L’INVASIONE RUSSA DELL’UCRAINA ALIMENTA LA CRISI CLIMATICA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’INVASIONE RUSSA DELL’UCRAINA ALIMENTA LA CRISI CLIMATICA da IL MANIFESTO

L’invasione russa dell’Ucraina alimenta la crisi climatica

 Ma questa guerra ci sta avvicinando molto anche all’olocausto climatico, il punto di non ritorno che gli scienziati dell’Onu (l’Ipcc) hanno fissato di qui a non molto di più di otto anni, se non si interviene massicciamente per allontanarlo

 

Guido Viale  01/04/2022

La guerra in Ucraina ha avvicinato tutti all’olocausto nucleare, alla fine del mondo. Ce lo fa immaginare: sia a coloro che lo prendono sul serio, considerandolo un rischio sempre più imminente, sia a coloro che lo sfidano, sicuri che la sua mostruosità sia sufficiente, se non ad allontanarne lo spettro, sicuramente a impedirlo; sia gli incoscienti – e sono i più – che non lo prendono in considerazione perché guardano il dito (la singola guerra) e non la luna (la sua possibile proiezione sull’intero pianeta).

Ma questa guerra ci sta avvicinando molto anche all’olocausto climatico, il punto di non ritorno che gli scienziati dell’Onu (l’Ipcc) hanno fissato di qui a non molto di più di otto anni, se non si interviene massicciamente per allontanarlo. E se l’olocausto nucleare è una possibilità quello climatico è una certezza scientifica. Ma quanti lo sanno? E quanti, essendone informati, ci credono? E quanti pensano di poterlo evitare perché la tecnologia – quella che ci ha trascinati fino a questo punto – ci metterà al riparo dal suo verificarsi?

La guerra ci avvicina al capolinea climatico non solo per la CO2 sollevata dalle macchine di morte – bombe, aerei, carri armati – sotto cui restano schiacciati tanto i soldati russi che la popolazione e i combattenti ucraini. Ma anche per tutto quello che questa guerra – molto più di tutte quelle precedenti – ha rimesso in moto: a beneficio di tutti coloro che la lotta contro la crisi climatica l’hanno sempre osteggiata e che oggi dettano legge nei governi, nella finanza, nelle imprese, nei media.

Il problema numero uno sembra essere procurarsi il gas che continuiamo a comprare dalla Russia, finanziando la sua guerra di aggressione; perché, senza di esso, l’economia mondiale (e non solo quella italiana o quella tedesca) rischia il collasso per un effetto domino intrinseco alla globalizzazione. Ma non c’è solo il gas. Ci sono anche, per sostituirlo almeno in parte, carbone e petrolio, con le loro emissioni.

C’è poi la necessità di compensare le importazioni alimentari dall’Ucraina e dalla Russia (quasi tutte destinate agli allevamenti) con un aumento delle produzioni interne. Quindi, largo agli Ogm, ai fitofarmaci e ai fertilizzanti sintetici, all’avvelenamento del suolo e delle acque per spremere una Terra sempre più soffocata e farle sputare quello che è sempre meno in grado di fornire nella condizione di cattività a cui la condanniamo: tutti processi che moltiplicano le emissioni di gas di serra e rendono impossibile il riassorbirle nel suolo.

Quanto alle popolazioni delle nazioni più povere, che a quei mezzi già ricorrono con poche limitazioni e non hanno modo di reagire al blocco delle esportazioni russe e ucraine, o all’aumento del loro prezzo, le aspetta la fame. Moriranno a milioni.
Poi, soprattutto, largo alle armi e alla produzione di armi. Largo al “riarmo” dell’Ucraina, della Nato, dell’Italia. Come se fossero disarmate. Si tratta di prodotti “usa e getta” che consumano risorse, energia, ore di lavoro e vite umane, che producono quantità smisurate di gas di serra, e che sono concepiti per essere “smaltiti” nel più breve tempo possibile: o in guerre che essi stessi alimentano, rendendo necessario sostituirli; o in depositi, pericolosi e inquinanti, a perdere; o vendendole a qualche dittatura dei paesi più poveri. Ma sempre per far posto a prodotti tecnologicamente più aggiornati. Per non parlare delle armi chimiche e biologiche, pensate – e prodotte – per avvelenare per sempre popoli e territori.

E con le armi, largo allo spirito bellico alimentato da tutti i media dell’Occidente (come della Russia) e dal suo commander in chief: il presidente degli Usa e vero capo della Nato, al seguito dei suoi predecessori che volevano decidere chi doveva comandare in Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, Yemen e hanno trasformato per questo metà del mondo in lande senza governo e senza legge.

