IL LIMITE IGNOTO: ARMI USA SULLA RUSSIA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL LIMITE IGNOTO: ARMI USA SULLA RUSSIA da IL MANIFESTO

Ucraina presto nella Nato, via alle armi Usa sulla Russia

IL LIMITE IGNOTO. Biden concede l’uso dei suoi arsenali, Stoltenberg stringe su Kiev nell’Alleanza atlantica. Tra gli obiettivi atlantici per il “vero” vertice di luglio, 100 miliardi di denaro fresco

Sebastiano Canetta, BERLINO  01/06/2024

Aveva già deciso. ma aspettava la retromarcia di Joe Biden per accordarsi ufficialmente alla nuova linea tracciata dai falchi Nato. Il cancelliere Olaf Scholz si adegua a tempo di record all’inversione di rotta degli Usa sugli attacchi in profondità in territorio russo, limitati ora unicamente dal veto a Kiev di usare i missili Atacms e all’obbligo di limitare il raggio d’azione alla difesa di Karkhiv, rivela il Wall Street Journal.

Nelle stesse ore al summit Nato di Praga il segretario generale Jens Stoltenberg torna a rimarcare l’obiettivo ultimo dell’alleanza, condiviso – assicura – ormai da tutti i 32 Paesi membri. Anche qui, solo una questione di tempo: «Il 9 luglio al vertice di Washington mi auguro faremo gli ulteriori passi in avanti per fare aderire l’Ucraina alla Nato. Allestiremo un’apposita missione per fornire un forte sostegno a Kiev in modo che possa avvicinarsi alla nostra porta di entrata» immagina l’ex premier norvegese concentrato nel compito-chiave del suo mandato agli sgoccioli. Con la postura sempre più in modalità parabellum: «So che sembra paradossale, ma più ci prepariamo per la guerra nel lungo periodo, prima la potremo terminare. Tutti nella Nato vogliamo terminare il conflitto».

SUI MODI, però, i governi continuano ad andare in ordine sparso. «Ogni Paese decide per sé» è il distinguo confermato dal ministro degli esteri italiano Antonio Tajani, ieri a Praga. Il governo Meloni tuttavia si adegua senza battere ciglio all’altra esosa soluzione imposta per risolvere l’altro grave problema della Nato: «Non mancherà il sostegno economico italiano all’Ucraina».

«Servono soldi freschi, finanziamenti prevedibili per il futuro in linea con quanto ho proposto – ricorda Stoltenberg – finora gli alleati hanno dato 40 miliardi all’anno, ora serve uno sforzo simile, penso a un fondo da 100 miliardi in cinque anni».

RISPONDE alla chiamata Boris Pistorius, ministro degli esteri tedesco dopo aver celebrato lo sblocco del nulla-osta del governo Semaforo agli attacchi a lungo raggio. «Decisione giusta. In fondo ci siamo limitati a fare ciò che abbiamo sempre fatto: adeguare la strategia ai mutamenti sul campo». E annuncia lo sblocco del nuovo pacchetto di aiuti militari per Kiev: 500 milioni di euro, denaro «fresco» e pure pronto cassa vista la solvibilità istantanea di Berlino.

IN REALTÀ Scholz ha formalizzato il via libera alla guerra allargata dopo ore consultazioni al quadrilaterale del 29 maggio con Usa, Francia, Gran Bretagna. Un vertice parallelo necessario soprattutto per identificare quali sono le armi tedesche perfette per la nuova strategia offensiva, in cima alla lista spiccano gli obici 2000 e i lanciarazzi del tipo Mars II. Sistemi imprescindibili per dare la botta decisiva a Putin «nel futuro prossimo». Intanto arriva puntualmente, poche ore dopo le dichiarazioni di Stoltenberg, quella che sembra una risposta russa: il palazzo raso al suolo ieri notte a Kharkiv svela la tempistica della posta in gioco.

NON UN BEL segnale in vista del summit di Washington in cui «ci sarà il pacchetto di aiuti che comprende anche un ruolo maggiore della Nato nel coordinamento delle forniture militari internazionali all’Ucraina» annuncia a Praga il segretario di Stato Usa Antony Blinken. In sostanza l’amministrazione Biden pensa di riformare il “gruppo Ramstein” nel senso del più stretto, diretto e rapido controllo: «Stiamo discutendo se sarà necessario designare una sorta di rappresentante della Nato nel formato Ramstein».

COMUNQUE la gestione dell’alleanza va cambiata, ribadiscono i Baltici scontentissimi per l’attuale linea dura considerata troppo arrendevole. «È arrivato il momento di capire se siamo alleati seri. E la serietà si misura dalla volontà di aiutare Kiev e organizzare la deterrenza contro Mosca. Finora siamo stati bravi a fare tante promesse…» bacchetta il ministro degli esteri lituano, Gabrielius Landsbergis.

