IL “NO ALLA GUERRA” BISOGNA MANIFESTARLO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL “NO ALLA GUERRA” BISOGNA MANIFESTARLO da IL MANIFESTO

Il «No» alla guerra bisogna manifestarlo

LA PACE IN PIAZZA. Preparando la mobilitazione per i giorni 21, 22, 23 ottobre in tutte le città italiane «verso una Conferenza internazionale di pace».

Mao Valpiana*  11/10/2022

Missili puntati sui civili di Kiev, un crimine di guerra. Bisogna fermare la follia assassina del Cremlino che punta sulle città. Ma come? Lanciando altri missili assassini? Vendetta su vendetta, odio su odio, occhio per occhio ci renderà tutti ciechi. È il momento della condanna unanime del criminale ma bisogna farlo senza diventare come lui. La guerra atomica la perdono tutti, chi spara prima o dopo.

La guerra stessa è un crimine contro l’umanità. Eravamo a Kiev la settimana scorsa, con la Carovana “Stop the war now” nella zona universitaria colpita oggi. La gente che abbiamo incontrato ora è nei rifugi della metropolitana, interi quartieri senza luce e senza acqua. È terribile. Noi, che ora siamo qui “al sicuro”, abbiamo ancora più responsabilità: perseguire la via del cessate il fuoco, diplomazia, Conferenza internazionale di pace. Dunque, che possiamo fare?

Se facciamo la manifestazione per la pace, ci dicono che non serve a niente. Se non la facciamo, ci chiedono: Perché non scendete in piazza?». Insomma i pacifisti sarebbero colpevoli di non aver fatto niente, o di aver fatto troppo.  Vale quindi la pena ripercorrere quello che finora abbiamo fatto in questi mesi.

Prima però bisogna fare un passo indietro, quando denunciavamo che l’Italia vendeva armi alla Russia anche dopo l’annessione della Crimea, nonostante l’embargo: veicoli blindati terrestri Iveco per un valore di 25 milioni sono arrivati al regime di Putin e fino a novembre 2021 l’Italia ha trasferito 22 milioni di euro di armi e munizioni.

Quando l’Assemblea generale dell’Onu nel 2017 ha approvato il Trattato per la messa al bando della armi nucleari, noi abbiamo spinto affinché anche l’Italia votasse e ratificasse quella decisione, ma il governo italiano non ha aderito, allineandosi alla posizione nuclearista della Russia e degli Usa.

Sono solo due antefatti che dimostrano come noi ci siamo mossi prima della guerra odierna, in tempi non sospetti, per contrastare il potere militare anche della Russia, mentre altri facevano affari e permettevano a Mosca di armarsi sempre più.
Pochi giorni dopo l’inizio della guerra di aggressione, abbiamo convocato una manifestazione nazionale a Roma con il titolo «Cessate il fuoco!».

Più di 50 mila persone si sono ritrovate sulle tre parole chiave: Soccorrere – Trattare – Disarmare, che hanno costituito la base di impegno programmatico di un movimento che velocemente si è diffuso in tutte le città. Già ad inizio aprile è partita la prima Carovana di Stop The War Now (iniziativa che raccoglie 175 associazioni) in direzione Leopoli, con l’obiettivo di aprire un corridoio stabile per più missioni che potessero trasportare aiuti e portare in salvo più persone possibile. Nei mesi si sono succedute altre carovane, anche a Odessa e Mykolaiv, e abbiamo portato tonnellate e tonnellate di aiuti, compreso un dissalatore per assicurare acqua potabile alla città assediata, e abbiamo portato in salvo in Italia un migliaio di persone, donne e bambini, in fuga dalla guerra.

Il 18 giugno a Roma abbiamo realizzato un incontro pensato per costruire un’Europa di pace, da cui è nato un appello/proposta rivolta all’Unione Europea, e il coordinamento Europe for Peace, che il 23 luglio ha mobilitato 60 piazze italiane, con il documento «cessate il fuoco e negoziato subito».