La guerra in Ucraina non ha dunque solo oscurato, nei media e nella coscienza di tutti, l’imminenza della crisi climatica e ambientale. Di fatto ne sta accelerando l’esplosione proprio con la scelta di prolungare il più possibile la durata di quella guerra, rifornendo di armi le truppe combattenti dell’Ucraina, che non si sa bene chi siano (lo sanno bene solo la Nato e – forse – Zelensky), prima ancora di cercare – e costruire – un tentativo di mediazione accettabile: una proposta e un promotore credibile che se ne faccia portatore, che possa essere accettabile, anche se non soddisfacente, per entrambe le parti in causa (che sono molte più di due); con qualche rinuncia per ciascuna di esse.

Coloro che hanno fatto la scelta di appoggiare, se non condividere, la politica del governo, dell’Unione europea e della Nato dovrebbero tenerne conto: stanno seppellendo, oltre ai cadaveri prodotti da un inutile prolungamento della guerra, anche la lotta contro la crisi climatica.

Crisi delle risorse: Biden sente il richiamo della potenza mineraria

Joe Biden invocherà una legge dell’epoca della Guerra fredda per stimolare la produzione, direttamente negli Stati Uniti, dei cosiddetti “minerali critici”.

Marco Dell’Aguzzo

Nei prossimi giorni, forse già entro questa settimana, Joe Biden invocherà una legge dell’epoca della Guerra fredda per stimolare la produzione, direttamente negli Stati Uniti, dei cosiddetti “minerali critici”. Sono le materie prime della transizione ecologica, indispensabili per le auto elettriche e per le batterie che immagazzinano l’elettricità rinnovabile: rame, litio, nichel, grafite, terre rare, cobalto.

Il Defense Production Act del 1950 porta la firma di Harry Truman e servì, al tempo, a mobilitare il settore siderurgico americano durante la guerra di Corea. La necessità di Biden è un’altra: impedire alla Cina di vincere la rivoluzione industriale della sostenibilità ed evitare che l’America si ritrovi a dipendere dalla rivale per il rifornimento dei metalli di base (Pechino già ne domina le filiere). Per Washington la questione non è solo economica, quanto soprattutto di sicurezza nazionale.

La legge permetterà allora al presidente di ricorrere a poteri straordinari per finanziare l’espansione della capacità produttiva dei critical minerals e gli studi di fattibilità dei progetti; le aziende, invece, potranno avere accesso facilitato a un fondo da 750 milioni di dollari.

Sulla carta, gli Stati Uniti hanno le risorse per essere una superpotenza mineraria: il Nevada nasconde grossi depositi di litio; California e Texas hanno le terre rare e l’Arizona il rame; in Idaho c’è la “cintura del cobalto”. La loro estrazione dal sottosuolo rischia però di causare un dissidio tra clima e ambiente: dei metalli critici c’è bisogno altrimenti – almeno finché non si affermeranno i processi di riciclo – non si potranno costruire i veicoli e gli impianti per l’azzeramento delle emissioni; ma l’apertura di nuove miniere porta con sé un impatto ambientale.

Nell’ovest del paese ci sono già centinaia di migliaia di cave abbandonate che, oltre al danno paesaggistico, potrebbero contaminare i terreni e l’aria. Gli agricoltori temono poi che le miniere li faranno restare senz’acqua, gli zoologi immaginano le conseguenze per gli animali, le comunità di nativi si oppongono alla profanazione dei loro luoghi sacri.

La Casa Bianca spera di rassicurare tutti – inclusa la sinistra del Partito democratico – garantendo il rispetto di elevati standard lavorativi e ambientali, che non dovranno venire scavalcati dall’interesse strategico.

In questa corsa al rimpatrio delle filiere (reshoring), gli Stati Uniti hanno due alleati: il Canada e il Messico. La rilocalizzazione delle catene del valore è insomma regionale, nordamericana. Il motivo, oltre alle ragioni di competitività dei prodotti finali, è anche di convenienza politica: l’amministrazione Biden sembra voler puntare non tanto sul prelievo della materia grezza quanto sulla sua lavorazione, l’attività dal maggiore valore aggiunto e più semplice da far autorizzare e far accettare alla società.

Per le forniture dei minerali necessari al grande piano sulle infrastrutture, che serve a preparare il paese all’elettrificazione dei trasporti e dei consumi energetici, gli Stati Uniti faranno quindi affidamento sui vicini. Il Canada è quello più aperto a collaborare: vuole essere il «fornitore di riferimento per i mercati globali» e ha destinato oltre 45 milioni in tre anni allo sviluppo di materiali critici.

Nei giorni scorsi Tesla, colosso americano delle auto elettriche, ha firmato un accordo (non rivelato al pubblico) per il nichel canadese. Gli serve per le batterie, al punto che già due anni fa Elon Musk lanciò un appello alle compagnie minerarie: «per favore, estraete più nichel».

Il Messico è più interessato all’autosufficienza petrolifera che alla transizione energetica. Tuttavia, date le sue riserve e la sua posizione geografica, di recente ha ricevuto la visita di Catl, l’azienda cinese che realizza più batterie al mondo, per una possibile fabbrica da 5 miliardi. A Washington, che vorrebbe allontanare la Cina per supportare le aziende statunitensi o al massimo nordamericane, si saranno senz’altro innervositi.

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