La guerra è già più avanti

NATO E “LINEA RUSSA”. Eccoci dunque al momentum russo: attacchi su tutta la linea del fronte, con gli ucraini a consumare riserve e ripiegare davanti all’offensiva che si annuncia a settimane verso Sumy e […]

Francesco Strazzari  01/06/2024

Eccoci dunque al momentum russo: attacchi su tutta la linea del fronte, con gli ucraini a consumare riserve e ripiegare davanti all’offensiva che si annuncia a settimane verso Sumy e Kharkhiv. Putin esibisce il cambio di passo.
Non più l’autocrate sostenuto coreograficamente da una popolazione resa inerte, ma il leader che mentre minaccia i vicini (‘piccoli e densamente abitati’) e mobilita i russi, incitando ciascuno a vivere ‘come al fronte’.
La difesa ucraina stenta a reclutare i numeri necessari e ancora fatica a stabilizzare l’apporto di aiuti occidentali, mentre l’aggressione russa conta ormai su mezzo milione di combattenti ed una solida capacità di produzione di munizioni, missili e repliche di droni iraniani. Mesi di operazioni di terre e cielo hanno fiaccato le infrastrutture critiche ucraine. I successi di Kyiv sono in questo momento circoscritti ai mari attorno alla Crimea. Gestendo il fuoco dell’artiglieria da una ventina di chilometri di distanza – cioè all’interno del confine russo – le forze di Mosca operano praticamente immuni, fuori dalla gittata delle armi ucraine dispiegate sul fronte. Così le pesanti bombe-aliante russe planano oltre le linee, sbaragliando le difese missilistiche Patriot e Heimat, mentre i barrage di armi termobariche fanno terra bruciata di bunker, fortificazioni e villaggi.

A sguarnire la difesa ucraina c’è un altro fattore spesso omesso: l’efficacia dei sistemi d’arma occidentali sta diminuendo rapidamente, per effetto degli adattamenti tattici russi, soprattutto sul versante della guerra elettronica. Il jamming manda in tilt comunicazioni e puntamento, con il risultato che lo hit rate ucraino oggi e lontano da quello che consentì i successi nel primo anno di guerra.

La nomina di un economista a capo della macchina bellica di Mosca ci dice che in termini strategici siamo davanti a una guerra di attrito e di materiali, orientata sulle risorse prima che sul terreno. L’artiglieria russa martella 10 mila volte al giorno, quella ucraina si ferma a 2 mila. I russi sanno che gli ucraini oggi non risponderanno al fuoco.
Non esiste soluzione militare così come non esistono armi risolutive: le armi più precise in arrivo non ribalteranno gli esiti a breve. Per raggiungere l’effetto di saturazione è necessario un impiego continuativo. È un fatto che la guerra è già più avanti rispetto al dibattito sulla stessa, che sembra sempre inseguire il fatto compiuto delle realtà sul terreno. Da mesi vanno a fuoco obiettivi sin nella Russia profonda, e da qualche settimana questo avviene anche in Europa. Dell’impiego di addestratori e forze speciali hanno parlato le cronache. Da tempo, del resto, gli ucraini colpiscono oltre il confine russo. L’obiettivo Nato sembra essere una gestione più accorta di quanto è già in atto e rischia continuamente di debordare: bilanciare l’equazione delle risorse riportando l’Ucraina in condizione di rimotivare i propri combattenti ed impedire al momentum russo di culminare. In questa prospettiva, arginare l’offensiva russa significa recuperare quantomeno una posizione negoziale.

È in questo quadro che arriva dalla Casa Bianca e della principali capitali europee (Italia esclusa), il via libera all’uso di armi occidentali contro le basi di lancio in territorio russo. Di per sé, se circostanziata e modellata sul principio di proporzionalità, la risposta militare ad attacchi dal territorio nemico non infrange il diritto internazionale (ius in bello). Si tratta degli stessi cardini di principio invocati dalle corti internazionali dell’Aia per limitare e sanzionare l’azione di Israele. La stessa Germania di Scholz si è impegnata a rispettare tale quadro normativo, nonostante una posizione marcatamente pro-israeliana. Va ricordato che Putin ha sistematicamente minacciato l’escalation nucleare – sin dalla fornitura, nel 2022, dei primi Javelin anticarro. Lo schema si è ripetuto ad ogni annuncio di nuovi di sistemi d’arma per consentire agli ucraini di reggere l’impatto dell’invasione e cercare di liberare i propri territori.

Stante il deterioramento dei rapporti Zelensky-Biden, Macron cercherà un momento iconico per mettere l’Europa al centro di un risveglio di volontà delle democrazie occidentali, propiziando un incontro sull’ottantesimo anniversario dello sbarco in Normandia, il 6 giugno. Siamo nell’imminenza del voto europeo, e questo schema può essere anche letto come una risposta alla campagna sempre più tetramente militarista della destra che guarda a Ursula Von del Leyen.

Questo ragionamento parte da un assunto ineludibile (la necessità di dissuadere Putin) ma mostra numerosi limiti, a partire dalla controversia su cosa sia proporzionato a cosa; o il fatto che i governi occidentali tendono ad agire in ordine sparso, con i paesi più a est in prima linea nel condizionar l’agenda. Al tempo stesso, non si possono escludere azioni provocatorie, considerate anche le incertezze del corso politico a Kyiv così come a Mosca. Il Cremlino certamente invocherà il diritto a difendersi, includendo le basi in Europa da cui “è partito l’attacco” al proprio territorio. Come ripetiamo da tempo su queste pagine, più che di escalation verticale, dunque, il rischio riguarda l’escalation orizzontale, ovvero il nostro crescente coinvolgimento.

Nel frattempo, di tavolo negoziale non si parla. Americani e cinesi gireranno alla larga dalla conferenza convocata in Svizzera a metà giugno. Tutto sembra appeso alle tornate elettorali attese in occidente, con le sorti di Vladimir Putin che restano legate a doppio filo a quelle delle destre populiste. A riprova che il tornante che ci aspetta è quantomai politico.

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