DIO, PATRIA E FAMIGLIA. PIÙ FOSSILE E ATOMO da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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DIO, PATRIA E FAMIGLIA. PIÙ FOSSILE E ATOMO da IL MANIFESTO

Dio, Patria e Famiglia. Più Fossile e Atomo

LA TRADIZIONE. Da Trump a Bolsonaro e Milei, dalle destre europee a Putin e naturalmente ai paesi produttori del Medio Oriente il ritornello è immancabilmente questo

Marco Bascetta  14/12/2023

Volendo aggiornare il classico vessillo dei conservatori, a Dio, Patria e Famiglia si dovrebbero affiancare i Combustibili Fossili e l’Energia Nucleare.

Non c’è da stupirsene. Quando parliamo di “tradizione” più che a remote origini ancestrali ci riferiamo alle abitudini e ai modi di vita ereditati dalla rivoluzione industriale. Nostre tradizioni sono il carbone, il petrolio, la plastica, i pesticidi, gli allevamenti intensivi, la deforestazione, le grandi concentrazioni industriali, il consumo forsennato di suolo, e via elencando. E sono queste le tradizioni che il conservatore intende conservare.

Non è dunque sorprendente che le destre di tutto il mondo, pur con storie e in contesti estremamente differenti, avversino coralmente la cosiddetta transizione ecologica.

Spaziando da posizioni di radicale negazione del cambiamento climatico a previsioni spudoratamente ottimistiche sui suoi tempi effettivi, fino alla fede in quelle tecnologie, come la cattura e lo stoccaggio dei gas serra, che consentirebbero di continuare tranquillamente a emetterli. Da Trump a Bolsonaro e Milei, dalle destre europee a Putin e naturalmente ai paesi produttori del Medio Oriente il ritornello è immancabilmente questo. E continuerà a esserlo anche dopo gli “storici” auspici concordati dall’Onu a Dubai. Dove a stento si è riuscito a nominare un allontanamento futuro dal petrolio e dal carbone.

All’ostilità nei confronti di una trasformazione ecologica dell’economia si possono in buona misura ricondurre i successi elettorali delle destre nazionaliste, particolarmente in Europa e nelle Americhe. Si tratta infatti di un formidabile collante interclassista che concilia gli interessi della grande industria, estrattiva e consumatrice con quelli del comune cittadino squattrinato costretto a cambiare l’automobile o la caldaia e con le preoccupazioni operaie e sindacali per la conservazione dei posti di lavoro o degli agricoltori minacciati di restare orfani della chimica.

Per quanto inquietante possa mostrarsi il futuro, il consenso si ottiene ora e qui. Un modello vincente di coesione nazionalista giocata contro la preoccupazione globalista e “cosmopolita” per lo stato di salute del pianeta a spese delle “nazioni”. Che ha potuto inoltre avvalersi dell’insofferenza generata da politiche ecologiche spesso sbrigativamente scaricate sulle spalle dei cittadini o da soluzioni tecnologiche e stili di vita elitari decisamente fuori dalla portata dei più.

Se oggi il vessillo antiecologista è nelle mani della destra, il socialismo e la sinistra europea, affezionati allo sviluppo quantitativo e alle grandi concentrazioni industriali, non sono certo stati campioni di quell’equilibrio ecologico che tardivamente finisce iscritto, tra deroghe e prudenze, nei loro programmi.

Ma ciò che si conserva con i combustibili fossili e ancor più con il nucleare, non è solo una enorme costellazione di profitti e rendite, bensì una poderosa economia di scala, un meccanismo di concentrazione del capitale e un modello di controllo. Le energie rinnovabili sono state lungamente ostracizzate, sminuite e marginalizzate perché potevano rappresentare un sistema energetico policentrico, articolato, perfino autogestito, non solo indipendente dai fornitori di combustibili, ma anche fuori dal controllo e dagli schemi opachi della grande impresa. Basta studiare una bolletta per intuire il potere di imposizione e ricatto esercitato sugli utenti dai grandi circuiti di distribuzione dell’energia.

Questo modello centralistico e impositivo funziona ancor meglio con l’atomo. Ecco perché è in buona sostanza l’unica alternativa ai combustibili fossili presa volentieri in considerazione dalle destre. Gli inconvenienti, gli incidenti e i costi sono ben noti. Ma l’energia atomica sebbene si parli oggi, e non è chiaro con quanto onesto realismo, di piccole centrali di prossimità, richiede comunque tempi lunghi, grandi investimenti e ferreo controllo. Nel 1977 il saggista austriaco Robert Jungk pubblicò un libro Lo stato atomico che incontrò all’epoca grande successo.

