LA GUERRA NON PAGA DIVIDENDI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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LA GUERRA NON PAGA DIVIDENDI da IL MANIFESTO

La guerra non paga dividendi

MEMORIA ATTUALE. Riproponiamo questo articolo da “il manifesto”, Dossier Pace, ottobre 1983, da allora mai più ripreso

Federico Caffè 

Malgrado il grande rispetto dovuto allo sforzo intellettuale dei pensatori che hanno visto nella guerra lo sbocco ineluttabile delle contraddizioni del capitalismo e l’evento distruttivo in grado di dare nuovo alimento alla domanda e rinnovato stimolo all’accumulazione, vi sono molti motivi per ritenere che le trasformazioni intervenute nella sfera dei fatti e in quella delle idee non consentano di considerare ancora valido questo indirizzo di pensiero.

Non deve tacersi, tuttavia, che, mentre i cultori delle scienze maggiormente in grado di pronunciarsi con competenza sulle probabili conseguenze dell’olocausto nucleare non hanno esitato a denunciarne gli effetti apocalittici, gli economisti sono ancora, in larga parte, legati a una ricerca dell’efficienza anche rispetto alle spese per il riarmo, assumendo come un dato estraneo alla loro competenza la decisione politica delle spese stesse.

Non è stato sempre così.

Il maggiore economista italiano dell’Ottocento, Francesco Ferrara, ebbe a scrivere, una volta raggiunta l’unità del nostro Paese e delineatesi le sue velleità militariste, «una larghissima riduzione dell’esercito attivo, un gagliardo rallentamento della troppo rapida formazione della marina italiana sono condizione inesorabile a quello stato di equilibrio senza del quale è vana lusinga che un’era di prosperità cominci davvero per l’Italia» (discorso parlamentare del 1867). E si trattava di un intransigente liberale.

Ora, malgrado il tempo trascorso e le profonde modificazioni economiche verificatesi nel nostro Paese, quando la realtà sociale si esamini senza retorica, è ben dubbio che la descrizione stupenda, da parte di Giovanni Verga, dello stato d’animo dei Malavoglia per il loro Luca, lontano in mare ove morirà a Lissa, non sia oggi riferibile all’affanno di famiglie cui appartengano giovani reclute inviate nel Libano, per ambizioni di presenza politica del tutto velleitarie.

In definitiva, si tratta di stabilire se il nostro Paese «ritardatario» debba proporsi e perseguire ideali amministrativi di bonifica ambientale, di eliminazione del persistente sfasciume geologico, di elevazione del grado di qualificazione professionale dei giovani in cerca di lavoro, di ricerca impegnata di nuove possibilità di impiego; o se intenda essere pedina di altrui imperialismi, svolgendo inoltre questo ruolo di sovranità limitata con la ben nota «cupidigia del servilismo» di cui già altra volta gli è stato mosso addebito.

La ricerca della prosperità nella fortissima riduzione delle armi, e non nella loro moltiplicazione, non vale soltanto per il nostro Paese, ma per il mondo in generale.

I 35 milioni di disoccupati nell’OCSE e gli 11 milioni della Cee richiedono non demenziali appelli all’affetto magico del mercato, ma uno sforzo organizzativo poderoso, mirante non all’opulenza o al benessere, ma alla faticosa rimessa in moto di un meccanismo inceppato dai troppi avventurieri della finanza, dell’accaparramento dell’altrui risparmio, della speculazione valutaria destabilizzante.

Gli antichi mercanti di cannoni si sono istituzionalizzati e multinazionalizzati.

Marce, canti, slogans, pur con un loro significato di testimonianza, costituirebbero uno sperpero di energie, se non si comprendesse che la neutralizzazione delle trame dei falchi non può limitarsi a una constatazione vocale, ma richiede un incessante impegno di lucida intelligenza e di appassionata progettualità.

