“LETTERA ALLA TRIBÙ BIANCA” DI PADRE ZANOTELLI: UN RICHIAMO ALLE NOSTRE RESPONSABILITÀ da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“LETTERA ALLA TRIBÙ BIANCA” DI PADRE ZANOTELLI: UN RICHIAMO ALLE NOSTRE RESPONSABILITÀ da IL FATTO

Lettera alla tribù bianca, padre Alex Zanotelli parla alle nostre responsabilità sul tema guerra

Davide Mattiello  16/10/2022

Un libro pericoloso si aggira per l’Italia ed è bene che le persone di buon senso ne siano informate e prendano provvedimenti. Ad ogni livello!

Si tratta di Lettera alla tribù bianca, scritto da Alex Zanotelli (ed. Feltrinelli). Un libro che ricapitolando magistralmente cinquecento anni di colonialismo ed imperialismo europei, va al cuore della questione “guerra”: il suprematismo bianco, la colonizzazione dell’immaginario, la complicità di tanta parte di Chiesa cristiana in tutte le sue modulazioni di frequenza.

Un libro che parla al nostro presente, alle nostre responsabilità in maniera ineludibile, affrontando, tra gli altri, un concetto caro pure a Paulo Freire, quello di “eredità”: l’eredità insanguinata sulla quale è costruito il nostro irrinunciabile stile di vita, cioè di consumo.

Con i fascisti ai vertici dello Stato italiano (mentre scrivo non è ancora dato a sapersi se alla fine Giorgia Meloni diventerà o meno presidente del Consiglio dei Ministri) e il marasma nella galassia che dovrebbe-vorrebbe essere alternativa e che in ordine sparso si prepara a scendere in piazza per manifestare per la pace, questo libro è una occasione per decidere quali parole usare e quali scelte fare.

E’ insostenibile, per esempio, che a sinistra alcuni leader pensino di risolvere la faccenda come se il conflitto provocato dalla Russia in Ucraina fosse un accidente dovuto alle pulsioni egotiche di un vecchio pazzo e bastasse per tanto dire: la pace non è equidistante. Come a dire: vogliamo la pace, dunque dobbiamo battere i russi che sono i cattivi invasori. Lo sono e vanno battuti: non si può accettare la prepotenza di chi uccide per rubare. Ma bisognerebbe poi avere l’onestà intellettuale di erigere questo principio a principio universale e allora non ci si potrebbe che sentire altrettanto responsabili per avere lungamente fondato il nostro consorzio occidentale sul medesimo modo di operare.

Perché se è vero che la pace non è mai equidistante e lo storico discorso di Liliana Segre dell’altro giorno ce lo ha ancora una volta confermato, è anche vero che la pace (la sua ricerca, la sua essenza) è verità. La pace è fatta di verità e chi non è disposto a cercare la verità, chi non è disposto a sostenere il peso della verità, non è persona di pace, ma è persona di guerra, cioè di menzogna. Mutatis mutandis: come quelli che in Italia parlano di pacificazione nazionale senza pretendere la verità sulle stragi di mafia, sul terrorismo, etc.La sinistra alternativa alla destra fascista avrà il coraggio della verità nel manifestare per la pace?
Avrà il coraggio di coniugare il bisogno di pace con quello di giustizia sociale e ambientale? O pace sarà soltanto un modo per tifare ancora e soltanto per la propria squadra del cuore? In tal caso sarà l’ennesima occasione sprecata. Ho seguito il percorso di mobilitazione della manifestazione convocata per il 5 novembre a Roma da una rete vasta di organizzazioni (dal Forum disuguaglianze Diversità alla Rete dei numeri pari) e non dubito che questo sarà l’approccio qualificante quella piazza: come si comporteranno i leader della “alternativa” alla destra?

Concludo tornando al libro di padre Alex, al quale mi hanno legato tratti importanti di cammino dalla Rete di Lilliput fino al referendum per l’acqua, perché vorrei che approfondisse tre questioni che ho focalizzato durante la lettura.

1. Si legge “Ma il riconoscimento del male compiuto deve spingere la tribù bianca ad abbandonare una strada di morte per intraprenderne un’altra che porti frutti di giustizia per tutti”, la prima questione: davvero dalla presa di coscienza del male può scaturire la reazione? A me pare una condizione necessaria, ma non sufficiente.

