L’ALLUVIONE CI COSTRINGE SUBITO A INVENTARE UN MONDO MIGLIORE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Alla Sapienza tornano le tende: protesta ecologista contro il fossile
CLIMA. Occupata geologia all’interno di una campagna di mobilitazione internazionale. Gli studenti: «L’università interrompa gli accordi con le aziende inquinanti»
Giansandro Merli, ROMA 26/05/2023
Alla Sapienza sono riapparse le tende. Stavolta la protesta non è contro il caro affitti, ma per lo stop alle fonti energetiche fossili. E non riguarda solo l’Italia. «End fossil: occupy» è una campagna internazionale che già lo scorso autunno aveva portato all’occupazione delle facoltà in diversi paesi del mondo, soprattutto in Germania. A febbraio 2023 circa 150 attivisti si sono incontrati a Berna, in Svizzera, per pianificare una nuova ondata di proteste dal 2 maggio. Provenivano da Slovenia, Romania, Spagna, Portogallo, Colombia, Zambia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Paesi Bassi, Repubblica Ceca, Svezia, Svizzera, Austria, Germania e anche Italia. In molti di questi paesi adesso sono in corso occupazioni di scuole e università. Nello stivale si sono mossi per primi gli studenti della statale di Milano.
Tra mercoledì e giovedì alla Sapienza di Roma, al termine di un convengo ecologista nella facoltà di fisica, alcune decine di ragazze e ragazzi sono entrati nella vicina sede di geologia. «Chiediamo che la nostra università blocchi qualsiasi collaborazione con le aziende che producono combustibili fossili. Nel frattempo abbiamo un obiettivo intermedio: che siano rese pubbliche tutte le informazioni sui rapporti tra Sapienza e multinazionali come Shell, Total, Enel, Eni», afferma Francesco Sampietro. Ha 21 anni, studia fisica, indossa la felpa della ex Gkn, fabbrica occupata dai suoi operai e luogo di convergenza tra le battaglie ecologiste e quelle per i diritti dei lavoratori.
Con la Sapienza, spiegano i ragazzi, aziende caratterizzate da forti responsabilità nell’inquinamento globale hanno rapporti di tre tipi: accordi quadro; finanziamenti di percorsi di ricerca; sovvenzioni a corsi di studio. «Una seconda rivendicazione riguarda la didattica. Vogliamo la costituzione di un organo composto da studenti e docenti sensibili al problema ecologico che influenzi la produzione di sapere dentro l’ateneo e costruisca un corso sulla giustizia climatica», continua Sampietro.
Davanti a lui, nell’aiuola di fronte a giurisprudenza, ci sono le tende dove i ragazzi hanno passato la notte. Alle spalle l’aula magna trasformata in uno spazio che, dicono, è di «convergenza e intersezione» con altre battaglie. Le organizzazioni ambientaliste Re:Common, Fridays For Future, Scientist Rebellion e Ultima Generazione tengono dibattiti sulle diverse questioni relative alla crisi climatica. Nel pomeriggio si parla di reddito universale, verso il corteo di sabato prossimo.
Il preside della facoltà di scienze e il direttore del dipartimento di geologia tentano una mediazione. Vogliono convincere gli occupanti a lasciare l’aula e chiedere l’autorizzazione per le loro iniziative: sarà loro concessa. Ma è proprio l’interruzione della quotidianità attraverso la pratica dell’occupazione l’obiettivo politico degli universitari, che vogliono andare avanti almeno per tre giorni.
La campagna «End fossil: occupy» è uno dei segnali che a livello internazionale stanno nascendo inedite reti di attivisti, spesso molto giovani, che si affacciano alla politica per una forte sensibilità ambientale e la grande paura di un futuro distopico. Dopo la fase di alta degli scioperi per il clima lanciati da Greta Thunberg e caratterizzati da partecipazioni di massa in tutto il mondo, ma anche dall’assenza di risposte istituzionali sufficienti, è in corso una ricerca di nuove pratiche conflittuali con cui continuare la battaglia.
Per adesso si inseriscono nell’ambito della disobbedienza civile non violenta, a eccezione della manifestazione francese di Sainte-Soline contro i bacini idrovori che tolgono acqua alla popolazione per distribuirla solo tra gli agricoltori. Lì si sono verificati scontri con la polizia.
L’alluvione ci costringe subito a inventare un mondo migliore
FRANCO ARMINIO 26 MAGGIO 2023
È sempre la solita storia: le tragedie dovrebbero insegnare qualcosa, dovrebbero imporre una svolta e invece non cambia mai niente. Magari si fanno solenni proclami a caldo, ma poi lentamente tutto torna come prima. L’Italia è la nazione più costruita del mondo. La densità degli oggetti umani posati per terra non ha uguali. Noi abbiamo lo stesso modello di sviluppo che c’è negli Stati Uniti, ma con uno spazio assai minore. È raro trovare da quelle parti luoghi in cui lo spazio naturale è tutto ricoperto dalla bigiotteria urbanistica. La vicenda della Romagna dovrebbe imporre all’attenzione nazionale il tema della ridistribuzione degli italiani sul territorio. Troppa gente sulle coste e le pianure, quasi nessuno sulle terre alte. È chiaro che non si può deportare nessuno, ma si possono fare politiche che incentivino gli spostamenti dalle pianure verso le montagne, cioè in zone dove il cambiamento climatico è addirittura vantaggioso (a parte i luoghi che lavorano con la neve).
