LA CARTA PERFETTA PER SOFFOCARE L’INTIFADA da IL MANIFESTO
La carta perfetta per soffocare l’Intifada
Michele Giorgio 11/09/2026
La «nuova» Palestina Per Israele un’occasione unica: raccontò i palestinesi come protagonisti della rete globale del terrore. Ancora oggi questa accusa resiste
Era pomeriggio in Israele e nei Territori palestinesi occupati quando il Boeing 767 dell’American Airlines alle 8.46 di New York si schiantò su una delle Torri Gemelle. A sera una cosa fu chiara a tutti. L’attacco di Al Qaeda sarebbe entrato a gamba tesa nello scontro tra israeliani e palestinesi che già viveva una delle fasi più acute e lo avrebbe condizionato fortemente. Il leader della destra israeliana Ariel Sharon, divenuto a febbraio primo ministro, nemico giurato degli Accordi di Oslo e che un anno prima aveva accesso la miccia della seconda Intifada con la sua «passeggiata» provocatoria sulla Spianata delle moschee di Gerusalemme, colse immediatamente l’occasione per presentare la repressione nel sangue della nuova Intifada come parte della «guerra globale al terrorismo» annunciata da George W. Bush. «Yasser Arafat è il nostro Osama bin Laden», proclamò ripetutamente mentre sugli schermi tv passavano le immagini del crollo delle Torri della polvere mortale che avvolgeva New York.
Arafat, leader storico dell’Olp e dal 1994 presidente dell’Autorità nazionale palestinese(Anp), comprese subito le conseguenze che l’attacco avrebbe avuto sui palestinesi alla luce della affermazione fatta da Sharon. Per Ariel Sharon, Arafat rappresentava tutti i palestinesi, senza esclusioni, il nemico premiato con il Nobel per la pace e che da decenni invocava uno Stato per il suo popolo, anche se solo su una parte minima del territorio della Palestina storica. Un nemico stimato da molti in Occidente per aver accettato la pace con Israele. Ma non riconosciuto da lui. Cercando di correre ai ripari, Arafat condannò apertamente gli attentati, offrì la solidarietà dei palestinesi al popolo americano e cercò di salvare il rapporto con Washington. Si fece riprendere mentre donava il sangue per i feriti dell’11 settembre e ordinò di impedire in Cisgiordania e Gaza i festeggiamenti di quei palestinesi che distribuivano in strada dolci e caramelle per celebrare l’attacco subito dagli Stati uniti alleati di Israele. Non sarebbe servito a nulla. Il processo di Oslo, già ridotto a brandelli, era giunto alla fine anche se l’agonia si prolunga fino ai nostri giorni.
A rendere evidente che il terremoto politico innescato dagli attentati negli Usa avrebbe oscurato la causa palestinese e lasciato ampia libertà di azione a Israele nella repressione dell’Intifada, si comprese subito, il 12 e il 13 settembre. L’esercito israeliano già impegnato con ingenti forze in Cisgiordania lanciò operazioni violente a Nablus e Jenin, da cui, sosteneva l’intelligence militare, erano partiti nel primo anno della rivolta palestinese gli attentatori responsabili di attacchi suicidi nelle città israeliane che avevano fatto numerose vittime. Il nome di Balqis Arda, una bambina di 8 anni uccisa dal fuoco dei soldati con altri dieci palestinesi inpoche ore a Tubas, Tamun, Qabatiya, Arrabe, Jenin e Nablus, passò inosservato. Era l’inizio di un oblio mediatico in cui sarebbe accaduto di tutto, con l’approvazione della Casa bianca che sei mesi dopo avrebbe dato l’ok all’operazione Muraglia di difesa concepita da Sharon per la riconquista delle città autonome palestinesi in Cisgiordania. Arafat aveva un controllo sempre più fragile. Accusato da Sharon di «fomentare il terrorismo», fu confinato nel suo quartier generale, la Muqata, a Ramallah, da dove sarebbe uscito solo per andare a morire in Francia nel novembre 2004 per una misteriosa malattia del sangue. Il sospetto di un avvelenamento è vivo ancora oggi.