2. Si legge “Non stare in silenzio, ma alzati ed esci di casa, unisciti agli altri, scendi in piazza per chiedere al potere di cambiare rotta”, la seconda questione: davvero ancora pensi, Alex, che si possa chiedere al potere (istituzionale e non) di cambiare rotta, occupando le piazze? A me pare che i professionisti del potere (anche quelli che stanno nelle stanze delle istituzioni democratiche) siano abilissimi ad incassare, troncare, sopire, rinviare, neutralizzare, addomesticare.3. Si legge “Chiedo perdono a voi giovani perché vi consegniamo un mondo gravemente malato e toccherà alla vostra generazione ripensare radicalmente questo nostro sistema economico-finanziario-militarizzato che opprime miliardi di persone”, la terza questione: comprendo le ragioni per le quali l’ultraottantenne padre Alex passi simbolicamente il testimone della lotta ai giovani (immagino i ventenni che animano il movimento dei Fridays for future, per esempio), ma in mezzo, tra lui e loro, ci stanno schiere di cinquantenni che meriterebbero una riflessione.

Sono quei cinquantenni che hanno cominciato a comprendere il mondo con la caduta del Muro di Berlino e hanno sperato che potesse iniziare un’epoca nuova, con meno guerra e più cooperazione, sono quelli di Seattle e Porto Alegre, sono quelli dei Social Forum, sono quelli della marcia a Sarajevo, quelli dei banchetti dell’equo e solidale, sono quelli che hanno fatto comunità, pensato globalmente ed agito localmente, che hanno piegato le proprie esistenze cercando traiettorie alternative alla dittature del denaro. Sono quelli che hanno osservato con crescente sgomento la climax che dalla prima guerra del Golfo, passando per Genova, ha portato all’Afghanistan, all’Iraq, fino ad oggi. Sono quelli che hanno provato a stare nelle Istituzioni democratiche facendo politica a livello locale e nazionale. Sono quelli che oggi, tutto considerato, si chiedono ancora che fare, per non fare qualcosa che sia soltanto impotente celebrazione di una pallida rendita di posizione morale e sociale. Oppure niente più.


Manifestazione contro la guerra, Zanotelli: “Il 5 novembre ci sarò, nessuno si tiri indietro. Ma niente bandiere, solo quella per la pace”

Intervista al missionario comboniano, punto di riferimento del pacifismo italiano. “L’unica proposta seria è l’appello del Papa a Putin e Zelensky, perché non umilia la Russia”. Un governo guidato da Giorgia Meloni potrebbe aiutare la via diplomatica? “Non credo, lei è schierata con Draghi, che rappresenta il sistema economico militarizzato”

 Alex Corlazzoli  16OTTOBRE 2022

“Il 5 novembre ci sarò anch’io in piazza perché nessuno può tirarsi indietro in questo momento: serve una manifestazione unitaria, senza bandiere se non quella della pace”. A sostenere a gran voce l’iniziativa promossa da molte realtà, tra cui Arci e Acli è padre Alex Zanotelli, missionario comboniano 84enne: lui non ha mai smesso di puntare il dito contro i governi che hanno sostenuto il commercio delle armi per interessi nelle guerre. Lo fece a metà degli anni Ottanta da direttore della rivista Nigrizia, lo fa oggi dalla sua minuscola abitazione nel campanile della chiesa del rione Sanità di Napoli, dove ha scelto di vivere dopo dodici anni trascorsi nella più grande baraccopoli del Kenya.

Padre Alex è realista: “Non penso che arriveremo ad avere in piazza milioni di persone come nel 2003, mi accontenterei di cinquecentomila partecipanti, ma per arrivare a questi numeri serve che ciascuno faccia la sua parte, che anche le parrocchie scelgano di esserci, che si possa andare oltre i distinguo”. In questi giorni in cui, padre Alex, legge che Enrico Letta ma anche Carlo Calenda lanciano altre manifestazioni e presidi per la pace, lui chiede un passo indietro a tutti per lasciare spazio alla Chiesa, alla via indicata da Papa Francesco nell’Angelus del 2 ottobre scorso. Non solo. Il missionario comboniano chiede che nessun cittadino sia giudicato come sostenitore di una parte o dell’altra.

