CISGIORDANIA, I FRUTTI DELL’APARTHEID da IL MANIFESTO e ANTIDIPLOMATICO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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CISGIORDANIA, I FRUTTI DELL’APARTHEID da IL MANIFESTO e ANTIDIPLOMATICO

Cisgiordania, i frutti dell’apartheid

Eliana Riva  07/11/2026

TULKAREM

Palestina A Tulkarem con i contadini palestinesi in fila lungo il muro per poter lavorare i campi. Ore di attesa, poi l’ordine dei soldati israeliani: «Andatevene». E i raccolti marciscono

Alle cinque del mattino i trattori sono già tutti in fila al varco 623. È presto, ma si percepisce la tensione di chi tende i muscoli per prepararli allo scatto. Anche oggi gli agricoltori palestinesi di Deir al-Ghusun, vicino Tulkarem, avranno solo poche ore per raccogliere frutta e ortaggi, per bagnare la terra, per sistemare le piante. L’ultima volta hanno avuto giusto il tempo di strappar via le verdure troppo cresciute, nella speranza che potessero nascerne di nuove, e che Israele questa volta non gli avrebbe impedito il raccolto.

Percorrendo la coda di trattori si incrociano i volti di intere famiglie che vivono solo di quel che dà loro la terra. Giovani lavoratori, anziani proprietari, donne e uomini che da generazioni coltivano i campi palestinesi nel nord della Cisgiordania occupata. Si salutano sorridenti e si versano il caffè dai thermos. «Alcuni di loro non li vedevo da tanto tempo» ci spiega Jalal Ghanem, 54 anni, agricoltore come suo padre e suo nonno prima di lui. «Di solito Israele ci fa entrare da cancelli diversi e non capita di incontrarci».

I CANCELLI di cui parla Jalal sono i valichi del muro titanico che Tel Aviv ha costruito a partire dal 2002 sui terreni agricoli palestinesi: quaranta chilometri di barriera nel solo governatorato di Tulkarem, con tratti di cemento alti nove metri. Il 78% del tracciato non segue la cosiddetta Linea Verde, il confine che dividerebbe Israele dalla Cisgiordania occupata, ma penetra nel territorio palestinese, frammentando i campi e separando dai villaggi oliveti, frutteti, serre e terreni coltivati. Per raggiungere le proprie terre, i contadini devono ottenere un permesso dalle autorità israeliane e attraversare i cancelli militari, sotto il controllo e i fucili dei soldati.

«Una volta ho provato a chiedere perché non ci lasciassero passare – racconta Jalal, seduto con noi sul suo trattore – e il soldato mi ha risposto: “Chiedilo al tuo dio, se vuoi. Solo lui può aprire il cancello”». Le chiusure avvengono a discrezione dell’esercito, senza obbligo di motivazione, con decisioni prese sul momento che possono persino contraddire quanto annunciato poche ore addietro.

È accaduto sotto i nostri occhi. La sera prima, le autorità israeliane avevano comunicato a quelle palestinesi che tutti gli agricoltori sarebbero passati dal varco 623, aperto dalle 6 per circa quattro ore. Ma alle 7 erano tutti ancora in fila. Il tempo trascorre guardando quella parete interminabile di cemento sormontata da reti metalliche e filo spinato. Al centro, l’enorme portone di ferro grigio, così alto e massiccio che a confronto i trattori sembrano giocattoli.

Quando, finalmente, il pesante cancello si apre, ne escono cinque soldati e due soldatesse israeliani, sette figure minuscole raggruppate davanti al muro, dritte e armate di fronte allo sferragliare dei mezzi agricoli e all’attesa inquieta dei lavoratori. Sono poco più che ventenni, investiti di un’autorità assoluta su adulti e anziani. I militari imbracciano i fucili e una soldatessa utilizza due telefoni per filmare i presenti: «Oggi non si entra. Abbiamo un problema con il computer. Se volete, potete riprovare tra un paio d’ore. Ora girate e tornatevene indietro».

JALAL CONOSCE l’ebraico e traduce per gli altri. Neanche il tempo di far partire il passaparola, che la soldatessa con i cellulari comincia a urlare: «Dovete andarvene di qui, tornatevene indietro». A terra, tra le pietre e la vegetazione secca, sono sparsi i candelotti lacrimogeni, a memoria di cosa accade quando si prova a protestare. Qualcuno alza le spalle rassegnato: «Ogni volta è la stessa storia – si dicono tra di loro gli agricoltori – Dicono di aspettare, poi chiudono e ci rimandano a casa senza una ragione».

