DOMANI IN PIAZZA UN GRIDO DI RABBIA “ALTISSIMO E FEROCE” da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DOMANI IN PIAZZA UN GRIDO DI RABBIA “ALTISSIMO E FEROCE” da IL MANIFESTO

Domani in piazza un grido di rabbia «altissimo e feroce»

FUOCO CAMMINA CON ME. A Roma, partendo da Circo Massimo, con Non Una Di Meno al fianco dei centri antiviolenza. Pullman fucsia da tutta Italia. Secondo i dati del Censis i casi di violenza sessuale hanno subito un incremento lo scorso anno del 19,3%, in aumento anche i femminicidi + 5%. L’associazione Di.re. sul Ddl della ministra Roccella: «Rischia di essere l’ennesima dichiarazione d’intenti»

Luciana Cimino  24/11/2023

Oltre l’inaugurazione di panchine rosse c’è la rabbia. La risposta securitaria del governo Meloni all’ennesimo femminicidio dell’anno, ha riacceso il dibattito sul patriarcato e la necessità di passare dal rituale alla lotta. Già all’indomani dell’assassinio di Giulia Cecchettin, sono state centinaia in tutta Italia le manifestazioni di protesta in suo nome. A partire dalle scuole, in cui il minuto di silenzio voluto dal ministro all’Istruzione Giuseppe Valditara si è trasformato in un momento di rumore e rabbia. Il tutto in vista della mobilitazione nazionale del 25 novembre lanciata dal collettivo Non Una di Meno. «Non vuole essere una commemorazione delle vittime di femminicidio – spiegano da Nudm – ma un punto di concentrazione della rivolta alla violenza strutturale che colpisce le nostre vite».

NESSUN RITUALE ma «la precipitazione di una mobilitazione quotidiana, nelle scuole, nei posti di lavoro, nei quartieri, al fianco dei centri antiviolenza femministi e transfemministi, che con il ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin si sta riversando in cortei spontanei nelle piazze di tutta Italia». Già martedì scorso, al grido «altissimo e feroce di tutte quelle donne che più non hanno voce», decine di migliaia di persone avevano manifestato con Non Una di Meno a Bologna. Lo stesso a Milano, dove martedì un corteo è partito dall’Università Statale, mentre ieri diverse centinaia di persone hanno sfilato nella «Passeggiata arrabbiata» di Nudm. Lo stesso ad Alessandria e in altre città del nord. Mentre stasera a Cagliari è prevista la fiaccolata «Per voi bruceremo tutto». Il clima che si è creato intorno le due grandi manifestazioni nazionali di sabato (una a Roma, l’altra a Messina) di Non Una di Meno fa intravedere che saranno smentite le aspettative che, solo qualche giorno fa, immaginavano circa 11mila presenze nella Capitale.

Sono in arrivo pullman fucsia da tutta Italia. «Quelle di Roma e di Messina non saranno piazze neutre – spiegano le organizzatrici – ma di indignazione e di forza collettiva, di Marea transfemminista». Anche per questo le manifestazioni non prevedono né spezzoni autonomi delle varie organizzazioni aderenti né bandiere o simboli di partiti e sindacali. Anche ai politici viene chiesto di fare un passo indietro e non utilizzare la piazza per promozioni personali, «chiediamo di rispettare uno spazio di autodeterminazione e di affermazione politica necessario in un paese in cui le donne e le soggettività continuano a morire di morte violenta, in casa, in strada e sui posti di lavoro», dicono da Non Una di Meno.

