IN CILE È ANCORA IL 9/11 da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IN CILE È ANCORA IL 9/11 da IL MANIFESTO

In Cile è ancora il 9/11

Claudia Fanti  11/09/2026

America latina A 53 anni dal golpe fascista ordito dagli Usa per porre fine all’esperimento socialista di Allende, la destra pinochetista è di nuovo al governo. E sta lavorando a un altro stato di eccezione 

Erano circa le nove dell’11 settembre di 53 anni fa quando Salvador Allende, asserragliato nel palazzo della Moneda insieme ai suoi fedelissimi, veniva informato che un aereo era pronto a condurlo in salvo fuori dal paese. Come se per lui la fuga fosse accettabile. «Io non rinuncerò», aveva assicurato nel suo ultimo, immortale discorso, diffuso da Radio Magallanes in mezzo a rumori di esplosioni e spari: «pagherò con la mia vita la lealtà del popolo». Così, dopo aver organizzato l’evacuazione del palazzo, Allende si era diretto al Salón Independencia, si era seduto su un divano, si era messo tra le ginocchia il fucile AK-47 regalatogli da Fidel Castro e si era sparato.

E SE ALLA VERSIONE ufficiale del suicidio si sarebbero affiancate altre ricostruzioni, secondo cui il presidente, che una celebre foto ritrae con il casco e il mitra, sarebbe morto in uno scontro a fuoco, ciò che conta è che dalla Moneda, come aveva promesso, era uscito solo da morto, avvolto in un poncho e portato via dai soldati, come mostra un’altra foto passata alla storia. Ci aveva provato, Allende, a scongiurare il golpe. Il giorno prima, secondo quanto emerso da un audio che l’ex ministro degli esteri cileno Orlando Letelier aveva registrato nel 1974 all’uscita dal campo di concentramento di Isola Dawson, Allende aveva organizzato un pranzo di carattere riservato allo scopo di individuare le misure necessarie per fermare il colpo di stato in corso: la convocazione di un plebiscito proprio per quell’11 settembre e la rimozione di sei o sette generali identificati come golpisti, in attesa di procedere a depurare l’esercito anche a livelli più bassi. Non ci sarebbe stato il tempo.

Terminava così, nel modo più tragico, l’esperienza di governo di Unidad Popular, con le sue riforme economiche e sociali: la nazionalizzazione del rame e delle principali banche e industrie, l’espropriazione delle grandi proprietà terriere per ridistribuire la terra ai contadini e creare cooperative agricole, la tassazione delle plusvalenze, l’aumento dei salari, il miglioramento dei servizi sanitari pubblici, il potenziamento dell’accesso all’istruzione per le classi popolari.

Che gli Stati uniti lo accettassero era impensabile. Kissinger, all’epoca segretario di Stato di Nixon, si era attivato contro Allende addirittura prima che venisse eletto. Celeberrima, e agghiacciante, la frase da lui pronunciata in una riunione del 1970: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo. La questione è troppo importante perché gli elettori cileni possano essere lasciati a decidere da soli».

QUALE INDICIBILE orrore sia avvenuto dopo è storia nota i carri armati per le strade, i rastrellamenti, i sequestrati ammassati nello Stadio Nacional della capitale, diventato il più grande campo di concentramento, detenzione e tortura a cielo aperto del paese, per il quale sarebbero transitate tra le 12mila e le 20mila persone, tra studenti, operai, sindacalisti, giornalisti ed esponenti politici legati al governo deposto.

Lì, in quello stadio, il 21 novembre di quell’ anno il Cile si sarebbe qualificato per i mondiali di calcio giocando da solo senza avversari, con un grottesco gol a porta vuota, a causa del rifiuto categorico dell’Unione sovietica di scendere in campo, decretato agibile dalla Fifa dopo un’ispezione sommaria, nonostante i prigionieri fossero stati semplicemente nascosti o trasferiti altrove.

Eppure, mentre in tutto il mondo cresceva la preoccupazione per le violazioni dei diritti umani da parte del regime di Pinochet, Kissinger nel giugno 1976 portava i suoi omaggi al macellaio cileno: «Vogliamo aiutarti, non indebolirti. Hai reso un grande servizio all’Occidente rovesciando Allende».