* Riproponiamo questo articolo da “il manifesto”, Dossier Pace, ottobre 1983, da allora mai più ripreso. Vi si fa riferimento alla prima missione militare italiana all’estero del dopoguerra, in Libano nel 1982-1983, che fu di interposizione dopo l’invasione israeliana del Paese, e che però arrivò dopo la strage di civili palestinesi di Sabra e Shatila.

Federico Caffè, 1914 – 1987, è stato uno dei più importanti economisti italiani del secondo dopoguerra. Professore di Politica economica presso la Sapienza di Roma, è stato il maestro di una intera generazione di economisti, tra i quali Mario Draghi e Ignazio Visco. Uscì di scena nel 1987, evento che ancora oggi resta un mistero. Fu un assiduo collaboratore del manifesto, grazie al legame profondo con Valentino Parlato. Quasi tutti i suoi articoli sul quotidiano sono raccolti in “Scritti quotidiani”, a cura di Roberta Carlini, manifestolibri.

I conflitti bellici corrono e cresce il fatturato delle armi

I RAPPORTI. Il mercato della spesa militare ha raggiunto nel mondo la cifra di 592 miliardi di dollari. Nel bilancio italiano più 800 milioni. Un ciclo perverso: «bisogna» riempire di nuovo gli arsenali 

Emanuele Giordana   06/12/2022

Per l’industria globale degli armamenti non c’è pandemia che tenga, né crisi della logistica, né difficoltà nella catena di distribuzione delle merci. Le armi continuano a viaggiare nonostante tutto e la spesa totale per farne rifornimento continua ad aumentare in barba alla crisi. Lo dice il Sipri di Stoccolma, l’istituto svedese che monitora il commercio mondiale delle armi.

E se l’Unione europea ha appena dato luce verde all’erogazione di oltre un miliardo per finanziare progetti «in collaborazione» nel settore della Difesa, l’Italia fa la sua parte nella compagnia internazionale che smercia sistemi d’arma nel pianeta: se intanto vende armi all’estero, nel Belpaese fa lievitare di 800 milioni la spesa militare nazionale del 2023 rispetto al 2022, come ha appena reso noto il rapporto Milex, l’Osservatorio sulle spese militari italiane, nato nel 2016, che ha analizzato le linee di spesa della nuova Legge di bilancio.

È un quadro amaro per il mondo e per l’Italia. E soprattutto per chi questo commercio lo subisce: le vittime civili che crescono di pari passo alla vendita di armamenti e alla spesa militare.

IL RAPPORTO del Sipri sulle «Top 100 arms companies» è stato reso pubblico ieri mattina. Dice che le vendite di armi e servizi militari da parte delle 100 più grandi aziende del settore hanno raggiunto 592 miliardi di fatturato nel 2021, un aumento dell’1,9 per cento rispetto al 2020 in termini reali. Aggiunge che l’aumento segna il settimo anno consecutivo nella crescita globale della vendita di armi.

I dati sono di prima della guerra in Ucraina che però rientra nei commenti a margine del rapporto: già colpita dagli effetti della pandemia, l’industria delle armi ha sofferto i buchi nella catena di distribuzione e approvvigionamento globale ma ciononostante è riuscita a crescere pur se in parte la produzione è diminuita anche per carenze di manodopera.

Sui reali effetti della guerra sulle vendite – di cui abbiamo per ora dati sommari – ne sapremo di più nel 2023 ma il Sipri spiega che l’invasione russa dell’Ucraina ha aggiunto problemi alla catena di approvvigionamento anche «perché la Russia è un importante fornitore di materie prime utilizzate nella produzione di armi» e che «ciò potrebbe ostacolare gli sforzi in corso negli Stati Uniti e in Europa per rafforzare le loro forze armate e ricostruire le scorte», dopo aver svuotato gli arsenali spedendo armi a Kiev.

Problemi dunque per «alcuni dei principali produttori di armi» che faticheranno a soddisfare «la nuova domanda creata dalla guerra ucraina».Problemi che non hanno impedito al settore di aumentare il suo fatturato.

