A PARTIRE dal 28 LUGLIO VIVIAMO a SCROCCO dei NOSTRI NIPOTI da IL FATTO e IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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A PARTIRE dal 28 LUGLIO VIVIAMO a SCROCCO dei NOSTRI NIPOTI da IL FATTO e IL MANIFESTO

   

Earth overshoot day 2022, a partire dal 28 luglio viviamo a scrocco dei nostri nipoti

Renzo Rosso  26/07/2022

Tra due giorni, scatterà l’Earth Overshoot Day, con un giorno in anticipo rispetto al 2021 (Figura 1). A partire dal 28 luglio 2022, l’umanità inizierà a sfruttare le risorse che, in teoria, si sarebbero rese disponibili nel 2023. Noi italiani abbiamo fatto prima: dal 13 maggio viviamo a scrocco rubando le risorse dei nostri nipoti. E se tutta la Terra avesse lo stile di vita del Lussemburgo – anche in materia fiscale? Lo chiedo per un amico – in rapporto alle proprie risorse, dal 14 febbraio tutta la Terra vivrebbe a sbalzo sul futuro dei pronipoti. Non bisogna scomodare i due polli di Trilussa per capire come la diversità sia il sale della Terra. L’effetto pandemia aveva fatto balenare la possibilità che lo sfruttamento del pianeta rallentasse per un certo tempo.

A causa del Covid-19, due anni fa la giornata di “fine anno sostenibile” era slittata al 22 agosto 2020, 24 giorni dopo la data dell’anno precedente. Ma il beneficio pandemico è subito svanito.

Nel 2017, quello che veniva chiamato Ecological Day Debt era caduto il 2 agosto, prima del 28 luglio e ben prima del 10 dicembre, giorno in cui cadde nel 1972. Era l’anno in cui lessi The Limits to Growth: i limiti della crescita. E sul tema delle risorse finite, in particolare quelle idriche, presentai nel 1975 la tesina di laurea, tra lo scetticismo dei commissari che scrutavano con sufficienza quell’opuscolo. La tesi – in ossequio al pensiero accademico dominante – l’avevo scritta su cose ben più serie. Per lungo tempo, l’uomo aveva creduto di poter contare su risorse naturali, sociali e umane infinite. The Limits to Growth, tradotto malamente in italiano con il fuorviante I Limiti dello sviluppo, aprì gli occhi alla mia generazione. Era il rivoluzionario riconoscimento della banale realtà che la famosa fotografia scattata dalla navicella Apollo aveva mostrato a tutti noi: una Terra finita occupa uno spazio finito, le cui risorse sono giocoforza finite. E i vincoli biofisici limitano giocoforza i sistemi socio-economici, inclusa la loro crescita.

Ancora oggi, questo libro rimane una potente espressione dell’idea che la crescita economica può essere limitata da una serie di fattori che interagiscono tra loro, compresi quelli ambientali. Usando rudimentali modelli di simulazione matematica, il gruppo di lavoro guidato da Donella Meadows costruì il primo modello di valutazione integrato, una esplorazione quantitativa dei processi sociali e ambientali e delle loro interazioni. Le dimensioni incluse nel modello erano la popolazione umana, la produzione alimentare, l’inquinamento, l’industrializzazione e il consumo di risorse non rinnovabili.

Questa esplorazione suggeriva che la crescita socioeconomica non solo può essere limitata in modi diversi, ma che i limiti alla crescita possono assumere forme diverse. L’influenza sulla scienza della sostenibilità è stata profonda. Nozioni come quelle di confini planetari e impronte ecologiche per arrivare all’Earth Overshoot Day, devono molto all’idea che i sistemi socio-economici e i sistemi ambientali interagiscono, producendo comportamenti che possono essere a loro volta limitanti.

Le critiche feroci con cui lo studio fu a lungo bersagliato, anche per via della modesta capacità previsionale di quei modelli rudimentali, non ne hanno intaccato il valore.

Ai miei studenti ho spesso mostrato come la curva di crescita della CO2 riportata su The Limits to Growth si sia rivelata, alla prova dei fatti, del tutto verosimile, nonostante altro non fosse che una banale estrapolazione esponenziale. Non conosco previsioni economiche a lungo temine altrettanto precise. In tutti i campi, dall’ecologia politica alla scienza del sistema terrestre, The Limits to Growth ha generato un enorme progresso scientifico in tema di sostenibilità.