Dai primi ragionamenti che vengono dalla Romagna si avverte la sensazione che i politici di quel territorio non sono interessanti a proporre un nuovo modello. Chiedono soldi per fare opere, per mettere altro cemento sul territorio. Sono ragionamenti tesi a tutelare questo modello di sviluppo, ma dimenticano che a parte le acque che in maniera imprevedibile possono arrecare gravi danni, c’è l’aria che ogni giorno arreca danni in quanto in certe zone della pianura padana si vive e si lavora nel veleno. Non si fa un bel regalo a chi ancora sta spalando il fango se non si apre almeno un ragionamento su quale futuro dare alla Romagna e all’Italia tutta. Non si può ancora una volta lasciare che si smorzi il sentimento comunitario, la voglia di sentirsi utili, di partecipare a una vicenda collettiva. La politica non può giocare in solitudine, dovrebbe alimentarsi di quello che sta accadendo in queste ore, dovrebbe chiedere alle persone di tornare per strada anche quando non ci sarà più fango da spalare. Non si pretende di imporre un altro modello, si chiede almeno di mettere in discussione il modello esistente e magari cominciare a trovare qualche correttivo all’insegna di quella che tutti chiamano sostenibilità. Non è sostenibile che ci siano terre vuote e terre troppo piene. Questo è il primo punto su cui discutere e se ci ostiniamo a non farlo vuole dire che rinunciamo alla programmazione, che non siamo interessati a governare i luoghi, ma solo ad assecondare le scelte del Mercato. Il cemento non salverà la Romagna e non salverà l’Italia. Si può fare reddito senza consumare suolo. Si può crescere facendo crescere i beni comuni più che quelli individuali. Questo non è il comunismo, è una elementare forma di apprendimento che viene da quello che accade ogni giorno.
Si può ripartire, come si ama dire in Romagna, bisognerebbe chiarire dove andare. Democrazia è che la direzione sia frutto di una mediazione tra interessi diversi. Un’alluvione può distruggere tante cose, ma dovrebbe servire a ravvivare la democrazia, dovrebbe ridare slancio a chi crede in un mondo diverso. Se questo non accade vuol dire che si riparte verso altre tragedie.
Rifiuti urbani, il trucco per spedirli fuori città
GIANFRANCO AMENDOLA 26 MAGGIO 2023
Sono passati tre anni da quando Interpol e Corte dei Conti europea hanno lanciato un accorato allarme sul prevedibile aumento della illegalità nel settore dei rifiuti (specie di plastica) a causa delle sempre più stringenti disposizioni comunitarie e internazionali. Allarme confermato dalla nostra Dia la quale, nelle sue periodiche relazioni al Parlamento, denuncia la “evoluzione” di questa illegalità, passata dallo sversamento in discariche a cielo aperto, tipiche del periodo compreso tra la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90, a un’“ampia gamma di metodologie pericolose per la salute pubblica”, camuffate con falsi documenti e attestazioni; favorita, peraltro, dalle croniche carenze di controllo e, spesso, dalla connivenza di pubblici amministratori.
Il migliore esempio è costituito da quella che potremmo chiamare la “truffa del 191212”. Come è noto, infatti, la normativa vigente prevede precisi vincoli per i rifiuti urbani che devono, di regola, essere gestiti nello stesso luogo in cui sono prodotti (principio di prossimità) in armonia con la gerarchia comunitaria, la quale prescrive di favorire prevenzione e riciclo e non incenerimento o discariche. E qui scatta la truffa del 191212. Perché molti Comuni portano i loro rifiuti in impianti di trattamento meccanico (TMB) dove però non si opera alcun trattamento ma ci si limita a separare il secco dall’umido al solo fine di far perdere a questi rifiuti la qualifica di “urbani” e farli diventare “speciali” con il codice 191212 (“rifiuti non pericolosi, compresi materiali misti, prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti) sottraendoli ai vincoli previsti per gli urbani. E così, in barba alla legge, possono girare in Italia e all’estero praticamente senza controllo. Con grande soddisfazione dei trafficanti di rifiuti, per i quali, come scrive la Dia “più rifiuti, più passaggi, più chilometri, più affari in vista”. Se ne è accorta, però, la Corte europea di Giustizia che, nel novembre 2021, chiamata in causa per una spedizione verso un cementificio in Slovenia di duemila tonnellate di rifiuti urbani indifferenziati classificati, dopo Tmb, con il codice 191212, ha concluso che “a prescindere dal codice assegnato, i rifiuti urbani indifferenziati restano tali anche se, essendo destinati a recupero energetico, hanno subito un trattamento meccanico, il quale non ha, tuttavia, sostanzialmente alterato le loro proprietà originarie. E, pertanto, in base alla normativa comunitaria, la loro gestione deve rispettare i principi di autosufficienza e di prossimità i quali impongono di trattarli nell’impianto più vicino possibile al luogo in cui vengono prodotti, per limitarne al massimo il trasporto. E quindi non possono essere inviati all’estero”.
Sentenza confermata dal nostro Consiglio di Stato e lodata ufficialmente dal Ministero dell’ambiente, il cui direttore generale, Laura D’Aprile, ha dichiarato che “i TMB sono obsoleti e servono solo a cambiare codice ai rifiuti trattati”.
Dopo di che, però, non è cambiato niente. Secondo i rapporti Ispra vengono ogni anno avviati ai Tmb circa 10 milioni di tonnellate di rifiuti, costituiti per l’80% da rifiuti urbani indifferenziati, che finiscono poi, per la maggior parte, in discariche, in termovalorizzatori o all’estero. Ma nessuno sa che “trattamento” hanno avuto e quanti sono usciti con il codice 191212.
Di certo, le poche volte che sono state fatte indagini, la truffa del 191212 è ampiamente emersa e anzi è stata “incriminata” come traffico illecito di rifiuti commesso, in concorso, da privati e pubblici funzionari; come, ad esempio, nei procedimenti giudiziari romani su Malagrotta e società collegate. Insomma, tutti sanno ma nessuno interviene.
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