QUANTO ALL’ITALIA, il Belpaese si distingue per la presenza di Leonardo e Fincantieri tra i grandi produttori mondiali. Godono di ottima salute, tanto che Leonardo è tra le prime 12 nella “Top100” delle aziende listate dal Sipri secondo il valore delle armi vendute nel 2021: ha guadagnato due gradini in classifica dal 2020 dopo colossi come la Lockheed Martin (tra le prime cinque, tutte americane), l’inglese BAE Sistem e cinque società cinesi. Fincantieri è solo a metà del guado, ma sale dal 48mo posto al 46mo.

Sul fronte interno, le stime preliminari dell’Osservatorio Milex – basate sull’elaborazione dei dati contenuti nelle Tabelle dei bilanci previsionali del Ministero della Difesa e degli altri dicasteri che contribuiscono alla spesa militare italiana (ex Mise e Mef) – prevedono un nuovo incremento complessivo della spesa militare di oltre 800 milioni di euro

. La spesa prevista dalla Legge di Bilancio 2023, inviata dal Governo al Parlamento, passa infatti dai 25,7 miliardi previsionali del 2022 ai 26,5 miliardi stimati per il prossimo anno. Dopo che la Legge di Bilancio verrà approvata, Milex pubblicherà una revisione più approfondita sulle spese militari italiane 2023 e si potrà dunque fare la stima anche del cosiddetto «bilancio integrato in chiave Nato» e quindi della sua incidenza percentuale sul Pil nazionale.

A trainare l’aumento in Italia è il bilancio ordinario della Difesa che prevede una maggiorazione dei costi del personale di Esercito, Marina e Aeronautica (oltre 600 milioni in più) e maggiori risorse dirette destinate all’acquisto di nuovi armamenti (quasi 700 milioni in più).

Altra voce fondamentale della spesa militare – dice ancora il rapporto – è quella dei costi per le missioni militari all’estero, che vengono finanziate da un fondo assegnato al bilancio del Mef e poi trasferito alla Difesa. Quanto agli investimenti per nuovi armamenti il budget annuale complessivo destinato al riarmo nazionale è di oltre 8 miliardi di euro.

È IMPORTANTE COMUNQUE sottolineare un dato: se si può accusare il Governo Meloni di non avere una strategia di lotta alla povertà in Italia e di voler anzi contenere le poche iniziative per contrastarla, va detto che l’aumento complessivo registrato nel bilancio della Difesa non è solo merito del suo esecutivo: va infatti considerato circa un miliardo che viene da fondi previsti dalla «legislazione vigente» e che si deve quindi alle scelte degli anni precedenti, in particolare a quelle del Governo Draghi e del ministro della Difesa Lorenzo Guerini in quota Pd.

***

«Difesa comune», dall’Ue 1,2 miliardi

La Ue investe 1,2 miliardi di euro in 61 progetti di cooperazione industriale della difesa: coinvolte 700 imprese di 26 paesi Ue più la Norvegia. I settori sono: prossima generazione di aerei da combattimento, carri armati, veicoli e navi blindate, nuove tecnologie “di rottura” (quantiche, nuovi materiali), Intelligenza artificiale, cloud, semi-conduttori, cyber-spazio, contro misure mediche.

È la prima iniziativa del Fed, Fondo europeo di difesa, che nel giugno 2021 ha ricevuto un finanziamento Ue di 7,9 miliardi di euro nel bilancio 2021-27. Il Fed si aggiunge alle politiche nazionali, spesso molto dipendenti dagli Usa. La Ue non ha un esercito, ma punta ad una politica comune di difesa.

C’è un Alto rappresentante della politica estera e di difesa, Mr.Pesc, oggi Josep Borrell. Nel marzo 2021 è nata la Fep, Facilità europea per la pace, con 5 miliardi per finanziare dimensione militare politica estera. Al via il 25 marzo lo Strategic Compass con obiettivi di sicurezza verso il 2030.

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