lungo ignorato. La mappa rosso sangue che descrive la situazione climatica del Mare Nostrum ha occupato ieri la prima pagina del quotidiano francese Le Monde, mentre in Italia al massimo ci si commuove – si fa per dire – per gli ombrelloni volati via dal Twiga di Santanché e Briatore.

Eppure, non bisognava cercare lontano i segnali d’allarme, perché alcuni dei climatologi più esperti sul clima del Mediterraneo lavorano nelle nostre università. Già in un compendio redatto nel 2008 dagli italiani Filippo Giorgi e Piero Lionello si prevedeva «una frequenza molto maggiore di ondate di calore simili o persino peggiori di quella che si è verificata nell’estate del 2003», come puntualmente si è verificato. Oggi quello studio è un classico della letteratura scientifica sul clima del Mediterraneo, con oltre tremila citazioni nella letteratura scientifica. Ma nel radar della politica non è mai entrato.

Anche l’ultimo rapporto sul cambiamento climatico dell’Ipcc (2022), a cui ha lavorato lo stesso Lionello, definisce il Mediterraneo un “hotspot” del cambiamento climatico. «Sin dagli anni ‘80 – si legge nel rapporto – il riscaldamento atmosferico della regione ha superato quello globale. E si prevede che il tasso di riscaldamento annuale e estivo in futuro sia tra il 20% e il 50% più elevato della media globale». Lo stesso mar Mediterraneo si sta scaldando più velocemente della media, al ritmo di 0,3-0,4 gradi per ogni decennio.

Gianmaria Sannino, che dirige il Laboratorio di Modellistica Climatica dell’Enea, ne conferma la peculiarità. «Già nella prima classificazione dei climi, redatta da Wladimir Köppen del 1918, il nostro fu classificato come “clima mediterraneo” perché meritava una denominazione a sé», spiega. «Viviamo sostanzialmente in un mare chiuso, quasi un lago, che dunque si scalda più velocemente e da tempo sappiamo che gli effetti del mutamento climatico qui sarebbero stati amplificati». Gli eventi di questi giorni sono il risultato dello scontro tra masse d’aria. «L’anticiclone delle Azzorre tradizionalmente funge da cuscinetto tra l’aria fredda del nord Europa e quella calda e umida dell’anticiclone africano. Oggi non riesce più a penetrare sul Mediterraneo, così l’aria calda e quella fredda vengono a contatto dando vita ai fenomeni a cui stiamo assistendo».

Sono dinamiche ben conosciute che i modelli climatici avevano previsto con precisione. Anche se la relazione tra eventi meteorologici e mutamenti climatici va maneggiata con attenzione. «La climatologia non prevede il singolo acquazzone. Ma è in grado di stimare la frequenza con cui certi eventi estremi, come ondate di calore o uragani, possono verificarsi in un certo periodo. Su questo, proiezioni e osservazioni sono in ottimo accordo». Secondo Sannino, l’eccezionale riscaldamento del mar Mediterraneo avrà conseguenze sul breve periodo e darà vita a mini-uragani di maggiore intensità dopo l’estate. Ma sul lungo periodo l’impatto potrebbe essere sistemico. «Secondo gli scenari più pessimisti, che purtroppo si stanno rivelando azzeccati, di qui a fine secolo le temperature calde del Mediterraneo potrebbero arrestare la circolazione dell’acqua tra superficie e profondità. È una sorta di respirazione del mare, che alimenta tutto l’ecosistema. Se ciò avverrà, il Mediterraneo del futuro diventerà un mare morto».

Raoul Romano: «Piantiamo alberi? È solo uno slogan, basta emissioni»

INTERVISTA. «Piantare alberi è una foglia di fico, per coprire un mondo che vive di emissioni. Bisogna ridurle, anche sviluppando una filiera forestale», spiega l’economista forestale e ricercatore del Crea

Luca Martinelli  19/08/2022

«Se vogliamo rendere più sicuri i nostri boschi di fronte agli incendi, dobbiamo imparare a gestirli in modo responsabile, cioè pianificando gli interventi per i prossimi 15 o 20 anni» spiega Raoul Romano, economista forestale, ricercatore del Centro per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (Crea). «In relazione al cambiamento climatico dobbiamo ‘indirizzare’ lo sviluppo della superficie boschiva, valorizzando ad esempio quelle piante che resistono a lunghi periodi di siccità o non favoriscono l’innesco o la propagazione delle fiamme».

