UNA SINISTRA A TRE PUNTE PER DIFENDERE LA COSTITUZIONE daIL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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UNA SINISTRA A TRE PUNTE PER DIFENDERE LA COSTITUZIONE daIL MANIFESTO e IL FATTO

Nel mirino adesso è la Costituzione

RIFORME. Meloni sembra pensare che gli spazi di intervento saranno pochi anche in futuro e quindi ha aperto la campagna per cambiare la Costituzione puntando all’elezione diretta del Presidente della Repubblica

Alfiero Grandi  06/01/2023

La Presidente del Consiglio, nonché di Fratelli d’Italia e dei Conservatori europei, ha esposto i suoi obiettivi. La legge di bilancio non è un bottino di cui vantarsi. L’aumento del debito, un punto di Pil, serve a prolungare per 3 mesi le misure di Draghi per ridurre il caro energia (gas ed elettricità) ma è sparita la riduzione per i carburanti, quindi l’inflazione salirà. Per coprire il 2023 servono altri 60 miliardi. L’aumento dell’inflazione porterà a maggiori entrate, ma le risorse verranno dalla “tassa” più ingiusta su chi non può difendersi.

In 3 mesi non rientreranno fiammata dei prezzi e rischio penuria dell’energia, tanto più che la guerra in Ucraina non lascia intravvedere la cessazione dei combattimenti.

Il Governo poteva accelerare gli investimenti nelle rinnovabili (fotovoltaico ed eolico) per sostituire le fonti fossili e raggiungere una maggiore autonomia nazionale, ma sono prevalsi gli affari e il vecchio modello. Malgrado Terna confermi che sono richiesti allacci di rinnovabili alla rete per 305 GW. Di queste potenzialità per contrastare il cambiamento climatico stiamo usando briciole.

Si parla solo di ponti, strade, autostrade, infrastrutture varie. Eppure le rinnovabili sono investimenti per il futuro energetico ed ambientale, per occupazione di qualità, mentre trivelle e rigassificatori alludono all’affanno delle forniture di gas a prezzi molto più alti.

Le risorse restanti della legge di bilancio vengono da un attacco frontale al reddito di cittadinanza, dagli extra profitti derivanti dall’energia, solo 2,5 miliardi contro i 10 previsti da Draghi, dalle pensioni ben 17 miliardi in 3 anni per il taglio del recupero dell’inflazione oltre 4 volte il minimo, altri tagli.

Per cosa? Visco ha calcolato che i condoni fiscali costeranno almeno 1,6 miliardi, a cui vanno aggiunti il calcio e le cartelle cancellate fino a 1000 euro. Il condono penale tolto dopo le proteste tornerà perché lo chiedono quanti hanno portato capitali dall’estero infrangendo norme penali.

La flat tax per le partite Iva ha creato un’ingiustizia verso i lavoratori dipendenti – le giustificazioni di Meloni sono ridicole – svelando chi vogliono favorire le destre.

Purtroppo le misure per incentivare assunzioni di giovani sono a favore del Nord in un rapporto 10 a 1. Gli altri interventi sono segnaposto delle destre, con le solite giustificazioni: pochi soldi, tempi stretti, ecc.

Meloni sembra pensare che gli spazi di intervento saranno pochi anche in futuro e quindi ha aperto la campagna per cambiare la Costituzione puntando all’elezione diretta del Presidente della Repubblica, che se non fosse più un garante come oggi ma il capo della fazione vincente alle elezioni dovrebbe spingere a cambiare mezza Costituzione per costruire i contrappesi istituzionali.

Meloni ha taciuto sull’autonomia regionale differenziata, che nella versione Calderoli spinge alla secessione dei ricchi e alla rottura dell’unità nazionale, delineando 20 scuole regionali, così nella sanità, nel lavoro, nell’ambiente, ecc. Eppure Calderoli si agita molto.

Presidenzialismo e autonomia regionale esasperata vanno in direzioni opposte.

Il Governo delle destre, visti i pochi spazi di manovra, punta sulle modifiche della Costituzione, ma ci sono obiettivi diversi.

I livelli essenziali di prestazione, di cui parla la legge di bilancio, per essere uniformi nel territorio nazionale hanno bisogno di tanti quattrini che Giorgetti non ha. L’alternativa è avere cittadini di serie A, B, C.

Bisogna fermare Calderoli e imporre che le vere decisioni sull’autonomia regionale differenziata le prenda il parlamento.

Oggi si punta ad un accordo tra Governo e Presidenti delle Regioni, relegando il parlamento alla ratifica.

La proposta di legge costituzionale per modificare gli articoli 116 e 117 può aiutare ed essere firmata sul sito www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it.

La modifica sbagliata del titolo V nel 2001 e le successive scelte di Bonaccini hanno aperto un varco che va richiuso.

