2 GIUGNO: la COSTITUZIONE, la NATO, la GUERRA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
8530
post-template-default,single,single-post,postid-8530,single-format-standard,stockholm-core-2.3.2,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.0,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-6.7.0,vc_responsive

2 GIUGNO: la COSTITUZIONE, la NATO, la GUERRA da IL MANIFESTO

Il 2 giugno, la Costituzione e la Nato

 

PACE. Riecco che la storia torna ad essere abusata sul campo di battaglia, con sullo sfondo le rovine del Donbass e l’aggressione di Putin all’Ucraina. Oggi è il 2 giugno Festa […]

Tommaso Di Francesco  02/06/2022

Riecco che la storia torna ad essere abusata sul campo di battaglia, con sullo sfondo le rovine del Donbass e l’aggressione di Putin all’Ucraina. Oggi è il 2 giugno Festa delle Repubblica nella rievocazione della scelta del referendum del 1946. E dopo due anni di pandemia nella quale la sfilata militare, sostanzialmente militare anche quest’anno, era stata giustamente sospesa: eravamo impegnati in ben altra battaglia.

Lo diciamo francamente, non se ne sentiva la necessità.

Non solo per la vocazione di pace di questo paese a lungo riecheggiata nelle parole dell’ex presidente Pertini – «chiudere gli arsenali, aprire i granai» -, ma per il profondo disastro che ci circonda che reclama ben altre urgenze. A partire dalla condizione materiale della società che vede un Paese dove le diseguaglianze aumentano a vista d’occhio con la povertà, dove i salari sono di fame, i più bassi d’Europa ma vallo a dire a Bankitalia, dove nella «Repubblica fondata sul lavoro» il lavoro non c’è e dilaga quello precario, insidiato con quello non-precario dalla mancanza di sicurezza suoi luoghi di lavoro che alimenta la strage operaia e ambientale che ci sta sotto gli occhi; un Paese dove i giovani non cercano più un lavoro e una istruzione. Per non dire del disastro nella sanità pubblica, quella di tutti, che avvia alla privatizzazione comparti sanitari fondamentali in assenza di mezzi e fondi.

Ma a sostenere l’humus della vita sociale, la lotta per una democrazia compiuta, la lotta dei senza potere e senza diritti insieme al rapporto umano tra le generazioni nel Belpaese c’è la sostanza di una Costituzione che ancora rivendica uguaglianza, lavoro, diritti e pace, ripudiando la guerra.

Illusi noi a pensarlo però. Illusi noi a pensare che il 2 giugno non sia solo l’anniversario di una data fondamentale, la scelta tra repubblica e monarchia, ma l’eredità forte della Resistenza contro il nazifascismo che ha dato vita proprio alla Costituzione. Che soprattutto voleva che quella guerra allora da poco terminata, fosse l’ultima, con ancora le macerie sotto gli occhi e i reduci che tornavano – questa fu la ragione vera del disastro della scelta monarchica che pure spaccò un Paese comunque consapevole delle gravi responsabilità e connivenze storiche della monarchia con il fascismo. Che insomma le atrocità di cui un intero popolo era stato vittima non dovessero più ripetersi.

Per questo è una Costituzione che, nata dalla guerra, da una guerra di liberazione vinta, dichiara di ripudiare la guerra non solo «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», ma anche «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali». Una aspirazione così radicata che i padri costituenti la scrissero indelebilmente nell’articolo 11 – il cui sotto-articolato dispone certo una riduzione di sovranità per addivenire a soluzioni di pace, ma non autorizza mai nessuna guerra.

Illusi noi dicevamo, perché ieri un editoriale del Corriere della Sera (Pintor lo chiamava il Corriere dello zar, nel senso della promanazione dal potere) a firma Antonio Polito dice come stanno davvero le cose.

La vera «Costituzione materiale» vede il suo atto fondativo nientemeno che con la scelta di adesione dell’Italia alla Nato nel 1949, passando naturalmente per la sconfitta del fronte di sinistra nell’aprile del 1948 e la rottura governativa della collaborazione delle forze antifasciste, mandate all’opposizione «fino a Berlinguer» – ridagli con il sopruso di Berlinguer. Scrive Polito: «Una Costituzione materiale che vincolò la Repubblica e si affiancò alla Costituzione vera e propria scaturita dal referendum del 1946…È questa la carta d’identità dell’Italia nel mondo, e il suo passaporto. Senza il quale conteremmo molto meno, in una scena globale in cui saremmo altrimenti vasi di coccio».

Bene. Finalmente. Adesso sappiamo perché a fronte del disastro sociale del Belpaese, abbiamo deciso un riarmo che alloca subito 33miliardi ma punta ad arrivare a 40 per riempire di nuovo i nostri arsenali di armi sempre più sofisticate e micidiali; e perché non sappiamo che fine abbia fatto la nostra democrazia con lo stesso parlamento; adesso sappiamo perché abbiamo sul nostro territorio una cinquantina di bombe atomiche; e perché ogni giorno mettiamo a disposizione il nostro territorio, una immensa servitù militare per basi, nuovi sistemi di controllo e manovre atlantiche; adesso sappiamo perché non abbiamo una politica estera – e non ce l’ha l’Unione europea surrogata proprio dall’Alleanza atlantica; e perché abbiamo partecipato a quel pericoloso «abbaiare» a Est che si chiama allargamento della Nato contro cui hanno lanciato avvertimenti perfino molti fautori delsicurezza Usa; e ora abbiamo consapevolezza del perché, al seguito subalterno dell’Alleanza atlantica – altro che «vasi di coccio» – , siamo entrati in guerre scellerate – Somalia, ex Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, Libia, nelle quali sono stati commessi da noi occidentali migliaia di orrori, stragi e crimini rimasti impuniti.

