L’AJA DICE BASTA, ISRAELE RISPONDE COL FUOCO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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L’AJA DICE BASTA, ISRAELE RISPONDE COL FUOCO da IL MANIFESTO

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L’AJA dice basta, Israele risponde col fuoco

LA SENTENZA. Decisione netta della Corte di giustizia internazionale: situazione «disastrosa», fermare subito l’attacco a Rafah e riaprire i valichi

Michele Giorgio, GERUSALEMME  25/05/2024

I giudici internazionali hanno scritto un nuovo capitolo del procedimento di accusa di genocidio nei confronti di Israele avviato a gennaio su richiesta del Sudafrica. Ieri la Corte internazionale di giustizia (Cig) dell’Aia, accogliendo gran parte delle ulteriori richieste presentate dal Sudafrica a protezione della popolazione di Gaza, ha ordinato a Israele di fermare l’offensiva in corso contro la città palestinese di Rafah, sul confine con l’Egitto. Contro le speranze dei palestinesi però non ha ordinato un cessate il fuoco immediato e generale a Gaza, così come era accaduto a gennaio.

Leggendo la decisione, il presidente della Corte Nawaf Salam, ha affermato che la situazione umanitaria a Rafah, già «disastrosa», è peggiorata dopo la sentenza emessa a gennaio dalla Cig. «La Corte – ha aggiunto Salam – non è convinta che gli sforzi di evacuazione e le relative misure che Israele afferma di aver intrapreso per migliorare la sicurezza dei civili nella Striscia di Gaza, in particolare nei confronti delle persone sfollate di recente dal governatorato di Rafah, siano sufficienti ad alleviare l’immenso rischio a cui la popolazione è esposta a seguito dell’offensiva a Rafah».

MENTRE LA NUOVA DECISIONE della Corte dell’Aia veniva rilanciata dai media in tutto il mondo, a Rafah una tremenda esplosione ha devastato una zona di Shaboura. In un video si vede una nuvola di fumo nero che si alza verso il cielo. Israele ha poi detto di aver colpito una importante base di Hamas e di aver ucciso, in un altro punto, un comandante di alto profilo del movimento islamico. Per alcuni l’attacco è la risposta dell’esecutivo israeliano alla sentenza della Cig.

La Corte ha anche ordinato a Israele di garantire il libero accesso al valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto in modo da permettere il trasferimento senza restrizioni degli aiuti umanitari. In terzo luogo, Salam e gli altri giudici chiedono che Israele lasci passare investigatori internazionali e che siano adottate misure per evitare la distruzione delle prove relative alla Convenzione sul genocidio.

Lo Stato ebraico inoltre deve presentare entro un mese un rapporto sui progressi nell’applicazione delle misure ordinate. Tra i punti letti dal presidente della Corte c’è anche il «rilascio immediato e incondizionato» degli ostaggi a Gaza. Tredici giudici si sono espressi a favore della sentenza due contro, tra cui Aharon Barak, nominato da Israele.

BENJAMIN NETANYAHU dopo la sentenza ha convocato un incontro d’emergenza con il procuratore generale Gali Baharav-Miara, ministri e avvocati dello Stato, per decidere la risposta agli ordini della Cig. È il secondo colpo che il premier israeliano subisce dai giudici internazionali negli ultimi giorni. Lunedì scorso il pubblico ministero della Corte penale internazionale, Karim Khan, ha chiesto di emettere mandati di arresto per Netanyahu e il ministro della Difesa Gallant – oltre che per i leader di Hamas – per crimini di guerra e contro l’umanità.

TEL AVIV NON CAMBIA la sua posizione riguardo le accuse di genocidio e di violazioni a Gaza del diritto umanitario che continua a ricevere. Israele, spiegano i suoi rappresentanti, dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre ha intrapreso «una guerra giusta in conformità con il suo diritto di difendere il proprio territorio e i propri cittadini, pur mantenendo i propri valori morali, il diritto internazionale e il diritto internazionale umanitario».

