IN POLITICA SI FANNO gli INTERESSI del PAESE, NON i PROPRI INTE…RENZI da IL MANIFESTO, REPUBBLICA, CORSERA, SOLE 24 ORE
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IN POLITICA SI FANNO gli INTERESSI del PAESE, NON i PROPRI INTE…RENZI da IL MANIFESTO, REPUBBLICA, CORSERA, SOLE 24 ORE

Tutti contro il M5S miopie del centrosinistra

GOVERNO. Conte non è un politico e non ha esperienza politica. Né pare attorniato da competenze in grado di sostenerlo. Si è ritrovato un Movimento senza progetto e con una rappresentanza parlamentare indisciplinata e resa nervosissima dalla prospettiva di essere definitivamente espulsa dalla scena politica. Non gli hanno dato tregua. Accanendosi su quelle poche misure che il Movimento iscrive a suo merito: reddito di cittadinanza in testa

Alfio Mastropaolo  17/07/2022

Come sempre capita alla politica italiana, ma non solo a quella, situazione disperata, ma non seria. Premessa: un movimento, o un partito, qualche che sia, è un fatto sociale. Come tale lo plasmano chi l’inventa, chi lo dirige, chi lo abita, ma pure i suoi concorrenti: alleati e avversari. Il Movimento 5 Stelle è un fatto sociale assai complicato. L’ha inventato, per scherzo, o dileggio, un comico che aveva qualche motivo per odiare i partiti convenzionali. Forse non se l’aspettava, ma l’iniziativa ha avuto successo. Il consenso sulle piazze l’ha indotto ad avventurarsi sul terreno elettorale, con un numero crescente di voti. Li ha presi dapprima profittando degli arretramenti programmatici e del decadente costume politico del centrosinistra.

Ha quindi risucchiato un po’ di voti da destra: disorientati dal declino del berlusconismo e della Lega di Bossi l’hanno votato in parecchi. Se non che, il M5S non aveva alcun programma – tranne l’«odio» per la politica – né una leadership e un personale politico. Difficile immaginare una leadership più improvvisata di quella di Grillo (per un po’ di tempo contenuta da Casaleggio sr.) e una rappresentanza politica reclutata in maniera più sgangherata.

Almeno le forze politiche di centrosinistra avrebbero dovuto accoglierlo con una riflessione matura, che approfondisse le ragioni del fenomeno. L’hanno classificato come una degenerazione populista, non pure peggio della destra berlusconiana, leghista e, più recentemente, a guida Meloni. Anzi: il partito dell’odio della politica ha suscitato nel centrosinistra – è la pena del contrappasso – una folla di haters, che l’hanno demonizzato, senza provarsi né ad approntare un antidoto, rinnovando la loro offerta politica in funzione degli elettori che se n’erano andati, né a superare i pregiudizi e instaurare una qualche collaborazione. Impresa, quest’ultima, difficile, ma non irragionevole, come si è poi dimostrato.

Piuttosto, il Movimento, sopraffatto dopo le ultime elezioni da una responsabilità ben superiore alle sue forze, è stato indotto a stipulare un disastroso contratto di governo con la Lega, conclusosi, com’era inevitabile, in fallimento. Finché il Pd si è deciso ad azzardare un’apertura che ha condotto al governo rossoverde. In questo estremo disordine, il Movimento ha trovato una figura di riferimento in Giuseppe Conte. Prima arruolato per presiedere il governo con la Lega e poi confermato alla guida della coalizione col Pd. Si può discutere quanto si vuole il suo operato come presidente del consiglio. Fatto sta che i sondaggi hanno testimoniato un elevato apprezzamento nel corso della difficilissima prima fase di contrasto alla pandemia. È per questo apprezzamento che, una volta licenziato il governo col Pd (e con Italia Viva), Conte si è ritrovato alla testa del Movimento. L’impresa era improba. Una volta perso l’elettorato che era giunto da destra, perché la destra si era riorganizzata intorno a Salvini e Meloni, lui ha provato a riposizionarlo proprio sui temi che il Pd aveva abbandonati.