Mentre Bush pianificava l’invasione dell’Afghanistan, il governo Sharon ebbe modo di collocare la propria guerra ai palestinesi in una cornice internazionale nuova. Fino ad allora Israele aveva dovuto fare i conti con una distinzione che una larga porzione della comunità internazionale considerava fondamentale: l’occupazione dei Territori e le rivendicazioni nazionali palestinesi stavano da una parte, il terrorismo internazionale dall’altra. Dopo l’11 settembre quella distinzione diventò assai più difficile da mantenere. Il messaggio israeliano fu semplice e potentissimo: Israele e Stati uniti erano vittime dello stesso nemico.
La formula in effetti non era nuova. Già con l’inizio della seconda Intifada, da parte di Israele l’accusa di terrorismo non riguardò solo gli attentati suicidi e gli attacchi contro i civili ma qualsiasi forma di resistenza anche non armata dei palestinesi. Israele sostenne che anche la propria lotta contro Hamas, Jihad islamica e altri gruppi era parte dello stesso scontro. Non fu risparmiata l’Anp: i suoi apparati di sicurezza e di intelligence nei due-tre anni successivi divennero bersaglio abituale dell’esercito israeliano. A sancire la svolta furono le parole dell’architetto delle relazioni internazionali dello Stato ebraico, Shimon Peres, premiato con il Nobel assieme ad Arafat e a Yitzhak Rabin. A un giornalista che voleva sapere se all’indomani dell’11 settembre Israele avrebbe avuto piena libertà di manovra in Cisgiordania e Gaza, Peres rispose: «La questione non è tanto il grilletto degli israeliani quanto l’intelligenza dei palestinesi, sta a loro scegliere da che parte stare».
Parole che ponevano i palestinesi e i loro leader di fronte a una scelta che non credevano di dover fare. Perché la causa palestinese non era collegata ad Al Qaeda. Ma la guerra contro Osama bin Laden aveva ormai cominciato a sovrapporsi alla questione palestinese e la distinzione fra terrorismo internazionale e lotta dei palestinesi all’occupazione diventò più difficile da far valere. E il passo fu breve verso la dichiarazione con cui Sharon qualche mese dopo dichiarò Arafat «non più rilevante» come interlocutore e intensificò le misure contro l’Anp. La trasformazione prodotta dall’11 settembre era ormai compiuta. Non era stata Al Qaeda a provocare la seconda Intifada, né gli attentati di New York e Washington avevano creato lo scontro israelo-palestinese. Ma la «guerra globale al terrorismo» fornì a Israele una nuova cornice narrativa e politica per descrivere la propria campagna militare. L’occupazione, gli insediamenti coloniali, la nascita di uno Stato indipendente e gli accordi di Oslo vennero oscurati.
È l’eredità politica dell’11 settembre a cui abbiamo assistito specialmente in questi ultimi anni. L’attacco alle Torri ha mutato il vocabolario attraverso il quale il Medio Oriente veniva raccontato. Per il mondo, o meglio l’Occidente, non era più una questione di occupazione militare israeliana da far cessare e di libertà e indipendenza per un intero popolo, ma solo una vicenda di terrorismo e sicurezza. Per certi versi, il dopo 7 ottobre 2023 è stato un nuovo capitolo mediatico e politico di quanto avvenuto nel dopo 11 settembre 2011. Sul tavolo non ci sono i diritti, la legalità internazionale e la ricerca di soluzioni negoziate, ma solo la sicurezza e l’uso della forza.
Il crimine collettivo, dal vertice alla base
Yuval Abraham, Rachel Szor
Il film Naza Il genocidio dei palestinesi è un atto premeditato e intenzionale di cui i soldati sanno tutto. Diranno: abbiamo eseguito gli ordini. L’obiettivo è anche su Tel Aviv, la città-bolla in cui la vita va avanti con le stragi a soli 60 chilometri
Nel corso degli ultimi tre anni, sui tetti di Tel Aviv, abbiamo condotto interviste notturne a 24 soldati israeliani che hanno avuto un ruolo attivo nell’offensiva di Israele contro Gaza. Per la maggior parte ufficiali dell’intelligence, che lavoravano davanti a degli schermi e partecipavano a distanza all’uccisione di massa dei palestinesi.