Il ministro della Sicurezza nazionale, l’estremista Itamar Ben Gvir, ha esortato a intensificare l’attacco su Rafah e tutte le operazioni militari a Gaza. E così vogliono gran parte dei politici e una fetta maggioritaria dell’opinione pubblica.

Più articolato, ma solo in apparenza, il commento del capo dell’opposizione, il centrista Yair Lapid. La sentenza della Cig avrebbe potuto essere evitata con un «governo sano e professionale», ha detto criticando l’esecutivo guidato da Netanyahu per non aver «impedito a ministri folli di esprimersi pubblicamente, arrestato i criminali che hanno appiccato il fuoco ai convogli di aiuti (per Gaza) e condotto gli sforzi diplomatici in modo tranquillo ed efficiente». Lapid sembra dare peso solo alla comunicazione fallimentare del governo e alle misure che il governo non ha preso mentre non fa riferimento alle proporzioni e agli effetti dell’offensiva israeliana che ha distrutto gran parte di Gaza e gettato nel baratro di una devastante emergenza umanitaria oltre due milioni di palestinesi.

PRETORIA INTANTO APPLAUDE all’ordine «più forte» della Cig. «Il Sudafrica accoglie con favore l’ordinanza emessa oggi… I palestinesi di Gaza stanno affrontando il loro settimo mese di sofferenza attraverso punizioni collettive per qualcosa di cui non hanno alcuna responsabilità individuale», ha commentato il presidente Cyril Ramaphosa. Soddisfazione hanno espresso anche l’Autorità nazionale palestinese di Abu Mazen e Hamas, anche se non è arrivato l’ordine di cessazione totale dell’offensiva israeliana. Il leader del partito palestinese Iniziativa nazionale ed ex candidato alla presidenza dell’Anp, Mustafa Barghouti, sottolineava ieri che «dovrebbero essere imposte sanzioni a Israele se si rifiuterà di attuare gli ordini ricevuti dai giudici dell’Aia che, comunque, non hanno intimato di fermare gli atti di guerra israeliani a Gaza e il ritiro completo delle forze di Israele dalla Striscia».

LA GUERRA INTANTO VA AVANTI e nulla lascia pensare che si fermerà presto. Le forze israeliane hanno intensificato gli attacchi su Gaza, in particolare a Jabaliya, nel nord, dove l’esercito israeliano ha annunciato di aver recuperato i corpi di altri tre ostaggi uccisi il 7 ottobre nei pressi del kibbutz Mefalsim. Nel nord di Gaza almeno cinque palestinesi sono stati uccisi e altri sono rimasti intrappolati sotto le macerie di un edificio colpito da un raid aereo.

E mentre lo spettro della fame è riapparso in tutta Gaza, ingenti scorte di cibo in attesa di entrare dall’Egitto hanno iniziato a marcire sotto al sole a causa della chiusura del valico di frontiera di Rafah per la terza settimana consecutiva.

«Un ordine fondamentale. L’Onu dovrà farci i conti»

LA SENTENZA. Intervista a Chantal Meloni, docente di diritto penale internazionale: «Sarà sempre più difficile a livello internazionale dare supporto all’operazione di Israele. Penso soprattutto all’export di armi, ma anche al sostegno politico e diplomatico»

Giovanna Branca  25/05/2024

Parla Chantal Meloni, professoressa associata di diritto penale internazionale all’Università degli Studi di Milano.

Come interpreta la decisione della Cig di ordinare lo stop all’offensiva su Rafah e la riapertura del valico per gli aiuti umanitari?
Credo sia una decisione molto importante: si auspicava con forza che la Corte – a fronte delle condizioni a Gaza decisamente peggiorate – ordinasse qualcosa di più a Israele. E infatti abbiamo visto, anche nei termini impiegati dai giudici nelle loro dichiarazioni, che la situazione a Gaza viene definita più volte come terribile, altamente critica. Addirittura alcuni togati hanno detto non ci sono più parole per descrivere ciò che sta avvenendo. L’ordine è quello di interrompere immediatamente le operazioni militari a Rafah e dintorni. Non riguarda quindi tutta la Striscia, cosa che invece alcuni auspicavano. D’altra parte bisogna notare che l’ultima richiesta del Sudafrica riguardava specificamente Rafah. E però è anche evidente che come è stato detto già a gennaio scorso l’unico modo che Israele ha per essere davvero in ottemperanza dell’ordine, e quindi mettere al riparo i palestinesi dal rischio di un danno irreparabile, è interrompere completamente l’operazione militare su Gaza. Anche l’ordine di riapertura del valico di Rafah è fondamentale: in queste settimane non sono praticamente più entrati aiuti umanitari, e le persone che hanno bisogno di uscire da Gaza non hanno potuto farlo. Ed è significativo anche che la Corte abbia accolto la richiesta di fare entrare nella Striscia funzionari di Commissioni di inchiesta, investigatori internazionali. È un elemento fondamentale che si lega all’altro procedimento in corso, quello davanti alla Corte penale internazionale.