Poteva essere la premessa di una fruttuosa divisione del lavoro: l’hanno capito Zingaretti, Bersani, Letta e qualcun altro. Ma proprio questo ha sovreccitato gli haters del Movimento: il partito mediatico di Repubblica/Corriere e le microformazioni che si sono (abusivamente) indossano l’etichetta di riformiste. Che hanno capito che la manovra avrebbe spostato un po’ più a sinistra un’eventuale coalizione da opporre alla destra.

Conte non è un politico e non ha esperienza politica. Né pare attorniato da competenze in grado di sostenerlo. Si è ritrovato un Movimento senza progetto e con una rappresentanza parlamentare indisciplinata e resa nervosissima dalla prospettiva di essere definitivamente espulsa dalla scena politica. Non gli hanno dato tregua. Accanendosi su quelle poche misure che il Movimento iscrive a suo merito: reddito di cittadinanza in testa. Non ha nemmeno aiutato l’azione del governo Draghi, dove le componenti più sensibili alle difficoltà delle classi popolari e del Mezzogiorno sono state sistematicamente mortificate.

Conte ha fatto molte mosse sbagliate. Chi avrebbe fatto di meglio? Draghi, per parte sua, non ha mostrato gran capacità di mediare. Sarà perché difetta anche lui d’esperienza politica, sarà perché avverso alle misure richieste dai 5 Stelle. Alla fine, Conte ha compiuto la mossa che non si aspettavano nemmeno i suoi nemici più accaniti: preferivano seguitare a logorarlo.
La conclusione è che Draghi si è dimesso e le elezioni si avvicinano. Ad esser realisti, il Pd, se gli va bene, arriva al 25 per cento.

Un accordo coi soi-disant riformisti arriverebbe al 30 per centro. Gli haters illusoriamente ripropongono la vocazione maggioritaria di veltroniana memoria, ma il loro sogno è probabilmente una maggioranza Letta-Renzi-Calenda-Giorgetti. Mal che vada, per loro è un governo Meloni-Salvini è preferibile a un’intesa stabile coi 5 Stelle entro il centrosinistra. Saranno esauditi. Meloni e Salvini arriveranno al governo, combineranno un disastro, l’Europa che conta li punirà, il Pd dovrà un’altra volta dissanguarsi per rimediare, il conto toccherà agli italiani. Cos’abbia in mente il capo dello Stato non lo sappiamo. Ma l’uomo è accorto e ha ributtato la palla in campo. Potrebbe essere un’opportunità, se Draghi si mostrerà più incline a mediare e glielo consentiranno. Non è detto.

Renzi: “Chi ha perso non può governare. Incontro con Di Maio sì, fiducia a governo M5s no”

L’ex segretario del Partito democratico chiude a qualsiasi ipotesi di alleanza con il Movimento e la Lega. La replica del leader M5s: “Ex premier ha ego smisurato, Pd non riesce a liberarsi di lui”. E annuncia: “Ci saranno novità”

PIERA MATTEUCCI  29 APRILE 2018ROMA – “Siamo seri, chi ha perso le elezioni non può andare al governo. Il Pd ha perso, io mi sono dimesso: non possiamo pensare che i giochetti dei caminetti romani valgano di più della scelta degli italiani”. Matteo Renzi, segretario dimissionario del Pd, ospite a ‘Che tempo che fa‘ di Fabio Fazio non ha dubbi: non si può ignorare l’esito delle elezioni del 4 marzo: “Chi ha vinto, deve assumersi la responsabilità e governare”, dice Renzi, che non esclude un incontro con il leader del Movimento 5 stelle, ma dice un categorico ‘no’ al sostegno all’esecutivo: “Un incontro con Di Maio sì, la fiducia a un governo M5s no”.
C’è, dunque, disponibilità a discutere sulle riforme, “ma non siamo disponibili sulle poltrone…Non siamo disponibili a diventare soci di minoranza della Casaleggio”. E la sua posizione, dice Renzi, è condivisa dalla maggior parte dei senatori dem: “Su 52 senatori Pd, almeno 48 devono votare a favore. Io di disponibili alla fiducia a Di Maio non ne conosco uno”.
hi ha perso le elezioni non può governare” Nessuno spiraglio verso un’alleanza e parole ferme, alle quali replica poco dopo Luigi Di Maio: “Il Pd non riesce a liberarsi di Renzi nonostante l’abbia trascinato al suo minimo storico prendendo una batosta clamorosa. Altro che discussione interna al Pd. Oggi abbiamo avuto la prova che decide ancora tutto Renzi col suo ego smisurato”, si legge in un post su Facebook. E aggiunge: “Noi ce l’abbiamo messa tutta per fare un governo nell’interesse degli italiani. Il Pd ha detto no ai temi per i cittadini e la pagheranno”. Poi annuncia: “Domani seguitemi in diretta sulla mia pagina Facebook. Ci saranno novità!”
Senza citare esplicitamente l’ex premier, in un altro post su Facebook Massimo Bugani, consigliere comunale M5S di Bologna, membro dell’associazione Rousseau e tra gli esponenti più vicini ai vertici del Movimento critica l’ex segretario Pd: “Quando vuol far ridere, sbaglia la battuta. Quando vuol fare lo statista, pecca di arroganza. Quando vuol fare il realista, emerge un finto modesto. Quando vuol giocare in attacco, sbanda in curva. Quando vuol ribaltare la frittata, gli cadono le uova sui piedi”.