NELLA PIATTAFORMA della manifestazione anche la pace. «La guerra – scrive il collettivo – è la manifestazione più totalizzante della violenza patriarcale, per questo, e più che mai, siamo al fianco del popolo palestinese». A Roma (appuntamento alle 14.30 al Circo Massimo) potrebbe partecipare anche Elena Cecchettin, sorella di Giulia. Già ieri il padre Gino ha postato su Instagram una foto con moglie, deceduta un anno fa, e figlia abbracciate su fondo fucsia e il logo Non una di meno. Anche Telefono Rosa ha deciso di essere in piazza sabato. «Torniamo in piazza al fianco di tutte le altre associazioni – dicono le volontarie – perché siamo arrabbiate, siamo stanche vogliamo urlare perché forse non è chiaro visto i continui femminicidi e il fatto che nessuno ci sta ascoltando». E mentre da oggi palazzo Chigi sarà illuminato di rosso, Di.re. (Donne in rete contro la violenza) torna sul Ddl della ministra per la famiglia Roccella. «Rischia di essere l’ennesima dichiarazione d’intenti senza finalizzazione concreta», ha detto la presidente, Antonella Veltri. «Presentarlo come un’azione di prevenzione, come sta facendo il Governo, è fuorviante, pur intervenendo con alcuni correttivi importanti è carente dal punto di vista della prevenzione», ha spiegato.

INOLTRE Di.re. ribadisce le due criticità che l’associazione aveva già esposto nell’audizione in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati: «l’eccessivo ricorso a strumenti di polizia, gli ammonimenti, che possono essere pericolosi o controproducenti per le donne che decidono di parlare della violenza subita, e la clausola di invarianza finanziaria». E anche il Censis fotografa che la sensazione di allarme che ha scatenato il 104simo femminicidio del 2023, non è immotivata. Secondo i dati dell’istituto di ricerca i casi di violenza sessuale hanno subito un incremento lo scorso anno del 19,3%, in aumento anche i femminicidi, + 5%, i maltrattamenti per mano dei familiari o conviventi, + 3,5% i casi di atti persecutori. In questo quadro preoccupante, hanno fatto scalpore i profili social di Emanuele Compagno, avvocato dell’assassino di Giulia Cecchettin, Filippo Turetta. Come ha denunciato Charlotte Matteini del Fatto Quotidiano, il legale ha più volte minimizzato nei suoi post la violenza sulle donne chiamando p******e le ragazze in minigonna e colpevolizzando le vittime. La famiglia Turetta ha deciso di ricusarlo.

«Il fattore di rischio più elevato per una donna è essere donna»

INTERVISTA. La psicologa statunitense Leonore Walker che negli anni Settanta ha teorizzato “il ciclo dell’abuso” e costruito una rete nazionale di supporto: «Abbiamo fatto formazione alla polizia e ai tribunali. E lavorato sulla società, che ha capito: le donne non vengono picchiate perché a loro piace ma perché agli uomini è permesso farlo»

Marina Catucci, NEW YORK  24/11/2023

Leonore E. Walker è una psicologa americana, pioniera nella teoria sociale che spiega i modelli di comportamento in una relazione abusante e che ha fatto nascere la consapevolezza dell’esistenza della violenza di genere, fino ad allora trattata come questione individuale e caratteriale e non come un fenomeno sociale. Agli inizi degli anni Settanta Walker ha fondato il Domestic Violence Institute, società no profit che fornisce supporto alle vittime di violenza domestica in tutto il mondo.

Dopo aver intervistato più di 1.500 donne che avevano subito violenza dal partner, nel 1979 ha sviluppato il modello chiamato «ciclo dell’abuso», diviso in tre fasi: innalzamento della tensione, violenza e riconciliazione.
Molto è nato dalle madri che venivano a parlare dei problemi psicologici dei loro bambini. A volte quelle madri mostravano i segni fisici degli abusi, così abbiamo iniziato a fare loro delle domande. Era la metà degli anni ’70, lavoravo nella zona di New York e si parlava davvero di femminismo, si parlava dell’Organizzazione nazionale delle Donne, ci stavamo organizzando.