Le loro testimonianze costituiscono la base di NAZA, un nuovo documentario – prodotto dal Guardian e da James Wilson e con Jonathan Glazer come produttore esecutivo – che abbiamo diretto e presentato alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
ABBIAMO INTERVISTATO questi soldati non perché fosse l’unico modo per conoscere ciò che Israele ha fatto a Gaza. Chiunque abbia visto la devastazione nella Striscia, ascoltato gli abitanti di Gaza o semplicemente preso sul serio le parole dei leader israeliani avrebbe dovuto riconoscere questa verità già anni fa.
Questo film è stato realizzato per una semplice ragione: eravamo consapevoli che le testimonianze di ufficiali e soldati dell’esercito che ha annientato Gaza – coloro che hanno condotto la sorveglianza, calcolato quante persone innocenti avrebbero probabilmente perso la vita in ciascuna abitazione e dato ripetutamente il via libera al bombardamento di intere famiglie – avrebbero reso ancora più difficile negare i crimini, una negazione che ostituisce una parte di ciò che permette il perpetuarsi di tali crimini ancora oggi.
Questo è un film su un sistema: si concentra sugli ordini, sulle politiche e sui modelli operativi, non sulle deviazioni da essi. La conclusione che traiamo dalle testimonianze è chiara: l’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza non è stata un «tragico effetto collaterale» di una guerra contro Hamas, come viene comunemente rappresentato in Israele, bensì un atto premeditato, calcolato e intenzionale.
È per questo che una commissione dell’Onu, le principali organizzazioni per i diritti umani del mondo, studiosi palestinesi, israeliani e internazionali lo hanno descritto come un genocidio.
Il titolo del film, NAZA, acronimo ebraico di «danno collaterale», è una critica al modo in cui Israele rappresenta l’uccisione dei civili, occultando sia la conoscenza preventiva del numero di persone che con ogni probabilità verranno uccise in ciascun attacco, sia l’intento distruttivo che ha accompagnato la campagna militare fin dall’inizio.
UNO DEGLI UFFICIALI che abbiamo intervistato racconta di essere stato pienamente consapevole, in tempo reale, di centinaia di casi in cui le famiglie conducevano normalmente la propria vita – un uomo che parlava con la moglie, il suono di un programma televisivo, una preghiera, un bambino che piangeva – fin quando lui non ha dato l’autorizzazione a bombardarli. Quando gli è stato chiesto perché, ha spiegato: «Capisci che l’obiettivo è distruggere».
Vista in quest’ottica, la presenza in una determinata casa di una persona che Israele considera un obiettivo da eliminare diventa una questione «collaterale»; anzi, in molti casi, è stato rivelato che l’obiettivo non fosse neppure presente. L’uccisione stessa era il punto.
I soldati che compaiono nel film hanno tutti accettato di parlare a condizione che le loro identità venissero accuratamente celate, per paura della ritorsione di Israele per aver fatto emergere informazioni compromettenti. Alcune delle loro testimonianze erano così urgenti e sconvolgenti che le abbiamo pubblicate quasi immediatamente in una serie di inchieste investigative per +972 Magazine, Local Call e The Guardian.
La maggior parte dei soldati che abbiamo intervistato appartiene a quella che viene comunemente definita l’élite socioeconomica israeliana e ha prestato servizio principalmente in prestigiose unità dell’intelligence.
Alcuni erano consapevoli di aver preso parte a gravi crimini e speravano che parlare apertamente avrebbe contribuito a penetrare i muri della negazione e della giustificazione, costringendo l’opinione pubblica israeliana a confrontarsi con ciò che, anche in suo nome, l’esercito era stato mandato a fare. Altri hanno accettato di parlare solo dopo mesi di riflessione: per senso di colpa, vergogna o persino orgoglio per quelli che consideravano i propri successi professionali.
IL NOSTRO FILM per una scelta deliberata, non si sofferma sulle loro motivazioni. L’interesse principale è l’uccisione in sé e ciò che la rende possibile. Dedicare troppo spazio alle convinzioni morali e politiche delle nostre fonti avrebbe rischiato di spostare il centro dell’attenzione lontano dalle vittime. Rischio che non volevamo correre.