• CONFRONTO SI’, MA ALL’OPPOSIZIONE
L’ex presidente del Consiglio, quindi, non esclude il confronto con il leader del Movimento, che a suo parere dovrebbe essere trasmesso in streaming per chiarire una volta per tutte le reciproche posizioni, ma ribadisce che, per lui, il Partito democratico deve restare all’opposizione: “Non possiamo con un gioco di palazzo rientrare dalla finestra dopo che abbiamo perso le elezioni. Se sono capaci ci provino Di Maio e Salvini”. Anche perché, insiste, “abbiamo fatto una campagna elettorale durissima sulla base di proposte specifiche. Non è pensabile ignorare ciò che la gente ci ha detto”.

• ACCORDO IMPOSSIBILE
E sottolinea, ancora una volta, come aveva già fatto in giornata il ministro per lo Sviluppo economicoCarlo Calenda, le distanze con i vincitori delle consultazioni: “Il reddito di cittadinanza per me non sta né in cielo né in terra” dice, ribadendo che alla fine sarà la direzione a decidere sul dialogo con i Cinque stelle, ma che lui è contrario ad un accordo. “Non possiamo essere un alibi” per M5s. Ma non vuole che si parli di ‘renziani’. “Sembra una malattia… Io ho riacquistato la mia libertà. Ci vorrebbe una unaminità per reggere questo governo. Mi sembra difficile”.  L’ipotesi di trovare un accordo è ‘impossibile’: “Non è una ripicca dire di no, ma dignità e etica nel rispetto del voto”.

Anche l’ipotesi di Di Maio premier è irreale, per Renzi: “Lo pensa solo Di Maio. Tanto di cappello a chi ha preso il 32%, ma non è il 51%. O qualcuno gli regala il 19%, ma venire a chiedere i voti a chi hai accusato di essere la causa di tutti i mali d’Italia” è assurdo.

• IL NODO REFERENDUM
Il problema dell’incertezza in cui si trova il Paese adesso, dice Renzi, non dipende dalle elezioni di marzo, ma da quanto successo il 4 dicembre con il referendum: “Salvini e Di Maio avrebbero avuto tutto l’interesse” a votare per il sì, osserva l’ex premier, ma non è stato così. Quindi, se M5S e Lega “non si trovano d’accordo, allora ci vuole che qualcuno si prenda il coraggio di dire che il sistema non funziona”,  visto che non sono state introdotte la riforma costituzionale e la legge elettorale che avrebbero portato ad un ballottaggio.

Per l’ex premier, dunque, “o M5s e Lega fanno il governo” o “scriviamo le regole insieme” per “fare iniziale davvero la terza Repubblica” perché con due Camere “il ballottaggio non è possibile”. E lancia un invito agli avversari: “M5s e Lega scrivetele voi le regole: noi da subito vi diciamo che a meno che non propongano la dittatura, siamo pronti a sederci e dire che va bene”. “Un anno, due anni, un anno e mezzo. Con quale governo? Deciderà il presidente della Repubblica quale la forma migliore”.

Certo, aggiunge ancora Renzi, tornare a votare “sarebbe un gigantesco schiaffo ai cittadini”, perché vorrebbe dire che “quelli che hanno detto ‘abbiamo vinto’ non riescono a fare niente”.