Fare inversione non è semplice, ma i militari vogliono che gli agricoltori si sbrighino e continuano a fargli larghi gesti intimidatori con le braccia. Molti si allontanano solo di qualche metro e decidono di aspettare l’eventuale apertura, altri se ne tornano a casa. Tutto avviene con ordine e calma: «Siamo abituati, tutto qua – ci dice Jalal – Negli ultimi tre anni succede continuamente: ogni giorno c’è un computer che non funziona, un addetto che non arriva, problemi tecnici o di sicurezza. E le volte che mi lasciano entrare nella mia terra, mi obbligano a mettere un braccialetto identificativo al polso. Mi contrassegnano. Se questo non è apartheid, allora cos’è?».

Ci mostra un video dal suo cellulare: «Guarda la tragedia avvenuta qualche giorno fa. Al di là di quel muro c’è il mio campo di cetrioli. Non mi hanno fatto entrare per settimane, senza nessuna ragione, e poi un giorno mi hanno dato quattro ore. Sapevo che i cetrioli ormai erano cresciuti troppo, quindi ho chiamato otto lavoratori e siamo entrati solo per raccogliere e buttare tutto. Abbiamo strappato le verdure come matti, perché avevamo poco tempo ma dovevamo farlo, per dare spazio al nuovo di nascere. Riesci a capire cosa significa questo per un contadino?» Da come si tocca lo stomaco, si intuisce che deve essere un dolore fisico. «Ogni stagione, ogni settimana, ogni giorno sono preoccupato. È così sempre».

TUTTE LE VOLTE che chiudono, Jalal prova a rivolgersi ai tribunali. Soldi e tempo sprecati tra carte da presentare, corse tra gli uffici e chiusura dei procedimenti quasi assicurata. Seguiamo con lui il solito iter in uno slalom da completare prima delle dieci – nel caso in cui i soldati davvero intendano aprire quel cancello – e nell’attesa dei documenti parliamo con il sindaco di Deir al-Ghusun, Hisham Fayyad: «Non sono solo i checkpoint. Dopo il 7 ottobre gli israeliani entrano ed escono quando vogliono. Le terre intorno a Tulkarem danno sostegno a 200 famiglie di Deir al-Ghusun, ma sono tagliate dal muro, e in più ora Israele pretende che non si coltivi né costruisca fino a 300-400 metri dalla recinzione di cemento».

I cancelli restano chiusi per i contadini ma si aprono ai bulldozer israeliani: «Quest’anno hanno abbattuto più di 40 serre – ci dice il sindaco – e quando i mezzi pesanti passano sui terreni distruggono tutto, compresi i tubi per l’irrigazione. I nostri contadini perdono prodotti, terreni, irrigazione, ogni cosa. E poi c’è la questione dei prezzi».

Dopo il 7 ottobre 2023 le operazioni militari israeliane di distruzione e occupazione dei campi profughi del nord e le chiusure della Cisgiordania palestinese occupata hanno reso quasi impossibile per gli agricoltori di Tulkarem raggiungere Ramallah e i grandi centri commerciali. Qualcuno si arrischia su strade secondarie, sperando di non trovare le camionette israeliane, ma per la maggior parte vendono solo nell’area.

Questo provoca l’aumento dell’offerta e il conseguente abbassamento dei prezzi, proprio nel momento in cui i costi di produzione sono cresciuti. Senza contare che frutta e verdura arrivano sui banchi giorni o settimane dopo il raccolto, quando hanno perso peso e qualità. Facendo due conti, Jalal non può che ammettere di essere in perdita: «Lo so bene che ci rimetto. Ma cosa dovrei fare? Questa è la mia terra. È la terra dei miei genitori, dei miei nonni. Non voglio lasciarla, non posso lasciarla. Vale anche per gli altri. Resisteremo e arriveranno tempi migliori. Inshallah».

La strana censura sul Professore Donato Ferdori arrestato in Israele

 Agata Iacono  06 Novembre 2026

Dopo il bombardamento infodemico sulle vetrine rotte e la figuraccia sul capro espiatorio Youssef Siher, adesso sembra che tutti i problemi dell’Italia siano legati alle elezioni di medio termine negli USA. A destra tutti dimenticano di essere stati Maga, a sinistra rivendicano la sconfitta di Trump, come se l’asinello DEM fosse automaticamente sovrapponibile al fantomatico “campo largo”…

Intanto, in Italia, le scuole continuano ad essere occupate, ogni giorno si aggiungono università e licei, ma nessuno più ne parla. E passa sotto assoluto silenzio anche il caso del Professore Donato Ferdori, docente presso il liceo Anco Marzio di Ostia. Fedori è stato oggetto di pestaggi e violenze nel lager di Givon a Ramla, in Israele, a seguito del sequestro avvenuto il 29 ottobre nel villaggio di al-Lubban al-Gharbi, a nord-ovest di Ramallah.

