DIFENDERE ASSANGE. DIFENDERE LA VERITÀ da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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DIFENDERE ASSANGE. DIFENDERE LA VERITÀ da IL MANIFESTO

Difendere Assange, fino all’ultimo respiro

Ri-mediamo. La rubrica settimanale a cura di Vincenzo Vita

Vincenzo Vita  16.03.2022

Purtroppo, la Suprema Corte britannica ha confermato la sentenza di appello favorevole all’estradizione negli Stati Uniti del cofondatore di WikiLeaks Julian Assange. La difesa del giornalista australiano aveva ottenuto di poter fare ricorso contro le decisioni prese dal tribunale. Ma, con tale orientamento, ormai la procedura è agli sgoccioli. La parola fine sarà messa dalla magistrata, che pure aveva dichiarato inizialmente impraticabile la misura chiesta dagli Usa per motivi di salute. La giudice Vanessa Baraister rimetterà il dossier alla dura ministra degli Interni conservatrice Priti Patel. Poco più di una formalità.

Il temuto viaggio di Assange oltreoceano potrebbe essere senza biglietto di ritorno. L’accusa, in base ad una legge sullo spionaggio del 1917, ha chiesto 175 anni di reclusione. Una condanna a morte di fatto attende l’imputato, che ha trascorso sette anni da rifugiato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra e altri tre nel penitenziario londinese di Belmarsh, la Guantanamo inglese.

Come hanno denunciato Amnesty International, Reporters Sans Frontiers insieme a tanti attivisti civili, si tratta di una vera e propria persecuzione o persino, secondo l’inviato speciale delle Nazioni Unite Nils Melzer, di una tortura. Tanto che gli psichiatri hanno parlato di rischio suicidario.

Forse si proverà a portare la vicenda alla Corte internazionale dei diritti umani, ma il quadro sembra proprio compromesso.
Non è possibile, però, eludere l’incredibile contraddizione con ciò che osserviamo in questo orribile periodo di guerra.
L’informazione è monca, soggetta ad attacchi e repressioni. Dall’inizio della aggressione russa all’Ucraina quattro cronisti e fotoreporter sono stati uccisi e trentacinque feriti: cifre verosimilmente in difetto.

I corrispondenti sono stati in gran parte ritirati, a partire da quelli della Rai. A Mosca chi dissente o scrive qualcosa di poco gradito va in carcere con pene che raggiungono i quindici anni. Internet è limitato e i social sono bloccati. Un preoccupante conformismo pervade le testate, con le debite eccezioni. Che Putin sia l’artefice del conflitto è indubbio, ma il ventre molle dei media sembra riprendere l’antica navigazione con la bussola della Nato.

L’effetto collaterale è il velo steso sulla realtà, che ci arriva con l’esibizione delle immagini (persino bambine e bambini, contro ogni regola deontologica) spesso poco sorrette dal racconto.
Insomma, l’informazione è prevalentemente embedded, al di là del tempo fluviale – il 75% dei titoli dei telegiornali, oltre alla strisciata permanente dei talk- dedicato alle manovre belliche. Ecco perché la sorte di Assange stride con la normalità delle censure e delle autocensure. WikiLeaks è sul banco dell’accusa proprio per la scelta coraggiosa di rompere ogni omertà, mostrando i crimini perpetrati nelle occupazioni dell’Iraq e dell’Afghanistan dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Sotto la superficie non si deve andare, tuonano i potenti responsabili dei misfatti. Il segreto è una componente cruciale del dominio e la comunicazione è a sovranità limitata nel capitalismo della sorveglianza.

Assange è il capro espiatorio di una vendetta contro chi ha osato varcare la linea d’ombra. La cinica cerimonia è un ammonimento. Stiano attenti, questo è il messaggio, coloro che esigono di essere rispettati nel lavoro difficile di cronisti della verità. E se si muore o si è oltraggiati nel corpo non conta. La guerra è intangibile e guai a chi si oppone. Non per caso l’accusa a WikiLeaks, malgrado le notizie esplosive siano state utilizzate da importanti quotidiani fino a quando ha fatto comodo, è di spionaggio. Questo è stato l’artificio adoperato per non incorrere nel primo emendamento della Costituzione di Washington, che considera sacrale la libertà di espressione.

Il prossimo 23 di marzo Julian Assange si sposerà con la compagna – avvocata- Stella Morris.
Signor Presidente Mattarella, con la sensibilità che la contraddistingue, interpelli con la sua moral suasion l’omologo Joe Biden affinché conceda la grazia per riparare ad un’ingiustizia. Un bel regalo di nozze.