Il 21 settembre Europe for Peace ha scritto una lettera al Segretario delle Nazioni Unite Guterres, sostenendo il lavoro «necessario a rafforzare percorsi multilaterali di Pace». Dal 26 settembre al 3 ottobre, abbiamo dato vita ad una nuova Carovana di pace in Ucraina, giunta fino a Kiev, per incontrare e stringere rapporti con la società civile, ed in particolare gruppi giovanili di studenti e obiettori di coscienza e il Movimento pacifista ucraino.

Nel frattempo abbiamo creato relazioni costanti con i pacifisti e gli obiettori di coscienza russi, facendo informazione e sostenendo la richiesta all’Unione Europea e ai governi degli stati aderenti di offrire protezione e asilo agli obiettori di coscienza russi, bielorussi e ucraini. Ora stiamo preparando la mobilitazione per i giorni 21, 22, 23 ottobre in tutte le città italiane «verso una Conferenza internazionale di pace».

Questo percorso sfocerà nella manifestazione unitaria nazionale che raccoglierà tutti i contenuti e le proposte elaborate fino ad oggi, e si rivolgerà a tutte le parti chiamate in causa che possono davvero contribuire a creare percorsi di pace. Sarà una manifestazione popolare, oltre i tradizionali steccati della politica, per tutti coloro che condividono il programma tracciato e l’obiettivo finale: tacciano le armi, spazio al negoziato, conferenza internazionale di pace. Una manifestazione non può fermare le bombe, ma può lanciare un messaggio di dialogo e solidarietà con le voci che in Russia e in Ucraina chiedono una pace giusta.

* Presidente del Movimento Nonviolento; Esecutivo di Rete italiana Pace e Disarmo

Se vuoi pace prepara la pace. O no?

IN UNA PAROLA. La rubrica settimanale a cura di Alberto Leiss

Alberto Leiss  11/10/2022

All’armi! All’armi! Si vocifera ormai sempre più insistentemente di una – o addirittura più di una – manifestazione per chiedere la cessazione dei combattimenti nell’ Ucraina aggredita da Putin, e la convocazione di una conferenza, o comunque di trattative per arrivare a una qualche soluzione di un conflitto che rischia di degenerare in guerra nucleare.

La cosa allarma, appunto, a quanto pare alcuni commentatori del Corriere della sera. Dopo Massimo Franco (sabato scorso) e Beppe Severgnini (domenica), ieri ecco l’editoriale di Angelo Panebianco. Il giornale parla quotidianamente, con fondamento, delle vittorie di Zelensky. Il suo appello è invece a non sottovalutare le «vittorie di Mosca» grazie al fatto che «stanchezza e assuefazione» e soprattutto «paura» della bomba – di cui «si bisbiglia a voce bassa» – possano indurre le «opinioni pubbliche europee» a demordere dal pieno appoggio all’Ucraina. Ecco il paradosso: Putin che ora sta perdendo potrebbe spostare a suo vantaggio la situazione.

Nel mirino di Panebianco ovviamente la manifestazione «per la pace» – con virgolette d’autore. Si spera che non venga chiesta «alle vittime come ai carnefici, ma solo a questi ultimi».
È la solita accusa: tutti vogliamo la pace, ma voi la chiedete parteggiando per l’autocrate russo! Gratta il pacifista e trovi il putiniano!

Sembra di capire che l’alternativa è solo quella di condurre la guerra fino alla vittoria. E se si arriva alle bombe atomiche russe? Europa e Nato assicurano già che le risposte saranno adeguate. Biden più esplicitamente parla di Armageddon. L’apocalisse entra tranquillamente nei «bisbigli a bassa voce» davanti al caffè.

Per fortuna proprio il Corriere, giornale aperto a opinioni diverse, mi ha segnalato con una delle sue interessanti news-letter (lo confesso: ho un abbonamento) che sulla più autorevole rivista di politica internazionale americana, Foreign Affairs, si comincia a riflettere proprio sul fatto che si dovrebbe avvicinare l’ora della trattativa, uscendo dalla spirale dell’escalation. Una totale sconfitta della Russia potrebbe essere «un problema per l’America»: già al tempo del crollo dell’Urss che mise fine alla guerra fredda gli Usa non seppero e non vollero guidare l’occidente a una politica di maggiore apertura verso il paese ex-sovietico e alla costruzione di una pace internazionale più stabile.