Dopo 17 anni di dittatura, il «grande servizio all’Occidente» si sarebbe tradotto in oltre 3.200 persone scomparse o giustiziate e in più di 40mila vittime totali di abusi, arresti illegali e torture documentate, mentre, per il carnefice che quel servizio lo aveva offerto, i guai giudiziari sarebbero cominciati solo nel 1998, con il mandato di cattura internazionale emesso contro di lui dal giudice Baltasar Garzón per la scomparsa di cittadini spagnoli avvenuta durante la dittatura.

ACCUSATO DI GENOCIDIO, terrorismo e tortura, Pinochet viene arrestato a Londra, ma il 2 marzo 2000 il ministro dell’interno britannico Jack Straw lo rimette in libertà permettendogli di tornare in Cile. Incriminato finalmente anche nel suo paese, riesce a farla franca evitando una condanna definitiva e morendo d’infarto nel 2006, a 91 anni. A farla franca ha continuato anche da morto: 53 anni dopo il golpe, invece del sogno di Allende – quello dei «grandi viali per dove passerà l’uomo libero per costruire una società migliore» – è la realtà brutale della sua eredità a dominare la scena.

Dopo la clamorosa, inappellabile bocciatura della nuova Costituzione al plebiscito del 4 settembre 2022 – tragico epilogo della tumultuosa e feconda stagione politica avviata dall’estallido social del 2019 – e dopo l’altrettanto clamoroso fallimento di un governo il cui programma, se rispettato, avrebbe invece potuto cambiare il volto del paese, a conquistare la presidenza è stata addirittura l’estrema destra pinochetista: quella rappresentata da José Antonio Kast, figlio di un nazista, primo presidente ad aver votato a favore di Pinochet nel plebiscito del 1988 che avrebbe posto fine al regime militare, e ad averne sempre rivendicato orgogliosamente l’eredità. E anche il primo che non terrà alcuna cerimonia ufficiale per l’11 settembre.

COSÌ, MENTRE SOLO una parte del paese, in mezzo al revisionismo dilagante, ricorda il 53.mo anniversario del golpe, al congresso è in discussione una riforma costituzionale sulla sicurezza pubblica il cui tratto principale è dato dall’introduzione, in caso di minacce all’ordine interno, di uno stato d’eccezione per la durata di 120 giorni (prorogabili) che, senza bisogno di passare per il Congresso, concederebbe al presidente facoltà simili a quelle previste in tempo di guerra. Una riforma accompagnata da un disegno di legge rivolto a inasprire le sanzioni contro chi interrompe o ostacola la libera circolazione, con l’obiettivo di contrastare le barricate sulle strade.

Il presidente ha detto di non scartare a priori l’indulto ai condannati per crimini di lesa umanità commessi durante la dittatura. Pinochet, dalla sua tomba, non fa che ridere.

11 settembre 1973, il golpe che ha cambiato il mondo

Roberto Livi  11/09/2026

Cile Nella fine violenta dell’”esperimento” di Allende, sostenuta dagli Usa, un messaggio anche all’Europa 

Le foto del presidente Salvador Allende con elmetto e un Kalashnikov, degli aerei Hawker-Hunter che bombardavano il palazzo presidenziale La Moneda e del generale Augusto Pinochet con gli occhiali scuri che guidava la giunta golpista fecero il giro del mondo. Nessun colpo militare in America latina ebbe in tutto il pianeta un impatto così forte come quello perpetrato in Cile l’11 settembre 1973, afferma il professor Alan Angell (Università di Oxford). Per questo il golpe, frutto dell’alleanza della destra reazionaria politica e militare e dell’attivo appoggio degli Usa, suscitò sorpresa e indignazione.

LA VITTORIA di Unidad Popular nell’eleggere il socialista Allende come presidente nel 1970, come pure il processo pacifico di generare cambiamenti politici, sociali ed economici del socialismo cileno avevano suscitato grande interesse non solo nel subcontinente latinoamericano, ma in molti altri paesi. Soprattutto in Europa.
L’America latina si trovava sotto l’influenza di due modelli di sovranità e indipendenza volti a un cambiamento progressista: quello “rivoluzionario” di Cuba e di Fidel Castro e quello pacifico e politico del Cile di Allende e della coalizione Unidad popular.