Vi si sosteneva che la gestione dell’energia atomica avrebbe richiesto uno stato autoritario, se non proprio una dittatura. Si trattava certamente di una forzatura, peraltro suggerita dai grandi e malsicuri impianti di quell’epoca e dal capitalismo di stato, ma è certo che un sistema di centrali nucleari non può che essere gestito e sorvegliato da un potere di controllo centralizzato e indivisibile. La sua contiguità con l’impiego militare, i problemi di sicurezza che comporta, consegnano necessariamente l’energia atomica a una agenzia specializzata sotto gli occhi dello stato.

Questa combinazione di forza e autonomia nazionale (salvo il fatto che non tutti possiedono l’uranio) si adatta perfettamente alle mitologie della destra, senza badare troppo ai costi alti e ai tempi lunghi di una riconversione atomica che viene retoricamente spacciata per la soluzione di ogni problema. Intanto, in grave ritardo, le energie rinnovabili, oggetto di elogi, complimenti e adulazioni, sono tenute lontane dal centro del sistema energetico. Ben vengano come mercato aggiuntivo, ma la concentrazione della produzione energetica, con i suoi combustibili, continuerà a difendere per decenni ogni palmo di terreno.

Dopo la Cop ambiguità climalteranti

CLIMA. Oltre Dubai, il percorso concreto dei paesi ricchi e di quelli poveri verso il mitico «zero emissioni nette» necessario alla «stella polare» degli 1,5 gradi

Marinella Correggia  14/12/2023

La «stella polare degli 1,5°C»: così alla Cop28 hanno reso poetico il severo principio guida dei negoziati sul clima. Nella sua prosaica messa a terra, questo numerino richiede – ma i paesi sono in grande ritardo – di dimezzare entro il 2030 le emissioni di gas serra, non solo la CO2, per arrivare entro il 2050 a zero emissioni nette. Ovvero la condizione in cui per ogni tonnellata di CO2 o di un altro gas serra che si diffonde nell’atmosfera, se ne rimuove altrettanta.

MA AL DI LÀ DELL’ACCORDO FINALE approvato ieri a Dubai, che nomina la transizione fuori dai combustibili fossili, il percorso concreto e collettivo a tutti i livelli (che è quello che conta, come scrive Greenpeace nel commento finale) è puntellato di trappole e ambiguità. Non solo lessicali. Nessuno vuole perderci. Gli emiri per primi. E gli impegni sono sempre volontari, anche da parte dei maggiori responsabili storici e attuali. Ma la neutralità carbonica non è una faccenda facile.

L’EVENTO STESSO DI DUBAI, con il suo logo pieno di alberi, animali, pannelli, pale e persone dal look francescano, aveva dichiarato sul suo sito l’intenzione di essere «carbon neutral», «misurando, monitorando, riducendo e, se necessario, compensando le emissioni residue associate a preparazione, svolgimento, trasporti dei partecipanti». Una prova del nove.

MA NON È MAI STATO SPECIFICATO (salvo in qualche nota relativa al menù e al riciclaggio) come si sarebbe azzerato l’impatto di una folla enorme di persone giunte in gran parte in aereo – spesso su jet privati e comunque da tutto il mondo – e alloggiate e sfamate in una città dagli elevatissimi consumi, soprattutto energetici. Avranno forse piantato alberi da qualche parte? Ma il sistema delle compensazioni (offsets) con le quali compagnie e nazioni condonano le proprie emissioni pagando progetti di mitigazione è stato ritenuto spesso inefficace ai fini climatici (a differenza dello stop alla deforestazione).

E I DUE VERI PRIMI DELLA CLASSE in materia di neutralità carbonica sono inimitabili. Bhutan e Suriname sono arrivati oltre, addirittura a emissioni nette negative. Ma sono piccoli e particolari. Il paese himalayano (inventore della «felicità interna lorda») è coperto al 70% da foreste, tutelatissime dalla Costituzione e in grado di assorbire oltre sette milioni di tonnellate di anidride carbonica all’anno, mentre gli 800.000 abitanti ne emettono solo circa due milioni, grazie sia all’idroelettrico sia alle pratiche ecocompatibili adottate dalla popolazione. Così il Bhutan diventa una «banca di carbonio» a beneficio di attori (Stati e imprese) ben meno virtuosi. Zero negativo, donatore universale.

UNA PSEUDO-SOLUZIONE MOLTO SPINTA alla Cop28, per annullare le emissioni legate all’estrazione e all’uso di combustibili fossili (tuttora l’80% della domanda energetica globale) sono le cosiddette tecnologie di abbattimento e rimozione: catturare la CO2 dagli impianti prima che raggiunga l’atmosfera e poi stoccarla (è la Ccs), oppure direttamente dall’aria (è la Dac). Ma per l’Agenzia internazionale dell’energia (Iea), nel suo Scenario zero emissioni nette (Nze), il settore del petrolio gas e carbone è obbligato a riconvertirsi (del resto ne ha anche i mezzi), e le tecniche di rimozione – che sono molto energivore, costosissime e dubbie su dove e quanto assorbono – dovranno servire solo a controbilanciare emissioni residuali di settori difficili (industrie pesanti, aviazione).