Lo ha scritto ieri sulla Stampa anche Domenico Quirico: proprio nel momento in cui si avvicina il baratro nucleare forse la pace «diventa possibile». Del resto ci saranno dei motivi se proprio da fonti americane, veicolate dal New York Times, filtrano le notizie sulle responsabilità ucraine nell’attentato alla figlia di Dugin, e nell’esplosione sul ponte di Kerch.

Ma se una spinta in questa direzione viene da un mondo di persone di buona volontà laiche e cattoliche, che certo non tifano per Putin, ecco l’accusa di «antiamericanismo» ecc. Mentre si stiracchiano a proprio uso le parole di un papa che invece mi pare abbia sempre parlato e agito in modo chiarissimo sulla solidarietà a chi è stato aggredito ma anche sulla «pazzia» della guerra.

Infine solo una parola a Beppe Severgnini che da giovane non si faceva ingannare da chi protestava contro i missili americani a Comiso e in Europa. Quelle manifestazioni però, volute anche da uomini come Berlinguer e Pio La Torre, erano rivolte sia contro i Cruise americani, sia contro gli SS20 sovietici. Le testate Usa non arrivarono in Sicilia, e poi Reagan e Gorbaciov decisero di sbaraccarle tutte. Era giusto manifestare allora, come lo è oggi.

Russia/Ucraina, il pericolo di una guerra che ha cambiato natura

CONFLITTO. Biden avrà pure investito nella vittoria dell’Ucraina, ma, finora almeno, ha fatto anche il possibile per impedire che le forze Nato siano trascinate nella guerra o provochino l’uso di armi nucleari da parte russa.

Guido Moltedo  11/10/2022

Chi comanda al Cremlino? Vladimir Vladimirovic Putin. Certo, ancora lui, ma la domanda che si pongono a Washington, nel 229mo giorno di guerra in Ucraina, è reale e seria.

L’evidente cambiamento nella strategia militare russa, con una pioggia di missili e «droni suicidi» su aree civili dell’Ucraina, non è visto solo come una ritorsione, un’escalation se non prevista, prevedibile, in risposta all’esplosione del giorno prima sul ponte di collegamento con la Crimea, è vista come un segnale «politico» molto forte diretto verso diversi obiettivi.

A MOSCA LA CRISI clamorosa della gestione dell’«operazione speciale», culminata nella mancata vigilanza del ponte di Kerch e nella mancata prevenzione di attentati come quello di domenica, ha prodotto importanti siluramenti e sostituzioni ai vertici militari nell’ambito di una manovra di spostamento del baricentro del potere decisionale politico sul lato dei «falchi». Al punto che ci si chiede se Putin dia loro ascolto o ne sia addirittura ostaggio e fino a che punto. Qual è attualmente la forza autonoma del presidente russo, è ancora come spesso è stato definito, per il suo potere ostentato, lo zar?

Le voci di personaggi come quelle del numero due di fatto Dmitri Medvedev, del ceceno Rmazan Kadyrov, del numero uno della Crimea Zergei Aksynov, della star del giornalismo Alexander Kotz risuonano con la sicumera di chi ha il controllo delle leve che contano. Si notano le loro dichiarazioni, sono più del solito coro che accompagna le decisioni del capo supremo. «Non è un atto isolato di rappresaglia ma un nuovo modo di combattere la guerra», dice Kotz, sintetizzando quanto è avvenuto domenica e dandone una lettura politica.

Putin ha dunque ancora il pieno e unico controllo del pulsante nucleare? «Va detto con chiarezza – ha dichiarato il capo del Pentagono, Lloyd Austin – che è lui che prende la decisione [di lanciare un attacco nucleare], la sua è la decisione di un uomo solo. Non ha bilanciamenti, e così come ha preso la decisione irresponsabile di invadere l’Ucraina, può prendere un’altra decisione».