La sconfitta della teoria del “foco” rivoluzionario (osteggiato anche dall’Unione sovietica e dai Pc satelliti) avvenuta con l’uccisione del Che nel 1967 e il viaggio di Fidel a Santiago del Cile nel 1971 facevano ipotizzare un’integrazione tra le due esperienze. Un’ipotesi questa che trovava una forte opposizione sia nella Casa bianca che nel Pentagono. Per Henry Kissinger, teorico e responsabile della politica estera dell’amministrazione repubblicana di Nixon, l’esperimento di governo socialista eletto democraticamente presieduto da Allende doveva fallire, perché gli Usa potessero mantenere il loro controllo imperiale nel «cortile di casa». Con ogni mezzo. Dagli scioperi dei camionisti, al golpe del fellone Pinochet. I campi di concentramento, gli assassinii, i desaparecidos, le brutali violazioni dei diritti umani, l’opposizione eliminata o costretta all’esilio erano per Kissinger «un male necessario» per combattere il pericolo marxista.

IN EUROPA, dove all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso iniziavano a porsi le basi di quello che poi sarebbe stato definito l’eurocomunismo – che sostanzialmente prevedeva un socialismo necessario e possibile in paesi a democrazia pluralista e dunque una linea indipendente dall’Urss- l’”esperimento” di Allende era seguito con interesse soprattutto in Italia e Francia. E fu proprio in questi paesi che la “lezione del Cile” (data dagli Usa) ebbe maggior reazione. Il partito socialista francese dibatté a lungo e arduamente come modificare la sua tattica politica. Con il saggio -3 articoli sulla rivista Rinascita – Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile, Enrico Berlinguer formulò la nota linea del “compromesso storico”in cui il segretario del Pci proponeva alla Dc una collaborazione di governo. In sostanza, si accettava che gli Usa non avrebbero permesso una modifica degli equilibri geopolitici di Yalta.

La lunga dittatura di Pinochet (1973-90) è stata in seguito giustificata – o addirittura apprezzata – in base a tre fattori: ha messo fine al pericolo marxista in America latina; ha permesso per anni una stabilità politica al Cile e, la più citata, ha prodotto una considerevole crescita economica la paese.

I PRIMI DUE FATTORI, ideologici, hanno avuto smentite fattuali: nei primi quindici anni di questo secolo la cosiddetta “marea rosa”, ovvero governi socialisti eletti, più o meno radicali, si è estesa dal Venezuela all’Argentina, passando dall’Ecuador, Bolivia, Uruguay, Paraguay e, soprattutto, Brasile (Lula e Dilma). E negli ultimi mesi in Cile, con la vittoria delle forze progressiste nel referendum (ottobre 2020) sulla Convenzione costituente, l’Assemblea è già al lavoro su un’ipotesi di una Carta Magna progressista, che garantisca salute ed educazione pubblica, eguaglianza di genere e il riconoscimento e i diritti ai popoli originari che erano stati loro negati.

PER QUANTO RIGUARDA la stabilità politica – di cui ha goduto sostanzialmente l’oligarchia – essa è stata pagata duramente dalle masse popolari: negli ultimi anni della dittatura la disoccupazione ha raggiunto il 30% mentre il 40% dei cileni era sotto la soglia della povertà. Il Cile lasciato in eredità da Pinochet è afflitto dalla forbice sociale più larga del subcontinente.

Anche le conquiste economiche vantate sia dai Chicago Boys di Milton Friedman che dai seguaci di Friedich Hayek (libero mercato e democrazia limitata dai militari) devono essere sottoposte al vaglio dei fatti: il tasso di crescita annuale dei 17 anni di dittatura non supera il modesto 2%; le privatizzazioni e la riduzione delle spese sociali hanno avuto gravi conseguenze nella qualità della salute e della educazione pubblica, e vi sono state due severe recessioni , nel 1975 e nel 1982-83.

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