ANCHE LA «GIUSTA TRANSIZIONE» energetica ed economica ha le ali tarpate. La coalizione di 130 paesi per l’abbandono di gas petrolio carbone è molto eterogenea. Di fronte al necessario ma costoso cambiamento globale, l’ingiustizia è doppia. Intanto è più facile fare i primi della classe quando si hanno i mezzi anche per il nuovo e non si deve uscire da povertà ed emergenze. Per i paesi del Sud globale, invece, l’accelerazione è difficile (anche se necessaria ai popoli, alla salute, alla natura). I fondi non sono sufficienti alla costruzione di un’economia basso-emissiva.

IL RECENTE RAPPORTO Onu Adaptation Gap sostiene che solo per l’adattamento al caos climatico già in corso occorrerebbero 194-366 miliardi di dollari annui. Anche la cassa perdite e danni è ancora quasi vuota. E il debito estero drena risorse. L’industria dei combustibili fossili ha realizzato profitti per migliaia di miliardi e potrebbe restituire il maltolto.

IL BUDGET DI CARBONIO RIMANENTE a livello mondiale (secondo studi recenti si è ridotto a sole 250 GTCO2, per restare entro 1,5°C con il 50% di probabilità…) rivela l’ingiustizia, perché è stato esaurito da alcuni paesi e popoli più che da altri. E tuttora ricchezza, uso dell’energia e consumo di beni sono distribuiti molto iniquamente fra i paesi, le generazioni e soprattutto le classi. Nelle emissioni pro capite, le disparità fra le aree sono enormi; da decine di tonnellate dei più ricchi a poche centinaia di chilogrammi all’anno di varie popolazioni africane.

E DELL’AFGHANISTAN. UN CASO A PARTE: vittima come tanti altri di numerosi eventi estremi (siccità o inondazioni) che nella sua povertà non è in grado di affrontare, dal 2021 quel paese non è invitato alle conferenze annuali Onu sul clima, per via dell’arrivo al potere dei talebani. Niente presenza, ancor meno aiuti.

ANCHE L’ESTRATTIVISMO PER… uscire dall’estrattivismo fossile reca potenziali contraddizioni. La massiccia espansione delle rinnovabili, in un’ottica ben poco decentrata, richiede una rete di distribuzione enorme per collegare offerta e domanda globale. Ma infrastrutture, impianti, dispositivi hanno bisogno moltissime materie prime. Da scovare dappertutto. Tanto che la Norvegia, mentre da un lato finanzia il fondo per proteggere le foreste dell’Amazzonia, dall’altro chiede con insistenza di poter accedere alle risorse dei fondali marini. E quanti combustibili fossili si bruceranno per costruire la cosiddetta transizione?

QUESTO ANCHE PER VIA dell’insistenza sulla sola efficienza energetica, mentre si parla poco, negli accordi climatici, di risparmio di energia e di risorse (ecco poi perché si inserisce l’energia prodotta dal nucleare fra le soluzioni). I rapporti scientifici sul clima parlano sì di «sufficienza», ma a prenderla sul serio tanti settori economici superflui dovrebbero sparire e la globalizzazione restringersi. C’è anche scarsa attenzione per le tecnologie appropriate a livello di comunità, a vantaggio di quelle in mano all’industria – e meno accessibili.

LA PROVA DEL NOVE DELL’AMBIGUITÀ è il complesso militar-industriale, responsabile nel suo insieme di oltre il 5,5% delle emissioni di gas serra globali (le macerie di guerra sono a parte). Le nazioni non menzionano il settore in modo autonomo nei loro Ndc – impegni climatici volontari di riduzione delle emissioni. E invano alcuni attivisti a Dubai in questi giorni hanno chiesto all’Unfccc (la Convenzione quadro Onu sui cambiamenti climatici) di realizzare studi sulle responsabilità del grigioverde, che è un vero ostacolo alla giusta transizione anche perché divora somme abissali che potrebbero essere impiegate per la finanza climatica e risarcitoria.

E POI C’È LA NATO (1,3 trilioni di dollari di spesa nei 31 paesi membri): sostiene di «prendere sul serio» la crisi climatica e di avere adottato «misure proattive» (tende solari, sedicenti biocarburanti avio…). Fra le minacce recate dal caos climatico, l’Alleanza atlantica annovera anche gli sfollati climatici, previsti in grande aumento.

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