BOLOGNA 2 AGOSTO 1980. DEPISTAGGI, INFONDATEZZE GIUDIZIARIE, ARBITRII DI POTERE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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BOLOGNA 2 AGOSTO 1980. DEPISTAGGI, INFONDATEZZE GIUDIZIARIE, ARBITRII DI POTERE da IL MANIFESTO

L’esilio civile della strage più grave della Repubblica

2 AGOSTO 1980. La strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980 racconta molto dello spaccato storico dell’Italia di allora, interrogando gli assetti del nostro difficile e convulso presente

Davide Conti  02/08/2022

Una democrazia compiuta non avrebbe dovuto permettere che il tragico peso della strage di Bologna del 2 agosto 1980 (85 morti e 200 feriti) ricadesse interamente per decenni sulle spalle e sulla memoria personale delle vittime e dei loro familiari.

Tuttavia, pur rappresentando un prisma con cui poter leggere non solo le tante sfaccettature complesse e contraddittorie del nostro tempo ma anche i caratteri, le forme e la china assunta dalla democrazia nata dalla Resistenza (o forse proprio per questo), il più grave eccidio di civili della storia della Repubblica ha subìto per quaranta anni una sorta di esilio confutativo dal discorso pubblico.

Da un lato l’attentato della stazione di Bologna è stato spesso separato, per circostanza e finalità, dalle altre «stragi di Stato» della fase 1969-1974, come fosse un fatto a sé stante privo di contesto e radici storiche e non piuttosto «figlio» degli eventi pregressi. Dall’altro lato, attorno ai suoi responsabili è stata costruita una campagna innocentista (ammantata di un improbabile garantismo) che non registra eguali rispetto alle vicende processuali delle stragi di Piazza Fontana, Peteano, questura di Milano, Piazza della Loggia, treno «Italicus».

In ognuna di queste operazioni paramilitari di stampo neofascista si sono registrati depistaggi, infondatezze giudiziarie o arbitrii di potere. Ma mai i riconosciuti autori materiali hanno potuto godere di un così esplicito sostegno nel dibattito pubblico da parte tanto di larghe porzioni della politica (la destra ma non solo) quanto di settori non marginali della stampa nazionale. Eppure il 2 agosto 1980 racconta molto dello spaccato storico dell’Italia di allora, interrogando gli assetti del nostro difficile e convulso presente.

Nella strage sono coinvolti direttamente i servizi segreti militari nelle persone (condannate in via definitiva per depistaggio) del generale Pietro Musumeci, del colonnello Giuseppe Belmonte e dell’agente del Sismi Francesco Pazienza; i servizi segreti civili nella persona del capo dell’Ufficio Affari Riservati Federico Umberto D’Amato (ritenuto, secondo sentenza di primo grado, uno dei mandanti dell’eccidio assieme al capo della Loggia P2 Licio Gelli); il senatore del Msi e direttore de «Il Borghese», Mario Tedeschi; i neofascisti dei Nar Giuseppe Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini (in via definitiva), di Ordine Nuovo Gilberto Cavallini (primo grado), di Avanguardia Nazionale (Paolo Bellini, condannato in primo grado e già collegato con il Ros dei carabinieri di Mario Mori e con la ‘ndrina calabrese della famiglia Vasapollo). Vi sono, infine, un fiduciario del Sisde (Domenico Catracchia) e un altro colonnello dei carabinieri (Piergiorgio Segatel) condannati in primo grado per depistaggio e false informazioni.

Un quadro che rappresenta e colloca la natura della democrazia italiana all’interno di quel particolare contesto della Guerra Fredda che caratterizzò tutto il corso della vicenda repubblicana fino al 1989 e che in nome dell’anticomunismo di Stato permise l’emergere di un fenomeno unico nell’Europa occidentale: lo stragismo come forma paramilitare della politica di atlantismo oltranzista.

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