• LITI NEL PD
Ma se con gli avversari la porta a un accordo è chiusa, Renzi non è meno duro con il Pd che “deve guardare in faccia la realtà. Deve smettere di litigare al proprio interno. Sono stato massacrato per cinque anni. C’era una opposizione interna che invece di attaccare Salvini attaccava me”, dice l’ex segretario. “A forza di attaccare me è arrivato Salvini, è arrivato l’altro Matteo, con cui ho in comune solo il nome”.

• CASO FICO
“È grave ed è giusto che Fico venga in Parlamento a chiarire”, ha detto Renzi interrogato da Fazio sull’inchiesta delle Iene che ha ipotizzato che il presidente della Camera si sia avvalso del lavoro di una collaboratrice domestica pagata in nero nella casa della sua compagna. “Il concetto è molto semplice – ha proseguito Renzi – non puoi dire ‘io facevo beneficenza e lei si sdebitava’”.

L’asse tra Cinque stelle e Pd (ostacolato dalla mossa di Renzi)

Il Movimento è riuscito a impedire un governo Pd-FI, ora deve capire come usare i voti. Ma le dimissioni post datate del leader dem rendono impossibile l’intesa per governare

 Massimo Franco  05/03/2018

 Il dilemma è molto grillino: il Movimento Cinque Stelle ha vinto grazie alla sua carica antisistema, o perché le ha affiancato parole d’ordine «governative» e perfino moderate sull’Europa e l’euro? Non è una domanda oziosa, dopo che Luigi Di Maio ha scalato e superato la vetta del trenta per cento dei voti. In realtà, dalla risposta che il M5S si darà, dipende l’atteggiamento di questo inizio di legislatura. E l’inquietudine è palpabile. Nella notte tra 4 e 5 marzo, quando sembrava che la coalizione di centrodestra si avvicinasse alla maggioranza assoluta dei seggi, il vertice del Movimento ha lasciato l’hotel nel cuore romano dei Parioli, luogo delle celebrazioni per la vittoria, con un filo di incertezza. Ieri mattina, sembravano tutti più tranquilli: nel senso che si sono resi conto dell’impossibilità per chiunque di formare una maggioranza.

Dunque, il primo obiettivo che volevano raggiungere sembrava centrato: impedire la saldatura tra il Pd di Matteo Renzi e Forza Italia di Silvio Berlusconi. I due grandi sconfitti sono loro, insieme con l’ipotesi di un nuovo patto, anticamera di un governo di larghe intese. Neanche sommando le due debolezze ci sarebbero i numeri parlamentari. Ma a quel punto si è presentata la seconda questione, più strategica: che cosa fare del successo; come spendere quella massa di voti per formare una maggioranza di governo. L’insistenza sul «senso di responsabilità»; gli appelli deferenti al capo dello Stato, Sergio Mattarella; la disponibilità ad ascoltare le altre forze parlamentari; la possibilità di accettare «figure di garanzia» alla presidenza delle due Camere: sono tutti segni della volontà di partecipare a un esecutivo e di entrare a pieno titolo nelle istituzioni. Eppure, Di Maio sa che qualunque ipotesi di accordo passa per un cambio di leadership e di strategia in primo luogo nel Pd. La permanenza di Matteo Renzi alla segreteria, per quanto ammaccato e totalmente delegittimato dalla sconfitta, allontana il dialogo coi Cinque Stelle.

Il timore, invece, è che il segretario dem stia puntando le sue ultime, logore carte per chiudere qualunque spiraglio; inchiodare il Pd all’opposizione, in modo da provocare l’irrigidimento dei Cinque Stelle; e scommettere sull’ingovernabilità. Questo complica le mosse del primo partito emerso dalle urne. Si intuisce dall’irritazione di Alessandro Di Battista, che vede un Renzi «veramente in confusione. E non se ne rende conto. Per non dimettersi è disposto a frantumare quel che resta del Pd». Il M5S sa che senza una sinistra «derenzizzata» la situazione rimarrà bloccata. E il «giglio magico» renziano fa di tutto per accreditare una scelta di continuità. Definisce «ipotesi dell’irrealtà» qualunque apertura ai Cinque Stelle. Si ha la consapevolezza che il Pd è a rischio di implosione; e che le dinamiche interne saranno lente, con Renzi intenzionato tuttavia a scandirle col suo potere di segretario eletto dal congresso. «Non faremo da stampella a un governo di estremisti», è il mantra renziano. E le dimissioni al rallentatore, annunciate ma rinviate fino alla formazione di un eventuale governo, sembrano fatte apposta per alzare una barriera.