Fino ad allora sembrava che le relazioni abusanti avessero a che fare con delle dinamiche personali.
C’era la convinzione che, se una donna rimaneva in una relazione in cui subiva abusi, ci doveva essere qualcosa in quella relazione che le faceva bene, che le piaceva. E questo portava a pensare che fosse un problema di personalità della donna. Ma quando ho iniziato a intervistarne una dopo l’altra, ognuna con una personalità diversa, ho cominciato a capire che la questione aveva molto più a che fare con una società che non ritiene gli uomini responsabili del loro comportamento. Abbiamo iniziato a creare luoghi in cui le donne potessero andare se volevano troncare la relazione. Il problema è che le cose peggiorano quando le donne vogliono interrompere la relazione. Così abbiamo coinvolto il sistema legale: bisognava addestrare la polizia e le corti ad ascoltare. Non bastava che la polizia effettuasse un arresto perché la donna, per paura o altre ragioni, non veniva a testimoniare. E il caso veniva archiviato. Abbiamo insegnato alla polizia come scrivere i verbali, così che contenessero già le prove: non c’era più bisogno che la donna testimoniasse. Poi abbiamo creato i gruppi di supporto delle vittime in tribunale per sostenere le donne ai processi. Passo dopo passo siamo riusciti a cambiare il sistema giudiziario. A volte si torna un po’ indietro, ma la società ha capito che le donne vengono picchiate non perché a loro piace, non perché se lo meritano, ma perché agli uomini è permesso farlo.

Quale è stato uno dei problemi maggiori?
Chiudere una relazione abusante è molto pericoloso. Abbiamo dovuto trovare modi per aiutare le donne a ottenere sostegno. Abbiamo messo insieme programmi di consulenza psicologica, programmi negli ospedali per gli infermieri e i medici. È stato un processo lento, ma ogni volta che vedevamo una barriera nel sistema, lavoravamo con il sistema per apportare i cambiamenti. Abbiamo avuto successo nella maggior parte dei settori tranne uno: la custodia dei figli. Se la donna lascia la relazione, sarà comunque costretta a condividere la custodia con l’aggressore. Ciò è pericoloso per lei e per i bambini.

Quanto è cambiata la società dal 1979?
Penso che la società sia cambiata in parte, non sono sicura che gli uomini siano meno violenti, ma le donne sono meno disposte a sopportarlo. E c’è più supporto per uscire da quelle relazioni pericolose. Pochissimi uomini interrompono gli abusi. Sappiamo che esiste ancora ciò che chiamiamo controllo coercitivo, perché in realtà la violenza di genere riguarda il potere e il controllo.

Ha sottolineato spesso l’importanza di ascoltare le donne.
Spesso quando noi donne parliamo siamo emotive, la gente non lo sopporta. Vuole che le persone siano calme e razionali, ma è molto importante capire che le donne non si inventano le violenze. Dobbiamo ascoltare ciò che dicono le donne e proteggerle nel miglior modo possibile.

Qual è il ruolo dei media?
I media non devono cercare un motivo per la violenza e chiedersi se la donna se lo meritava, come si è fatto con le vittime di stupro. Non importa quali vestiti indossa, non ha il diritto di violentarla. I media devono sottolineare questo tipo di eventi coercitivi, piuttosto che chiedersi se lei se lo è meritato. La violenza di genere è un intero modello di comportamento e dobbiamo guardare a quel modello a partire dalla richiesta di indossare determinati abiti o acconciare i capelli in un certo modo, o non uscire con un amico. La società è patriarcale, vogliamo convincerci che è lei ad aver sbagliato e che a noi non sarebbe successo. Ma la verità è che potrebbe succedere a chiunque di noi di potrebbe finire con un uomo violento.

Spesso si pensa che l’uomo abusante sia un mostro e non la persona gentile della porta accanto.
Non è un mostro, può essere molto gentile, affettuoso. A casa può essere abusante e in pubblico mostrare la bella faccia.

A volte si accusa il femminismo di aver rotto gli equilibri e peggiorato le cose.
È facile incolpare il femminismo, ma le donne avrebbero sempre dovuto avere quei diritti. La società sta cambiando. Ora sappiamo che il fattore di rischio più importante per un uomo violento è essere cresciuto in una casa dove ha visto il padre essere violento con la madre. Non è così per le donne. Il fattore di rischio più elevato per una donna è proprio il fatto di essere donna.

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