Romano è tra gli estensori della Strategia forestale nazionale, diventata legge a febbraio con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Nasce per «portare il Paese ad avere foreste estese e resilienti, ricche di biodiversità, capaci di contribuire alle azioni di mitigazione e adattamento alla crisi climatica». La Legge di Bilancio 2022 prevede per la «Tutela e sviluppo del patrimonio forestale» lo stanziamento di 420 milioni fino al 2032, «40 milioni all’anno per la pianificazione e la gestione dei boschi, che temo possono essere tolti dal prossimo governo» sottolinea il ricercatore del Crea. È già successo nel 2008, al Programma quadro per il settore forestale elaborato dal governo Prodi e finanziato con 5 milioni di euro all’anno. «L’anno dopo è arrivato Tremonti, che gli ha tolti. Un Programma senza risorse resta inattuato.Per Romano gli slogan da campagna elettorale, che siano «piantiamo più alberi» o «salviamo le nostre foreste dalla deforestazione», non reggono la prova della realtà. «Abbiamo quasi 13 milioni di ettari di bosco, in media negli ultimi quarant’anni ne sono bruciati meno 100mila all’anno: gli incendi esistono, anche perché sono per lo più dolosi, ma per affrontare il problema si deve scegliere di agire in un modo diverso».

Come?

È aumentata la superficie coperta dai nostri boschi e anche la densità degli alberi, che sono più vicini. Aree che prima venivano coltivate oggi sono boschi in fase evolutiva, sempre più vicino alle case: il problema, in Italia e in tutta l’area del Mediterraneo, è che non essendoci più pascoli o aree coltivate un incendio rischia di essere pericoloso per l’uomo. Gestire il bosco significa fare in modo che si riducano i rischi, sempre assecondando il contesto naturale: ci dev’essere meno biomassa, altrimenti si creano fronti di fuoco con temperature talmente alte che il passaggio del Canadair è inutile ed è impossibile l’intervento a terra. Dal 2017 in Italia questo è sempre più evidente. E per questo si preferisce intervenire unicamente quando è a rischio l’incolumità dei beni e delle persone. Siamo di fronte a vere «tempeste di fuoco», come le hanno chiamate in Portogallo, dopo che nel 2017 l’ondata di calore ha attraversato la carreggiata di una strada che attraversava il bosco, carbonizzando le auto e le persone all’interno. Gestire un bosco significa fare interventi di alleggerimento della massa a rischio incendio, realizzare piste tagliafuoco, ripulire i bordi delle strade, ripristinare aree d’interruzione. Come quelle linee di sassi che costruivano i pastori in montagna, e che quando sono pulite dai rovi bloccano il fuoco.

Quali sono le specie che resistono meglio?

Quelle della macchia mediterranea, ad esempio, capaci di rigettare subito dopo il fuoco. Le immagini di Pantelleria negli ultimi giorni ci hanno colpito, ma se tornassimo là a settembre o ad ottobre vedremo di nuovo chiazze di verde, nuovi getti figli di una capacità vegetativa sotto-terra delle specie arbustive. Anche alcune specie arboree, come il pino marittimo o la quercia da sughero sono abituate a convivere con il fuoco. Gli interventi di rimboscamenti fatti con l’eucalipto negli anni 50 in Sicilia, Sardegna o Calabria, invece, oggi ci regalano dei «cerini in piedi», boschi con grande capacità incendiabile. Quei boschi, che vennero messi per migliorare il soprassuolo, non sono mai stati tagliati né gestiti.

Quindi invece di «piantare più alberi» si dovrebbero «gestire più alberi»?

Gli slogan che mi indignano da anni, oggi mi colpiscono ancora di più perché siamo in una campagna elettorale in cui il cambiamento climatico e l’adattamento della società dovrebbero essere al centro dell’attenzione, come questo lungo periodo di siccità che avrà ripercussioni per i prossimi 5 anni. Non sono contrario all’idea che si possano piantare 60milioni di alberi nei prossimi 6 o 7 anni, ma dovremmo ragionare sul fatto che questi alberi avranno una potenzialità nella riduzione della CO2 tra 30 anni, mentre noi abbiamo un problema da affrontare nei prossimi dieci. In più, le piante servono magari in città, per ridurre l’effetto delle isole di calore, ma se piantassimo alberi sulle superfici agricole non faremmo una scelta lungimirante. In più, il 37% della superficie italiana è coperta di boschi. Se dobbiamo aumentarla, va fatto in modo consapevole: intervenendo su aree degradate, ex aree industriali, per innescare meccanismi di riequilibrio.

Piantare alberi è considerata una panacea, ma è una foglia di fico, per coprire un mondo che vive di emissioni. La realtà è che si devono ridurre le emissioni, anche sviluppando una filiera forestale. Chi entra nella Sala dei 500, a Firenze, vedrà un soffitto realizzato usando quercia e abete, legname del Casentino. Lì dentro c’è l’aria che respirava Dante: quello è un tetto fatto stoccando emissioni. Se usassimo di più il legno nei processi produttivi, ridurremmo le emissioni rispetto all’uso di materiali “sintetici” come il cemento.

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