D’altronde, secondo i dati dell’Istituto Carlo Cattaneo di Bologna, il M5s «ha prosciugato il serbatoio dei voti al Pd» al centro e al nord: sono avversari irriducibili. Ma i Cinque Stelle appaiono spaventati dall’eventualità che questo provochi, a medio termine, una reazione negativa dei mercati finanziari. Finora, sono stati tutto sommato prudenti: come se avessero scontato in anticipo la vittoria delle forze populiste. Se il tempo passasse senza che si formi una maggioranza, però, potrebbero dare segni di nervosismo nei confronti dell’Italia. I commenti trionfali dei partiti euroscettici del Continente per l’affermazione di Lega e M5S rappresentano un bacio avvelenato per un Movimento che si è sforzato di far dimenticare l’ostilità all’Ue e all’euro. L’unica certezza che affiora nel dopo voto, sembra quella di escludere un’alleanza con Matteo Salvini: proprio per evitare ripercussioni negative a livello internazionale. Ma quelle sponde che in passato i Cinque Stelle hanno sempre sdegnosamente rifiutato, ora appaiono indispensabili. E meno afferrabili di quanto pensassero.

Renzi chiude al M5S: chi ha perso non può andare al governo. Ma rilancia patto su riforme

 Riccardo Ferrazza e Andrea Marini  29/04/2018

Tutto sospeso in attesa del Pd, ma si pensa a data elezioni

«Siamo seri, chi ha perso non può andare al governo. Il 4 marzo non è stato uno scherzo. Ora tocca a loro governare. Non possiamo rientrare dalla finestra con un gioco di palazzo». L’ex segretario del Pd Matteo Renzi, intervenendo a Che tempo che fa, la trasmissione di Fabio Fazio su Rai 1, chiude a un governo Pd-M5S. «Incontrarsi è un bene – ha aggiunto – si sono incontrate le due Coree. Si possono parlare anche Pd e 5 stelle. L’incontro, anzi – ha sottolineato – andrebbe fatto in streaming, per vedere se hanno cambiato idea sui vaccini, sulla Tav, sul reddito di cittadinanza. Incontrarsi con Di Maio sì, votare la fiducia a governo Di Maio no», ha precisato. L’ex segretario rilancia sulle riformestop a bicameralismo
E sulla direzione del Pd del 3 maggio, Renzi ha detto: «Deciderà la direzione, il referendum tra gli iscritti… Ma ci sono 52 senatori Pd, almeno 48 devono votare la fiducia a Di Maio per far partire il suo governo. Non ne conosco molti che voterebbero una fiducia a Di Maio» . Ma Renzi ha anche rilanciato sulle riforme, come anticipato dal Sole24Ore: «Se i vincitori non riescono a fare un governo, prima di tornare a votare siamo disponibili a ragionare di riforme costituzionali con tutti, ma la prima proposta deve venire dai vincitori. La nostra è stata già bocciata con il referendum del 4 dicembre 2016». L’ex segretario Pd non ha comunque rinunciato a dare le sue priorità: «Il sistema sta in piedi se c’è una Camera sola. Con due Camere il ballottaggio non è possibile». Se ci saranno i presupposti, si potrà avviare una legislatura costituente con «un governo di tutti. Con chi? Deciderà il capo dello Stato Sergio Mattarella. Un governo che potrà andare avanti un anno o due». Calenda: governo istituzionale aperto a tutti
Nel pomeriggio era intervenuto Carlo Calenda: all’Italia serve «un governo istituzionale, aperto alla partecipazione di tutti i partiti, non composto da figure dei partiti e con obiettivi che siano condivisi», il rispetto «degli obblighi internazionali e che anche metta mano» alla «legge elettorale», ha detto il ministro dello Sviluppo economico (da poco iscritto al Pd e tra i contrari a una intesa con il M5S), a in 1/2h più. Calenda non ha voluto dare un identikit del premier ma si è detto contrario «a un governo di professori. Oggi la grande questione è gestire la realtà e la teoria ha mostrato dei limiti enormi» . Luigi Di Maio rilancia i punti comuni con il Pd
