“IL GIORNO ZERO DELL’ESSERE UMANO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“IL GIORNO ZERO DELL’ESSERE UMANO da IL MANIFESTO

Il romanzo di Hiroshima

Giorgia Sallusti  06/08/2026

L’anniversario La bomba atomica costringe scrittori e scrittrici giapponesi a inventare una «lingua nuova» per raccontare l’indicibile. Da Ibuse a Oe, la memoria di quel 6 agosto 1945 diventa collettiva

«Il giorno zero dell’essere umano», nelle parole del filosofo Günther Anders, è la definizione che accompagna il ricordo del 6 agosto del 1945, quando la bomba atomica «Little Boy» discende su Hiroshima appena dopo le otto del mattino, sganciata dal bombardiere statunitense «Enola Gay», e annichilisce circa ottantamila persone nell’impatto. Entro sei mesi, come conseguenza delle ustioni e delle radiazioni, ne moriranno altrettante. «Questo è un essere umano / Osservate come è stato trasformato dalla bomba» scriverà la poeta Hara Tamiki l’anno successivo.

UN’ESPERIENZA «al di là delle parole» (gengo ni zessuru): così i sopravvissuti al bombardamento di Hiroshima hanno spesso descritto la tragedia atomica, visto che persino la precisissima lingua giapponese fatica a trovare i termini adatti a veicolarne la testimonianza. Proprio per farci i conti, in Giappone è nata la «letteratura sulla bomba atomica» un genere così specifico da ottenere un nome coniato per l’occasione, la genbaku bungaku. È in effetti l’intensità dell’evento, la cui tragicità parla da sola, a creare la le condizioni e la necessità di una nuova letteratura, un’opera di immaginazione incentrata su un accadimento inesprimibile, per certi versi la sfida massima di chiunque si misuri con la lingua.

COME PUÒ uno scrittore tradurre la verità della bomba, più ancora della realtà degli eventi, senza tradire l’autenticità dell’esperienza? «Devo assolutamente scrivere. È il dovere dello scrittore che ha visto» dice la protagonista di Città di cadaveri, romanzo della scrittrice Ota Yoko, testimone del bombardamento, che nondimeno confessa l’inadeguatezza della scrittura, al di fuori di ogni registro letterario: «Per l’esperienza della bomba atomica non ci sono né modelli né categorie. È stata così forte, così enorme, così potente che uno non può trovare le parole per descriverla».

Vent’anni dopo la catastrofe è Ibuse Masuji a tentare l’esperimento, in quello che forse è tra i migliori romanzi della «letteratura della bomba atomica», La pioggia nera. Ibuse, che nasce nel 1898 in un villaggio vicino Hiroshima, non ne è testimone diretto, si trovava altrove mentre il B-29 sganciava «Little Boy» sulla città, ma rielabora meticolosamente i documenti storici e i diari dei sopravvissuti in quei primi giorni di dolore. Grazie alla mediazione narrativa, Ibuse mette in scena la catastrofe in un’unica storia collettiva, capace di farsi carico delle vicende personali di chi quel fungo nel cielo l’ha visto davvero.

DAL CIELO, infatti, arriva la pioggia nera del titolo scelto da Ibuse, ovvero il fall out atomico, metafora della morte che viene dall’alto. L’oscura pioggia radioattiva rende impuro (kegare in giapponese) ciò che tocca, un’immagine inconciliabile con l’idea dell’acqua della religione shinto, forza vitale pura, portatrice di rinascita. La distruzione nucleare di Hiroshima si fa dunque sovvertimento dell’ordine universale, l’interruzione di un processo di riproduzione e vita. La pioggia nera come eresia della natura.

Nel romanzo Trinity, Trinity, Trinity Kobayashi Erika risale la catena delle concause della bomba dai nazisti, a J. Robert Oppenheimer e Los Alamos, Marie Curie, fino alle prime scoperte della radioattività a Jáchymov, nella Boemia del Cinquecento. Kobayashi si concentra sull’ultimo anello di questa sequenza: Oppenheimer e il progetto «Trinity», all’interno del quale gli ordigni atomici vengono in effetti costruiti in New Mexico, per poi finire la loro corsa sul suolo giapponese. Gli esiti disastrosi non si fermano qui: nel dopoguerra dell’occupazione americana le vittime dei bombardamenti nucleari sono un argomento epurato dai media giapponesi. La censura di notizie e immagini colpisce le persone di Hiroshima e Nagasaki (bombardata appena tre giorni dopo, il 9 agosto) che intanto muoiono per le radiazioni, mentre nel resto del paese nessuno lo sa.

Non a caso uscito nel 2011 – è l’anno del disastro nucleare alle centrale di Fukushima –, nel saggio pubblicato sul New Yorker e intitolato La storia si ripete, Oe Kenzaburo ha collocato l’evento in un continuum tra Hiroshima e Nagasaki e il test della bomba all’idrogeno sull’atollo di Bikini: tre eventi che sono arrivati a rappresentare i pericoli della tecnologia nucleare nella recente storia giapponese. Oe ha descritto l’uso dell’energia atomica in Giappone come «il peggior tradimento possibile della memoria delle vittime di Hiroshima» e ha dunque espresso la speranza che la sciagura di Fukushima permetta ai giapponesi di riconnettersi con le vittime delle bombe.

LO SCRITTORE SPERAVA che i suoi connazionali riconoscessero infine il pericolo insito nell’uso dell’energia atomica per «porre fine all’illusione dell’efficacia della deterrenza sostenuta dalle potenze nucleari». Facendo riferimento ai tre princìpi non nucleari del Giappone – non possedere, produrre o introdurre armi nucleari nel territorio giapponese – Oe ha suggerito che sia l’energia sia le armi nucleari non possono appartenere al suo paese: questa è l’eredità di Hiroshima e Nagasaki.

In tutti questi anni, ancora l’indicibile resta tale e alimenta i timori più tetri, ma la letteratura offre un’incongrua speranza, la rinascita nell’ora più buia, come ha scritto Ibuse: «Hiroshima era appena stata bombardata. Mi trovavo a casa di un amico, nella periferia di Fukuyama, e vidi un iris fiorito fuori stagione».

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