Ora sappiamo perché. C’è la «Costituzione materiale», quella sostanziale, perché naturalmente l’altra, quella che sta scritta nella Costituzione repubblicana che «ripudia la guerra» altro non sarebbe che una chiacchiera «vera e propria».

Vai con la Festa della Repubblica, lo spettacolo deve continuare, tra lo sfilar di tank, jet e parà, tra ordini, marce e lo squillar di trombe.

La guerra e la logica del nemico

OPINIONI. La democrazia è vittima della guerra anche come idea di trasformazione: viene distratto il conflitto sociale, le spese militari, sottraggono risorse ai diritti e ai bisogni

Alessandra Algostino  02/05/2022

Dopo più di tre mesi dall’inizio della guerra in Ucraina, i tenui spiragli di una soluzione diplomatica scalfiscono appena un clima bellico che inasprisce i rapporti geopolitici e militarizza la democrazia, mentre la continua esposizione mediatica della violenza e della sofferenza le normalizza tragicamente, anestetizzando il senso di umana indignazione e solidarietà, invero già affievolito dall’“abitudine” al genocidio dei migranti e dall’autoreferenzialità del modello dell’homo oeconomicus.

Il discorso pubblico e la democrazia sono soggetti ad un governo degli assoluti: Bene o Male, amico o nemico, in una spirale di estremizzazione che si spinge sino a inserire nell’orizzonte del possibile un suicida olocausto nucleare e una devastante terza guerra mondiale, mentre avanza incontrastata la catastrofe ambientale, contraddicendo finanche l’hobbesiana ricerca della pace nell’orizzonte della sopravvivenza.

A farne le spese sono il pluralismo, che tende a spezzare dualismi artificialmente semplificatori, restituendo la complessità delle dinamiche sociali e politiche, e ogni conflitto che non sia tradotto in patriottismo atlantista, che viene espulso ed occultato. Ad essere travolto è altresì il senso del limite, che del costituzionalismo costituisce l’essenza, con la previsione di vincoli, divisioni ed equilibri; con la proclamazione dei diritti e insieme dei doveri; con il riconoscimento dell’emancipazione, personale e sociale, che restringe la libertà intesa come “privata” e assoluta; con il ripudio della guerra quale espressione della volontà di evitare una competitività che si esprime nella forma estrema della violenza. Ad essere investita dalla logica bellica, in una parola, è la democrazia, la nostra democrazia: pluralista, conflittuale e sociale.

Il Parlamento, ça va sans dire, prontamente arruolato, con un self-restraint contrario al suo ruolo, riduce il proprio intervento al conferimento di deleghe in bianco al Governo e si adagia ad ascoltare muto le informative.

La propaganda bellica espelle, tacciandole di tradimento, disfattismo, filo-putinismo, le opinioni non allineate, acutizzando, e dotandolo di un’aura etico-eroica, un moto omogeneizzante già in corso da tempo e centrato sul pensiero unico della razionalità neoliberista (che ha accompagnato, per inciso, la progressiva convergenza delle forze politiche). Vengono soffocati ed emarginati i tentativi di analisi e di mobilitazione non appiattiti sulla polarizzazione “Russia criminale” e “Ucraina eroica”, le letture all’insegna della complessità.

La prima a cadere è la libertà – effettiva – di manifestazione del pensiero, nel suo essere libertà di critica, di protesta e di dissenso; come scriveva Gramsci: i «discordi» sono disposti «in un pulviscolo individuale e disorganico» e una sola forza, controllando gli «organi dell’opinione pubblica: giornali, partiti, parlamento», modella «l’opinione e quindi la volontà politica nazionale».

L’orizzonte della guerra nel suo essere estremo, negli eroismi e nella violenza, mobilita e insieme narcotizza le coscienze.
La figura del nemico compatta e distoglie l’attenzione da diseguaglianze e disastri ambientali, arruola i cittadini in una guerra, in una visione del mondo, nella quale in realtà essi sono sudditi: non della loro emancipazione si tratta ma della competizione per il dominio di altri.

E nemico dopo nemico – migranti, no vax, dissenzienti, pacifisti – si approfondisce il solco della criminalizzazione e della repressione del dissenso e la democrazia scivola verso l’ossimoro della “democrazia senza conflitto”. Il nemico è da cancellare, è disumano – quella disumanizzazione sperimentata sui migranti –: non è forse la stessa logica che è stata applicata al conflitto sociale, al quale si vuol negare finanche il riconoscimento della stessa esistenza?

La democrazia, quindi, è vittima della guerra anche come progetto di trasformazione sociale: in quanto viene negato e distratto il conflitto sociale e in quanto l’invio di armi, così come l’aumento delle spese militari, sottraggono risorse ai diritti sociali.
Non solo. La democrazia sociale, emancipante, è anche un progetto di trasformazione sociale: si proietta nel futuro. Il dominio di una propaganda bellica pervasiva si ripercuote sul passato, sul presente e sul futuro.

Con le parole di Debord: «La prima intenzione del dominio spettacolare era far sparire la conoscenza storica in generale»; «con la distruzione della storia l’avvenimento contemporaneo stesso si allontana immediatamente in una distanza favolosa, tra le sue narrazioni non verificabili…».

Con la “fine della storia”, scompaiono la critica e la prospettiva di cambiamento. Il controllo sul presente, attraverso la perdita della dimensione storica e della complessità, ipoteca la trasformazione del futuro.

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.