La Lega teme un rinvio e punta all’autonomia ora, lasciando il presidenzialismo sullo sfondo, Meloni fa il contrario. Le destre non sono unite. Solo la clamorosa assenza di una opposizione efficace non fa esplodere queste contraddizioni.

La Costituzione è il terreno comune su cui ricostruire l’opposizione. Occorre una svolta, gli errori vanno corretti.
Presidenzialismo ed autonomia regionale differenziata deformano la Costituzione, non sono modifiche puntuali e coerenti.

La Costituzione più bella del mondo non esisterebbe più.

Occorre una forte risposta di difesa e attuazione della Costituzione, antifascista.

Una sinistra a tre punte per difendere la Carta

 

GIOVANNI VALENTINI  5 GENNAIO 2023

Che cosa potrebbe accadere se il Pd sparisse di colpo, da un giorno all’altro, come molti oggi si augurano? Quali sarebbero gli effetti e le conseguenze se si estinguesse come una meteora? Se svanisse nel nulla, risucchiato da un “buco nero” della politica italiana?

La storia della Prima Repubblica dimostra che anche i partiti più radicati e più solidi, basati sulle ideologie del Novecento, come la Democrazia cristiana, il Pci o il Psi, possono esaurire prima o poi la propria funzione ed estinguersi per consunzione. E bisogna riconoscere che il Partito democratico, bollato fin dall’inizio come “un amalgama malriuscito” da Massimo D’Alema, non è stato capace di realizzare finora l’obiettivo fondamentale per cui era nato: e cioè, fondere la cultura del cattolicesimo democratico e quella del comunismo riformatore, per elaborare un progetto di società più equa e solidale. Ma è pur vero che il Pd fu concepito originariamente come partito di centro-sinistra, con il trattino, prima di arrivare a eliminare quel segno di distinzione e di unità.

Se è fondata tuttavia la teoria del sociologo Domenico De Masi, secondo cui possono coesistere tre sinistre, una popolare, una borghese e una radicale, allora conviene domandarsi se il Pd – o ciò che ne resta, dopo i postumi della “cura Letta” – abbia ancora titolo per occupare uno spazio politico e svolgere un ruolo all’interno di questo fronte progressista.

È chiaro che nella visione di De Masi, tanto razionale quanto suggestiva, le tre sinistre corrispondono rispettivamente al Movimento 5 Stelle, al Partito democratico e a quella galassia di gruppi e gruppuscoli più alternativi. Laddove al Pd resterebbe la rappresentanza di un ceto medio e medio-alto che altrimenti non voterebbe per le altre due componenti e con ogni probabilità slitterebbe verso il centro del cosiddetto Terzo Polo, guidato non a caso da due transfughi “dem” come Carlo Calenda e Matteo Renzi, se non addirittura verso Forza Italia.

Mettendo da parte velleità e contese egemoniche, dunque, si tratta di immaginare una “sinistra plurale”, articolata e composita, come alternativa alle tre destre, riunite oggi più per convenienza che per convinzione nello schieramento che sostiene il governo. Una maggioranza parlamentare legittima che però, ricordiamolo sempre per avere un quadro reale della situazione, rappresenta meno di un terzo del corpo elettorale. E quindi, per usare un ossimoro, una “maggioranza minoritaria” in grado di imporre le sue scelte all’intero Paese: dall’autonomia differenziata fra Nord e Sud fino a quella riforma istituzionale del presidenzialismo, invocato anche nei giorni scorsi da Giorgia Meloni come un giudizio divino, che cambierebbe il nostro sistema di governo senza un’effettiva legittimazione popolare.

Si può fare a meno allora di un nuovo Pd, rigenerato attraverso il congresso, per contrastare un programma oggettivamente eversivo dell’ordine democratico? Non perché il presidenzialismo, o il semi-presidenzialismo, sia di per sé una forma di governo illiberale o autoritario. Ma piuttosto per il fatto che, nella situazione data, verrebbe calato dall’alto e non maturerebbe attraverso un contraddittorio e magari una convergenza su una revisione costituzionale di tale rilevanza. E ancor più, perché non avrebbe le garanzie dei checks and balances, pesi e contrappesi, a cui il presidenzialismo è sottoposto per esempio negli Stati Uniti o il semipresidenzialismo in Francia. A cominciare proprio da quel sistema dell’informazione che nel nostro Paese è controllato direttamente dal governo (radiotelevisione pubblica), dai suoi alleati (televisione privata) o dalle concentrazioni editoriali che fanno capo per lo più ai potentati economici filogovernativi (giornali quotidiani).

Basterebbe già questo ad assegnare alla “sinistra plurale”, Pd compreso, un ruolo e una funzione nel dibattito pubblico, nel confronto parlamentare o nella competizione elettorale.

Un ruolo di diga alle pretese autocratiche della destra di governo, una funzione di garanzia sull’equilibrio costituzionale dei poteri e sull’assetto democratico del Paese. Su questo fronte, le “tre sinistre” rappresentano l’unico argine in grado di contenere le “tre destre”.

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