Lo spiega a ilfattoquotidiano.it citando Papa Bergoglio: “Ho qui davanti il testo dell’Angelus. Lo rileggo ora: ‘Rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco. Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste e stabili. E tali saranno se fondate sul rispetto del sacrosanto valore della vita umana, nonché della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni’. Questo è parlare chiaramente. Il Papa disegna in maniera netta uno scenario che non metta in condizioni la Russia di umiliarsi così come insiste perché questa pace sia accettata dagli Usa”.

Ma perché, padre Alex, di fronte a una manifestazione per la pace senza bandiere di partito c’è chi fa distinzioni, c’è chi come il Pd non ha ancora scelto se esserci o meno?
Tantissime realtà vogliono portare avanti iniziative piazzando la propria bandierina ma così non si va da nessuna parte. Continuano a guardare solo il proprio ombelico senza comprendere che oggi solo i grandi movimenti popolari possono scuotere i sistemi. Solo in questo modo si può essere credibili.

Eppure sono giorni in cui tutti evocano la parola pace. Carlo Calenda ha lanciato un’iniziativa a Milano e il segretario uscente del Partito Democratico, Enrico Letta, è andato davanti all’ambasciata a Roma.
Ora tutti parlano di pace ma come fanno certi politici a pronunciare questa parola quando hanno votato sull’aumento delle spese militari entro il 2028, passando dai 25 miliardi l’anno attuali (68 milioni al giorno) ai 38 miliardi l’anno (104 milioni al giorno)? Tutti si riempiono la bocca della parola “pace” ma bisogna capire di quale pace stiamo parlando e come arrivarci. Dobbiamo lavorare per disarmare i nostri arsenali, altrimenti ci stiamo prendendo in giro. Lo Stato italiano continua a vendere armi in barba alla Legge 185/1990 sul controllo dell’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento. Come fanno a presentarsi in piazza senza guardarsi dentro? Quando è scoppiata la guerra nessuno partecipava ai sit-in che organizzavamo, intanto siamo arrivati a un passo dalla Terza Guerra Mondiale.

In molti sono convinti della necessità di un ruolo diplomatico della Chiesa come avvenne per la pace in Mozambico, realizzata grazie al lavoro della Comunità S. Egidio che dal 23 al 25 ottobre ha pure organizzato un incontro al quale parteciperanno il presidente italiano Sergio Mattarella, il francese Emmanuel Macron e Mohamed Bazoum del Niger
Magari fosse possibile. Chiariamo: il Mozambico non è l’Ucraina, gli interessi mondiali sono diversi ma pur avendo da sempre detto che Papa Francesco non sarebbe potuto intervenire in prima persona per non incrinare i rapporti già delicati con l’ortodossia, sono convinto che serva un forte segnale religioso perché entrambi i popoli, quello russo e quello ucraino, sono legati alla religiosità. Faccio un appello alle conferenze episcopali di tutt’Europa perché si incontrino nella cattedrale di Santa Sofia a Kiev e vi restino finché non sarà concesso il cessate il fuoco.

Oggi chi si permette di criticare l’Ucraina magari anche solo perché terrorizzati dall’atomica di Putin rischia di passare per essere un traditore, un filo putiniano. Non le sembra assurdo tutto ciò? Avanti di questo passo non si ragionerà più sui fatti.
È vero. A volte vengo visto anch’io come uno che vive sulla Luna, solo perché mi permetto di avere delle posizioni critiche nei confronti di alcune scelte del premier Zelensky che ha potuto paventare la sua forza e fare un braccio di ferro con la Russia, perché sapeva fin dall’inizio di avere dietro la Nato. Non possiamo dimenticare che si è presentato davanti al parlamento greco accompagnato dai nazisti del Battaglione Azov. È assurdo essere arrivati a questo punto.

Vede qualche spiraglio diplomatico con l’avvento al Governo di Giorgia Meloni?
Non credo. È vero che Matteo Salvini aveva o ha delle relazioni con la Russia ma il giorno dopo le elezioni, Giorgia Meloni si è schierata con le posizioni di Mario Draghi, che rappresenta il sistema economico militarizzato.

Un’ultima cosa, per strapparle un sorriso. Vittorio Feltri nei giorni scorsi in un suo editoriale ha proposto di far intervenire come mediatore diplomatico, Silvio Berlusconi?
È una barzelletta. Se siamo arrivati a questo punto, la politica ha chiaramente fallito.

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