Il professore si trovava in Cisgiordania dal 25 settembre, nell’ambito delle iniziative promosse dall’International Solidarity Movement (Ism), per aiutare i contadini palestinesi nella raccolta delle olive, unica fonte di sopravvivenza per la comunità. L’esercito israeliano ha fermato e sequestrato 14 volontari, provenienti da tutto il mondo, mentre raccoglievano le olive, con l’accusa di una presunta “violazione di una zona militare chiusa”. Tutti gli oliveti palestinesi in Cisgiordania sono aggrediti continuamente dai coloni occupanti e armati fino ai denti, (alias escursionisti), protetti dall’esercito, che picchiano e assaltano i palestinesi, bruciano le piante, recintano i campi.

Il giorno del fermo, 29 settembre, coloni e militari hanno imposto il blocco della raccolta e circondato l’abitazione in cui si trovava il gruppo di volontari internazionali. È stato arrestato anche il sindaco del villaggio palestinese.

Tredici attivisti ISM sequestrati hanno immediatamente sottoscritto il provvedimento di espulsione amministrativa e hanno fatto subito rientro nei rispettivi Paesi.

Ricordate quando si parlava tanto di Flotilla? Alcuni attivisti della Flotilla si rifiutarono di sottoscrivere il provvedimento di espulsione, perché implica il riconoscimento di aver violato la legge israeliana e aver commesso un reato. Il docente di Roma (Ostia non è un’amministrazione a parte, è solo il litorale della “città eterna”, quindi il sindaco è Gualtieri PD), ha rifiutato la procedura abbreviata. Il docente 56enne ha scelto di farsi processare, affinché fosse la magistratura israeliana a doversi pronunciare formalmente sulla convalida del provvedimento di allontanamento e sulle motivazioni della contestata violazione dell’area militare.

Con grande coraggio, Donato Ferdori ha scelto di lottare fino in fondo, perché esplodesse mediaticamente l’attenzione sulla violenza sionista in Cisgiordania.
Nel frattempo, colleghi e studenti si sono mobilitati, con manifestazioni e comunicati di denuncia e solidarietà.

Il Collettivo Alieno del liceo Anco Marzio di Ostia ha scritto :”tutti gli studenti della nostra e delle altre scuole del territorio mostrano assoluta solidarietà al professore. Rivendicano il coraggio che ha dimostrato e che sta ancora dimostrando portando avanti la sua battaglia di attivista per sensibilizzare sull’annosa causa palestinese che purtroppo continua a portare devastazione. Riteniamo inaccettabile restare in silenzio davanti ad una tale ingiustizia. Come persone comuni, cerchiamo di fare ciò che la comunità internazionale dovrebbe fare e, vergognosamente, non fa. Restare in silenzio rende complici. Gli studenti dell’Anco Marzio non rimarranno in silenzio”.

Solo ieri, 5 novembre, Donato Ferdori è tornato in Italia. Evidentemente la Farnesina ha dovuto agire a seguito degli appelli degli studenti e dei docenti romani, nonché delle varie associazioni internazionali che hanno sollecitato l’intervento politico e diplomatico. Ma della sua “liberazione”, guarda caso, non si è vantato nessuno: eppure il governo Meloni è tanto sollecito a mettere il cappello sugli italiani fatti rientrare sul suolo patrio. Tajani, dal canto suo, era forse troppo intento a nascondere il suo di cappellino Make America Great Again..

Il Professore Ferdori è atterrato a Fiumicino, accolto da colleghi e studenti, che non hanno mai smesso di mobilitarsi per lui.


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https://www.instagram.com/reel/DfWoN4ZOPDn/?obrf=MTV1dDdqbzlpdW92eQ==

Ha rilasciato una breve dichiarazione, nella quale riferisce di aver subito pressioni psicologiche continue, umiliazioni e alcuni episodi di violenza fisica. Gli hanno colpito con forza il petto, che gli fa ancora male, lo hanno poi spinto più volte fino a farlo cadere a terra. Lo hanno fatto spogliare senza una ragione e lo hanno deriso. Volevano anche che dicesse: «I love Israel». Quando cercava di difendere la sua dignità, dicendo «We are persons, we need respect», si imbestialivano e reagivano con maggiore aggressività. Non vuole però mettere al centro se stesso.

“Se questo è il trattamento riservato a un cittadino italiano, seguito da una rete diplomatica, bisognerebbe interrogarsi su ciò che accade ai detenuti palestinesi”

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https://www.instagram.com/reel/DfXy8CZCtgm/?exln=ZGd6d3VrZ2pneDZ3

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