Julian Assange a un passo dall’estradizione negli Usa

WikiLeaks. La Corte suprema inglese nega il ricorso. Ora manca solo la ratifica della ministra Patel. Amnesty: «Un duro colpo per la giustizia, un pericoloso precedente»

Leonardo Clausi  LONDRA  16.03.2022

«È un duro colpo per Julian Assange e per la giustizia. La Corte Suprema ha perso un’occasione per chiarire l’accettazione da parte del Regno Unito di assicurazioni diplomatiche profondamente errate contro la tortura. Tali assicurazioni sono intrinsecamente inaffidabili e lasciano le persone a rischio di gravi abusi in caso di estradizione o altro trasferimento». È l’incipit del comunicato stampa rilasciato ieri da Amnesty International sulla sentenza della più alta corte del Regno Unito emessa lunedì che ha negato la possibilità di appello al fondatore di WikiLeaks contro una decisione che ne consentisse l’estradizione negli Stati uniti perché non c’erano argomenti sostanziali in materia di diritto.

GLI AVVOCATI di Assange avranno quattro settimane per presentare osservazioni e obiezioni alla ministra dell’Interno Patel prima della sua decisione. Vi sarebbero altre vie superstiti per combattere la sua estradizione/deportazione. Si concentreranno su altre questioni di diritto sollevate dalla sentenza in primo grado che ha perso e che non sono ancora state oggetto di appello. Il team legale di Assange ha anche indicato che potranno presentare ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

Resta il fatto che l’attivista e giornalista australiano fondatore di Wikileaks è ormai a un passo dall’essere estradato, la sua sorte è ora nelle mani della leggendaria ministra dell’Interno Priti Patel, che non desidera altro che ratificare la sentenza per chiuderlo in una galera a stelle e strisce (e perché non la stessa Guantanamo che lo stesso Obama doveva chiudere nel 2009 come prima azione del suo doppio mandato?).

Continua il comunicato di Amnesty: «La richiesta che stati come il Regno Unito estradino degli individui per la pubblicazione di informazioni riservate che sono nell’interesse pubblico costituisce un pericoloso precedente e deve essere respinto. Gli Stati uniti dovrebbero ritirare immediatamente le accuse contro Julian Assange». L’Alta Corte aveva stabilito nel dicembre 2021 che Assange poteva essere estradato, sulla base delle presunte promesse degli Stati uniti di salvaguardarlo in prigione. Avevano assicurato per iscritto che, se estradato, Assange non sarebbe stato rinchiuso in un carcere di massima sicurezza o sottoposto a misure amministrative speciali; e avrebbe ricevuto un’assistenza sanitaria adeguata.

L’isolamento prolungato è una caratteristica fondamentale di molti prigionieri nelle carceri di massima sicurezza statunitensi e ai sensi del diritto internazionale costituisce tortura bella e buona. Gli Usa hanno promesso di non infliggere ad Assange tortura alcuna ma è perfettamente ipotizzabile che, approfittando dell’attenzione internazionale rivolta altrove, tale promessa sia bellamente disattesa.

COM’È BEN NOTO, le autorità nordamericane volevano da tempo mettere le mani addosso ad Assange per aver fondato di Wikileaks, un sito web che nel 2011 aveva pubblicato notoriamente una serie di file riservati del governo degli Stati uniti che rivelavano documenti delle guerre liberaldemocratiche in Afghanistan e Iraq (quelle che nemmeno vagamente suscitarono lo sdegno vibrante degli editorialisti nostrani pur avendo ammazzato dieci volte tanto) insieme a filmati militari di vittime civili dalle operazioni statunitensi.

In seguito al coinvolgimento di Wikileaks, Assange aveva trovato rifugio in diversi paesi, inclusa la Svezia, dove aveva dovuto affrontare accuse di stupro (poi quasi del tutto smontate) da parte dell’autorità giudiziaria svedese prima di trovare rifugio in Inghilterra, nella famigerata sede diplomatica dell’Ecuador.

E LUNEDÌ, nel bel mezzo del macello ucraino, quella che sarebbe stata una notizia a dir poco eclatante è stata infilata sotto al tappeto dello sdegno universale per il mortifero imperialismo russo scatenato nelle ultime settimane. Assange deve, materialmente, la sua sventura all’invasione putiniana. Essenzialmente, al vendicativo umanitarismo a orologeria yankee.

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