1921: LA CONFERENZA FATALE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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1921: LA CONFERENZA FATALE da IL MANIFESTO

1921, la conferenza fatale

PASSAGGI STORICI. Voluto da Churchill per «riordinare» le vestigia del disfatto Impero Ottomano, l’incontro del Cairo è ora ricostruito da Brad Faught in «L’invenzione del Medio Oriente», Neri Pozza

Francesco Benigno  24/12/2023

Non c’è un altro posto al mondo dove i conflitti si ripetano – come in Medio Oriente – con tanta ostinata frequenza e dove le divisioni, etniche e religiose, siano così radicate. Per spiegare le ragioni di questa tragica singolarità occorre rifarsi al momento in cui il Medio Oriente iniziò ad esistere per come è oggi, vale a dire quella fase di disgregazione dell’impero ottomano a seguito della sconfitta nella Prima Guerra Mondiale in cui si condensarono le scelte compiute dalle potenze vincitrici.

Nel 1921 i britannici, che dominavano l’area, organizzarono al Cairo una conferenza ristretta di una trentina di esperti e funzionari politici per definire il ridisegno della regione: la caduta dell’Impero Ottomano, sconfitto dalle truppe alleate, anche grazie alla rivolta araba promossa da Thomas Edward Lawrence, il famoso Lawrence d’Arabia, obbligava a ridisegnare completamente il quadro geopolitico dell’area e Winston Churchill, all’epoca segretario di stato per le colonie, organizzò quell’incontro per «rifare e riordinare» le vestigia ottomane e trovare una soluzione condivisa ai problemi rimasti aperti sul campo. Era mosso, in questi intenti, dal bisogno di ridurre l’enorme esborso economico britannico e da una concezione gradualistica e paternalistica dell’evoluzione dell’area. Riprendere in mano, un secolo dopo, gli atti di quella conferenza cruciale è un esercizio storico assai attuale e il lavoro di C. Brad Faught, meritoriamente tradotto da Neri Pozza, ne offre una efficace sintesi, che non nasconde già dal titolo, il suo orientamento: L’invenzione del Medio Oriente Cairo 1921, pp. 304, € 20,00.

Con buona scrittura, Faught racconta quella conferenza in primo luogo come storia di persone e di incontri: nei locali dell’hotel Semiramis del Cairo, costruito in stile barocco ai primi del secolo sul bordo del Nilo, si riunirono – oltre a Churchill e Lawrence – molte personalità dell’establishment coloniale inglese, tra le quali Lord Edmund Allenby, il generale che aveva guidato gli inglesi alla conquista di Siria e Palestina, Percy Cox, l’alto commissario britannico incaricato della costituzione dell’Iraq, e la straordinaria Gertrude Bell, prima donna laureata a Oxford, archeologa e funzionaria britannica con grandi capacità umane e politiche, raccontate da Werner Herzog nel film Queen of the desert.

L’immagine di un gruppo di partecipanti fotografati su cammelli davanti alla Sfinge nell’altopiano di Giza, scelta per la copertina, rappresenta bene la dimensione epica che coronò le questioni cruciali discusse tra il Cairo e Gerusalemme: la prima fu la definizione delle aree di influenza tra i vincitori della guerra in un territorio che, grazie al petrolio che forniva, cominciava a rivelarsi strategicamente cruciale. Dal novembre del 1915 al marzo dell’anno successivo, una delegazione britannica, guidata da sir Mark Sykes aveva discusso segretamente con l’alleato francese, rappresentato da François Georges Picot, un’ipotesi di divisione delle sfere di influenza nella regione: fu una sorta di patto, ovvero come osserva Faught, un esercizio di geopolitica anglo-francese, stipulato senza alcun riguardo per l’autonomia locale. Mentre la Palestina, la Transgiordania e la Mesopotamia (la regione tra i fiumi Tigre ed Eufrate, poi Iraq) sarebbero rimasti sotto l’influenza britannica, la Siria e il Libano venivano affidati alla Francia. Al Cairo gli inglesi si mossero nel solco di quell’accordo, non toccando la divisione geostrategica stabilita, ma discutendo l’organizzazione dei territori affidati alla supervisione britannica e ipotizzando l’istituzione di una rete di stati arabi sunniti, amici della Gran Bretagna. Del resto, l’anno prima, il Patto della Società delle Nazioni aveva stabilito che alcune comunità appartenenti in precedenza all’impero turco potevano ora essere riconosciute come nazioni indipendenti, a patto che una potenza mandataria garantisse per loro fornendo consulenza e assistenza finché non potessero fare da sole.