Queste due decisioni a stretto giro, del procuratore della Cpi e della Cig, che effetto pensa possano avere?
Abbiamo raggiunto il picco dell’intensità possibile in fatto di intervento della giustizia internazionale. Sia le richieste dei mandati d’arresto che queste misure cautelari – il terzo gruppo di ordinanze emanate dalla Corte internazionale di giustizia da gennaio – sono estremamente significative, al di là di quello che sarà l’atteggiamento di Israele che è in gran parte annunciato: Netanyahu ha già detto che non si fermerà non si fermerà davanti a nulla, che non riconosce l’autorità di nessuno di questi organismi, che addirittura accusa di essere un un’arma nei confronti di Israele. Ma sono passaggi significativi perché rappresentano dei tasselli per comporre un mosaico sempre più chiaro delle violazioni molto gravi del diritto internazionale in corso. Quindi sarà sempre più difficile a livello internazionale prestare supporto, anche materiale, all’operazione di Israele. Penso innanzitutto all’export di armi, ma anche al sostegno di tipo politico e diplomatico.

Cosa è tenuto a fare adesso il Consiglio di sicurezza dell’Onu?
Innanzitutto bisogna vedere quale sarà l’atteggiamento di Israele. Poi il Consiglio di sicurezza prenderà atto di questa di questa ordinanza molto significativa: è qualcosa di più intenso rispetto a quello che abbiamo visto. La riflessione riguarda in particolare gli Stati uniti, fino a ora l’unico Paese rimasto – fra quelli che hanno diritto di veto – a difendere il loro alleato. Però abbiamo già visto cosa è accaduto con la risoluzione adottata qualche settimana fa, in cui gli Usa si sono astenuti. Possiamo immaginare che si ripeta una situazione del genere: che nel caso Israele non ottemperi all’ordine ci siano delle risoluzioni del Consiglio che vengono lasciate “passare” dagli Usa.

In seguito all’ordine della Cig l’unico comunicato rilasciato dalla Casa bianca non ne faceva menzione, parlando solo della «soddisfazione» del presidente per la chiamata con al-Sisi in cui hanno concordato nuovi sforzi per fare entrare aiuti a Gaza.
Mi spingo a dire che questo silenzio fa il paio con la possibilità che l’atteggiamento degli Usa di fronte a un ordine così rilevante sia appunto di scegliere l’opzione dell’astensione piuttosto che quella del veto. Lunedì hanno contestato la richiesta di Khan di mandati d’arresto per Netanyahu e Gallant. Ma benché molto gravi, perché attaccano l’indipendenza della Corte, le dichiarazioni americane avrebbero potuto essere ancora più forti. Insomma penso che con tutti i suoi limiti e ritardi anche l’Amministrazione Biden stia facendo i conti con questa situazione.

Yair Lapid ha contestato il fatto che nell’ordine non sia inclusa l’imposizione di rilasciare tutti gli ostaggi. Cosa ne pensa?
Questa critica non ha senso: la Corte non aveva alcuna possibilità di imporre una misura nei confronti di Hamas, che non è parte davanti alla Cig. Inoltre, la vita dei civili palestinesi e il loro diritto a non essere sottoposti a condotte che possono integrare un rischio di genocidio non è da bilanciare con il rilascio degli ostaggi israeliani.

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