MA È ANCORA COSÌ, è ancora interamente nelle sue mani la valigetta nucleare? Domanda che, da parte americana, non allude solo all’effettiva, attuale gerarchia del potere nel Cremlino, dopo otto mesi di una guerra che è un susseguirsi di fallimenti costellato di errori e di orrori, ma si riferisce all’interlocutore reale con cui costruire una possibile via d’uscita e scongiurare un’escalation fuori controllo del conflitto, che potrebbe culminare nel ricorso all’arma nucleare.

Nella sua ultima sortita, il 6 ottobre scorso, Joe Biden aveva detto parole che in controluce sono state lette come la possibile riproposizione di uno scenario simile a quello che mise fine alla crisi innescata dall’installazione di missili sovietici a Cuba, quando si arrivò sul ciglio del baratro atomico e ci si fermò un millimetro prima grazie a un patto segreto tra Kennedy e Krusciov, che da parte americana, poco dopo, avrebbe comportato il ritiro dei missili di stanza in Turchia, considerati dall’Urss una minaccia diretta. L’americanista Arnaldo Testi, ricostruendo quella crisi, osserva che «il patto era così segreto che la leadership dell’Urss visse la soluzione pubblica delle crisi come un colpo al suo prestigio». È già in corso qualcosa che somigli a quella trattativa, tra Mosca e Washington? E se sì, può continuare alla luce degli ultimi eventi?

COMMENTANDO l’esplosione di domenica scorsa sul ponte di Crimea, il capo degli stati maggiori riuniti, Mike Mullen, ha definito Putin «un animale messo all’angolo, sempre più pericoloso, da prendere molto sul serio, assumendo tutte le misure che sono richieste», ma concludendo che tutto questo «ci parla anche del bisogno di andare al tavolo» (del negoziato).

Un auspicio che il giorno dopo, il lunedì degli attacchi dal cielo ai centri urbani ucraini, si presenta in uno scenario molto diverso, che sembra chiudere spiragli a soluzioni negoziali come quelli che, pur molto ipotetici, sembravano profilarsi prima dell’escalation e prima dunque dell’affermazione al Cremlino del «partito» della guerra a oltranza, di quella che, per dirla con Medvedev, dovrà concludersi con il «completo smantellamento» della leadership ucraina.

LA SOLLECITAZIONE dell’ambasciata americana a Kiev ai connazionali perché lascino l’Ucraina «utilizzando trasporti di terra disponibili e sicuri» suona come la conferma di uno stop a qualsiasi ipotesi di interlocuzione possibile, per quanto super segreta, tra Washington e Mosca. Non significa che sul piano militare ci siano cambiamenti di rilievo per quanto riguarda soprattutto la fornitura di armi a lungo raggio in grado colpire obiettivi nel cuore della Russia. Biden avrà pure investito nella vittoria dell’Ucraina, ma, finora almeno, ha fatto anche il possibile per impedire che le forze Nato siano trascinate nella guerra o provochino l’uso di armi nucleari da parte russa. E l’ha ribadito anche ieri limitandosi a condannare la rappresaglia senza annunciare nuove misure contro Mosca Ma anche questo potrebbe rivelarsi un confine esile e labile, facilmente valicabile dagli ucraini, che – non si sa se secondo un copione concordato con Washington oppure spiazzando gli alleati – hanno compiuto azioni non «coperte» dal Pentagono e della Cia, come lo stesso attacco al ponte di Crimea.

Va detto che se la nuova «maggioranza» che condiziona Putin può infischiarsi delle reazioni indignate di America, Ue e Nato, non altrettanto può fare nei confronti di potenze come Cina e India, che hanno crescente importanza strategica con l’acuirsi del conflitto e l’isolamento russo. Ed è infatti molto rilevante la «profonda preoccupazione» di New Delhi per l’escalation del conflitto, con la raccomandazione, in sintonia con Pechino, alla «de-escalation» e al dialogo.

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