La principale questione aperta riguardava l’assetto dell’attuale Iraq perché al Cairo c’era chi (Churchill, tra questi) pensava che bisognasse dare autonomia alla popolazione curda facendo nascere uno stato, il Kurdistan, da costruire sottraendo al nascente Iraq i distretti di Kirkuk, Sulaymaniyah e Mosul. Avversata duramente dagli sceicchi arabi legati alla Gran Bretagna, questa soluzione non passò; fu una scelta che avrebbe segnato tristemente, ancora fino a oggi, le condizioni di quella popolazione.

La seconda questione affrontata nella conferenza fu la configurazione delle regioni che erano appartenute all’impero islamico ma che non ricadevano più sotto l’influenza della nuova Repubblica turca guidata da Kemal Atatürk: essenzialmente l’Iraq, la Transgiordania e la Palestina.

In una corrispondenza intrattenuta a partire dal luglio 1915 al marzo 1916 dall’alto commissario britannico per l’Egitto Henry MacMahon con il sovrano arabo hashemita dell’Hejaz, Sharif Hussein Bin Alì, il cui territorio comprendeva sia Medina sia la Mecca, i britannici si erano impegnati a consegnare Iraq e Transgiordania alla dinastia di Hussein, che avrebbe promosso la rivolta araba contro gli ottomani. Per quanto i rapporti dei britannici con Hussein dopo la fine della guerra si deteriorassero rapidamente, per il protagonismo in armi della rivale dinastia saudita che si impadronì presto dell’intera penisola araba, la soluzione «sharifiana» indicata al Cairo, quella di assegnare l’Iraq e la Transgiordania ai figli di Hussein, Faisal e Abdullah, fu avallata; anche se poi solo in uno di quei territori, la Giordania (così rinominata nel 1949), la soluzione trovata allora ebbe una prospettiva di lungo periodo. Ma soprattutto al Cairo si affrontò anche una terza questione, la più decisiva di tutte, e cioè la possibilità di identificare un’area dell’impero britannico in cui permettere agli ebrei europei di insediarsi, costruendo una casa comune, una national homeland. La questione era aperta da tempo e c’erano già stati tentativi, respinti, di offrire agli ebrei territori di insediamento in Canada o in Uganda. Poi però, nel 1917, Sir Arthur Balfour, il ministro degli esteri britannico, scrivendo a Walter Rothschild, banchiere ed esponente ebreo legato a Chaim Weizmann, il presidente dell’organizzazione sionista mondiale(https://moked.it/blog/2017/12/03/weizmann-la-dichiarazione/), aveva dichiarato la disponibilità inglese a ospitare la popolazione ebraica in Palestina. Alla conferenza del Cairo, in sostanza venne approvata e resa operativa la Balfour declaration,aprendo una possibilità di espansione della Aliyah, l’emigrazione ebraica avvenuta spontaneamente prima in Siria e poi in Palestina, cresciuta quindi con la rivoluzione russa e sospinta dal nazionalismo antisemita, che si era diffuso dopo la prima guerra mondiale, forte soprattutto in Polonia. Dopo la formalizzazione passata alla conferenza del Cairo e sancita dal parlamento inglese, circa 80.000 ebrei si trasferirono in Palestina provenendo essenzialmente dall’Unione sovietica, dalla Polonia, dalla Lituania e dalla

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