Il leader del M5S Luigi Di Maio, da parte sua, è convinto che una collaborazione con i democratici sia possibile. E lancia, in una lettera al Corriere della sera, un appello elencando i punti in comune su lavoro, povertà, Europa, giustizia: «Credo – scrive Di Maio – che la situazione delicata e un passaggio simile comportino la responsabilità da parte di tutti, quindi qualunque sarà la decisione della direzione deve essere rispettata da tutti». Ne potrebbe derivare non un’alleanza, precisa, che implicherebbe «scambi di poltrone» ma un “contratto” che, assicura Di Maio, «verrà sottoposto alla votazione dei nostri iscritti online sulla piattaforma Rousseau». A Di Maio ha risposto Matteo Orfini, presidente del Pd e vicino a Matteo Renzi: «non basta una letterina di Natale a cambiarne la natura e nascondere la realtà». Salvini attacca l’intesa M5S-Pd
Intanto il leader della Lega Matteo Salvini attacca l’ipotesi di intesa M5S-Pd: «Noi i programmi non li cambiamo in corsa: abolire l’infame legge Fornero sarà la nostra priorità. Voglio andare al governo con chi ci darà una mano per FARE, per realizzare il programma premiato dagli elettori. Gli italiani meritano RISPETTO, altro che governi col Pd!», ha scritto Salvini, su twitter. Tajani: governo di centrodestra di minoranza
Intanto il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani (Fi), è tornato a rilanciare l’obiettivo che sembra essere anche quello di Silvio Berlusconi: In Italia «si può fare un governo di centrodestra di minoranza sostenuto da parlamentari di buona volontà, che si occupi di alcuni punti, lotta all’immigrazione irregolare, lavoro per i giovani, sicurezza dei cittadini», ha detto a Domenica Live. Per Tajani l’avvicinamento tra Pd e M5s sembra «teorico, non credo che il matrimonio si farà, sono troppo differenti, si sono azzannati per anni. Credo che Salvini – ha concluso il presidente del Parlamento europeo – sia una persona leale e corretta e rispetterà gli impegni presi con gli elettori del centrodestra, non farà un governo Lega- 5 stelle». Ipotesi referendum tra gli iscritti dem
Intanto l’idea di un referendum interno al Pd sul dialogo con gli ex arci-nemici del Movimento 5 Stelle è stata rilanciata ieri dal segretario reggente Maurizio Martina. Lo Statuto del Pd attribuisce proprio al leader la possibilità di indire la consultazione. Nel caso di Martina, però, subentrato a Matteo Renzi dopo le sue dimissioni, la “reggenza” escluderebbe questa facoltà. Il ruolo della direzione Pd
L’organismo titolato a sottoporre agli iscritti il quesito (dialogo sì, dialogo no) resta perciò la direzione. Dove, però, serve il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti. L’organismo che si riunirà mercoledì e che sarà chiamato per primo a decidere la linea da tenere per poi sottoporla alla valutazione della “base” conta 210 membri. Quelli considerati fedeli alla linea dell’ex segretario Matteo Renzi (contrario a un accordo con i pentastellati) sono oltre la metà (130). Un veto dell’ex premier sarebbe perciò determinante. Ci sarebbero altre due vie per celebrare la consultazione: la richiesta del 30% dei componenti l’Assemblea nazionale o del 5% degli iscritti. Procedure troppo lunghe rispetto ai tempi imposti dalla crisi post-elezioni. Il regolamento della consultazione
Spetta sempre alla direzione varare il regolamento che deve essere approvato con il sì della maggioranza assoluta dei suoi componenti. Anche in questo caso, perciò, sarebbe determinate la posizione dei renziani. Un dettaglio non da poco. La decisione, infatti, riguarda aspetti decisivi di un eventuale referendum sull’avvio della trattativa con M5S in vista di un governo insieme: solo consultivo (e quindi con esito non vincolante) oppure deliberativo? Aperto a tutti gli elettori (come vorrebbe Andrea Orlando) o riservato ai soli iscritti (come potrebbe concedere al massimo Renzi)?

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