Concedere l’anonimato a persone che, secondo le loro stesse dichiarazioni, hanno preso parte a crimini orribili non è una decisione presa alla leggera. Ma, considerata la continua perpetrazione di questi crimini, abbiamo ritenuto di avere l’obbligo di rendere pubblici i loro racconti, nella speranza che potessero contribuire agli sforzi per porre fine all’offensiva.
Le testimonianze dei soldati chiamano in causa anche un sistema molto più ampio, del quale i vertici politici e militari di Israele portano la responsabilità ultima. Ci auguriamo che il film possa contribuire a ottenere l’accertamento delle responsabilità per i gravi crimini commessi da Israele e la giustizia per le loro vittime.
Ma il film non è soltanto una raccolta di testimonianze di soldati. Abbiamo anche rivolto l’obiettivo della macchina da presa verso Tel Aviv e i suoi abitanti durante la notte, interrogando la città nella quale, come una bolla, la vita quotidiana continua mentre i palestinesi vengono massacrati a soli 60 chilometri di distanza.
Attraverso il nostro sguardo sulla città dalla quale viene gestita la guerra contro Gaza, abbiamo cercato di osservare i meccanismi del conformismo che rendono possibile un’indifferenza così diffusa.
NEL FARLO, ci siamo ritrovati a porci domande che si poneva la generazione dei nostri nonni, domande che le persone in tutto il mondo si sono poste dopo aver appreso di atrocità e genocidi avvenuti altrove: come può un gruppo di esseri umani acconsentire alla completa disumanizzazione di un altro gruppo? E che aspetto ha un sistema genocidario visto dall’interno?
Negli anni a venire – forse in un’era post-Netanyahu, se mai un’epoca simile arriverà – alcune parti del campo liberale israeliano potrebbero cercare di prendere le distanze dai crimini commessi a Gaza, attribuendoli al governo di estrema destra. Sebbene questo governo porti la responsabilità principale per l’uccisione di più di 73mila persone, per la maggior parte civili, sulla scia dei criminali massacri compiuti da Hamas il 7 ottobre.
Una parte significativa di queste uccisioni è stata compiuta da soldati provenienti dal cuore stesso del campo liberale israeliano: ufficiali dell’intelligence e dell’Aeronautica che prestavano servizio nelle unità più prestigiose dell’esercito.
I piloti dell’Aeronautica potrebbero sostenere di essersi limitati a seguire gli ordini, di aver ricevuto un insieme di coordinate, sganciato la bomba ed essere tornati alla base senza sapere che cosa avessero colpito. I soldati di fanteria si difenderanno dicendo che non sempre sapevano chi stavano colpendo, in parte a causa della nebbia della guerra. Per quanto discutibili possano essere queste difese, non può esserci alcun dubbio su ciò che sapeva il personale dell’intelligence.
VEDEVANO con i propri occhi e sentivano con le proprie orecchie che le case che stavano «incriminando» erano piene di famiglie. Sapevano che le vaste quantità di «autorizzazioni NAZA» non erano collegate ad alcun obiettivo di significativo valore militare. Eppure svolgevano il loro ruolo nella macchina della morte, senza nessun atto di rifiuto o di resistenza.
Il film mostra come appare un sistema di uccisione quando si fonda sull’idea che «a Gaza non ci sono innocenti» o, come si potrebbe esprimere nel linguaggio dell’intelligence, «a Gaza non esiste la NAZA». In quanto tale, il film probabilmente minerà le posizioni dei negazionisti, di coloro che seminano dubbi e di quanti si sentono ancora a proprio agio nel vivere nella zona grigia tra il sapere e il non sapere ciò che sta accadendo a 60 chilometri a sud di Tel Aviv.
Il film, presentato a Venezia, arriverà presto a New York, prima di essere distribuito in tutto il mondo. Ma è anche rivolto verso l’interno, alla società israeliana. È stato girato interamente di notte, riflettendo la profonda oscurità nella quale è stato creato e nella quale viviamo. Ma senza un confronto onesto con ciò che è accaduto nell’oscurità, nessuno di noi sarà in grado di vedere la luce.
Articolo originariamente apparso sulla rivista israeliano-palestinese +972mag
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