Il concetto di sostenibilità non era certamente nuovo: fu introdotto da Adam Smith nel XVIII secolo. Studiosi di varie discipline avevano studiato a fondo i fenomeni fisici soggetti a saturazione e la relazione tra crescita, dimensione e forma. Biologi come D’Arcy Thompson (On Growth and Form, Cambridge University Press, 1917) avevano esplorato la relazione tra crescita e forma, scoprendo come la fisica vincoli la struttura e la crescita degli organismi e delle loro parti. The Limits to Growth, però, introdusse una vera novità: solo la fertilizzazione incrociata tra la ricerca sui limiti alla crescita e sulla scalabilità poteva aprire le porte alla comprensione della complessità della Terra. E ormai sappiamo che, se non affronterà in modo efficace tale complessità, l’umanità pagherà prezzi sempre più cari.

Con questa consapevolezza va affrontata la transizione ecologica. Finché le fonti fossili e fissili di energia saranno un’arma politica, la transizione ecologica sarà uno slogan privo di senso. Come scrisse Stefano Casertano nel 2009 su Limes, “gli Stati Uniti, con l’Arabia Saudita, usarono il prezzo del greggio per mettere in crisi Mosca, ai cui bilanci in crisi erano indispensabili le esportazioni dell’oro nero”. In parole povere, la crisi petrolifera sovietica fu in parte indotta da una deliberata strategia americana, finalizzata a liberare il medio oriente dall’influenza russa.

Quando si ripetono, le tragedie diventano farse: se continuerà a lungo, la guerra russo-ucraina accelererà la corsa dell’Earth Overshoot Day della Terra. Il traguardo di San Valentino, Earth Overshoot Day lussemburghese del 14 febbraio, non è poi così lontano. E gli innamorati del fossile e del fissile scalpitano.

Nonostante la cross-fertilizzazione che valorizza il ruolo delle scienze economiche e politiche, proprio il mondo economico è quello più restio ad accogliere la lezione di The Limits of Growth. Si continua a identificare il progresso dell’umanità con la quantificazione monetaria della crescita economica. Un famoso aforisma di Sir David Attenborough, naturalista e divulgatore scientifico, fratello minore del regista Richard Attenborough, recita: “Chiunque creda nella crescita illimitata su un pianeta finito, fisicamente limitato, o è pazzo o è un economista”.

Torino, giovani ecologisti vogliono salvare il mondo

MOVIMENTI. Migliaia di persone da tutti i continenti al «Climate Social Camp» 2022, l’evento internazionale organizzato dai giovani di Friday For Future per contaminare altri mondi con il pensiero ecologista

Mauro Ravarino  28/07/2022

Le tende hanno cominciato a popolarsi già domenica, nel prato che accompagna il corso di due fiumi, il Po e la Dora Riparia, sotto lo sguardo severo della Basilica di Superga. Il Climate Social Camp, evento collegato e in contemporanea al meeting europeo di Fridays For Future, è collocato su una confluenza in uno degli angoli verdi di Torino. E confluenza, intesa come unione, incontro, convergenza è una delle parole chiave per comprendere questo raduno internazionale degli ambientalisti, in particolare giovani, che parlano lingue diverse e – dando uno scossone ai più vecchi – provano a salvare il mondo. Fino a domani, con la grande sfilata in centro, resteranno sotto la Mole.

CONFLUENZA E’ ANCHE CONTAMINAZIONE con altri mondi, quello del lavoro per esempio (presente, tra gli altri, il collettivo di fabbrica Gkn), con altre generazioni e di sé stessi: decolonizzando l’orizzonte ma anche il movimento. Per questo, insieme alla maggior parte dei delegati provenienti da tutta Europa, partecipano alle iniziative anche attivisti da America Latina, Asia e Africa, continenti particolarmente colpiti dalla crisi climatica seppure siano tra i meno responsabili nell’averla causata.

«SIAMO QUI PER LOTTARE CONTRO MOLTE minacce, proteggendo la poca natura che è rimasta per noi ma anche per le generazioni future», dice Michelin Sallata dall’Indonesia, a cui fa eco Nansedalia Ramirez, messicana portavoce dei Guardiani della foresta del Mesoamerica: «La situazione è critica, ogni giorno veniamo assassinati e criminalizzati. Così è per tutte le comunità di indigeni». Non a caso l’area dibattiti, il «tendone da circo», si chiama Ken Saro-Wiwa, l’intellettuale e attivista nigeriano, già Goldman Prize, che si era scagliato contro lo strapotere delle multinazionali del petrolio responsabili dell’inquinamento del delta del Niger e dell’impoverimento delle popolazioni. Fu giustiziato nel 1995 dopo un processo farsa.

MEMORIA E FUTURO. IL PRESENTE è il tempo dell’azione, non più rimandabile: «La crisi climatica è già qui», ripetono i ragazzi e le ragazze di collettivi e associazioni che, qui, si sono raccolti. Torino si è aggiudicata il secondo meeting europeo di Fridays For Future, dopo quello di Losanna e lo stop causa pandemia. Sia per l’impegno del gruppo locale: «È stato uno sforzo importante e ci siamo riusciti grazie anche a un crowdfunding», spiega Giorgio Brizio, ventenne torinese,autore di Non siamo tutti sulla stessa barca (Slow Food Editore), gli occhi di un ragazzo puntati sulla crisi climatica. Sia per i record negativi con cui la città non ha ancora fatto i conti: è a livello italiano quella che maggiormente contribuisce al surriscaldamento globale, 52esima nel mondo (secondo il monitoraggio di Sensoworks), con 6 milioni di tonnellate di Co2 immesse nell’atmosfera ogni anno. «Purtroppo, nonostante alcuni piccoli cambiamenti ci siano stati, non sono state – sottolinea il gruppo Fridays locale – ancora intraprese azioni necessarie per mitigare e adattarsi alla crisi climatica, ed è importante che ci sia un’accelerazione in tal senso».

GRETA THUNBERG DA CUI E’ PARTITA, con gli scioperi del venerdì, questa mobilitazione internazionale, non è venuta, bloccata da «motivi logistici». Ha parlato da remoto lunedì: «Sono contenta che le persone possano nuovamente ritrovarsi e stare insieme dopo tutto questo tempo e in un’occasione come questa in cui si può parlare faccia a faccia». La sua assenza è anche una prova per il movimento. «Greta – hanno spiegato – è vista come un simbolo, ma è una attivista come tanti altri. Le vogliamo bene, ma in giro per il mondo ci sono tanti altri attivisti che non possono essere presenti e sono tutti dispiaciuti. Ci sono attivisti che non hanno avuto il visto per uscire dai loro Paesi».

IL «BLA BLA BLA» SINTETIZZATO, a proposito del fallimento della Cop26, proprio da Greta è continuato negli ultimi mesi: governi e multinazionali hanno fatto poco o nulla per diminuire le emissioni. Vince il greenwashing nei palazzi della politica, nelle imprese e nei media. «La crisi climatica è una crisi sociale, economica, migratoria ed ecologica causata da un sistema di sfruttamento avido di una terra e della sua gente», dicono i Fridays che hanno sviscerato questi temi in workshop, dibattiti, proiezioni, musica. Dalle prospettive dell’ecotransfemminismo a quelle dell’antispecismo, fino al tema dell’acqua. Dalle lotte operaie e del comitato No Eni (la multinazionale italiana è considerata «un ostacolo» alla svolta verso le rinnovabili, aspetto che è emerso nel confronto con le istituzioni universitarie) alle resistenze internazionali: dal popolo Sahrawi agli zapatisti, alla situazione nel Kurdistan. Fino a quelle più vicine, in Val di Susa, contro il Tav. Il Climate Social Camp precede il Festival Alta Felicità con cui si è gemellato e che – organizzato dal movimento No Tav – si terrà a Venaus dal 29 al 31 luglio.

MARTEDI’, AL CAMPUS EINAUDI dell’Università di Torino, dove si tiene il meeting europeo dei Fridays for Future, si è svolta una articolata tavola rotonda che ha fatto il punto sul ruolo della scienza, dell’università, del mondo associativo, del sindacato nell’affrontare la crisi. Una parte è stata dedicata al confronto e ai consigli di Luciana Castellina, presidente onoraria di Arci e fondatrice de il manifesto, e di Carlo Petrini, fondatore di Slow Food. «Il movimento ecologista – ha sottolineato Castellina – deve mettere i piedi nel territorio, per trasformare la denuncia in una vertenza, mantenendo, come dice Papa Francesco, lo sguardo sull’altrove. Bisogna imparare, poi, a gestire le vittorie, dopo quella meravigliosa per l’acqua, con il referendum, è stata persa quella successiva riaprendo la porta ai privati». Per Carlo Petrini, «il principale responsabile del disastro ambientale è l’attuale sistema alimentare, che pesa per il 34% della produzione di Co2, la mobilità il 17%». E c’è un enorme spreco, il 33% del cibo prodotto viene buttato via, 1 miliardo di tonnellate. «Significa terra fertile e acqua consumate. La riduzione del consumo di carne del 50% è una questione politica. Ma non con la mortificazione di cui parla Cingolani. Vogliamo un processo di liberazione dal consumismo. Non cambieremo il mondo con il magone ma con la gioia».

È INTERVENUTO ANCHE MICHELE DE PALMA, segretario generale della Fiom, ricordando come a Torino, «12 anni fa il più grande gruppo automobilistico fu restio a innovare nel piano industriale in termini di riduzione dell’impatto ambientale». Lo stesso sono state le politiche industriali del nostro Paese, «che non hanno innovato nella mobilità ma solo tutelato i profitti dell’impresa». Per il segretario Fiom, «la più grande sfida industriale non è quella che Elon Musk lancia con Tesla ma che a Torino, dove si produce la 500 elettrica, ci sia possibilità per un operaio di acquistare l’auto che produce».

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