SINISTRA PER SIMMETRIA, SINISTRA PATELLA e SINISTRA PROPONENTE da IL MANIFESTO e OFFICINA dei SAPERI
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SINISTRA PER SIMMETRIA, SINISTRA PATELLA e SINISTRA PROPONENTE da IL MANIFESTO e OFFICINA dei SAPERI

Sinistra per simmetria con sinistra patella

INTERVENTO. L’ordoliberismo realmente operante non chiede che lo Stato si ritiri dalla sfera economica. Lo Stato ha una funzione fondamentale nella logica di far diventare il mercato legislatore e norma.

Paolo Favilli  06/09/2022

«Non dobbiamo partire dalle buone vecchie cose ma dalle cattive nuove cose»; così ci avvertiva Walter Benjamin, il filosofo marxista tedesco facente parte «del gruppo di ingegni più intelligente» del suo tempo, come lo definiva Thomas Mann. Le «cattive cose» che caratterizzano lo scenario politico italiano, catapultato di colpo in una breve e concitata campagna elettorale, non sono «nuove», ma in tale contesto rivelano gli esiti comico-tragici delle loro logiche di lungo periodo.

Il regresso delle «cose» ed il corrispondente regresso del «pensiero» che hanno segnato gli ultimi trenta «ingloriosi», si sono manifestati in molti modi, uno dei quali è stato (ed è) la rottura del rapporto tra le «cose» e il linguaggio che deve definirle. La «cosa» certamente più evidente nell’attuale panorama politico italiano è la riduzione ai minimi termini e, quindi, l’irrilevanza, della sinistra che affonda le proprie radici nella cultura della critica dell’economia politica e nelle sue forme storiche assunte per circa 150 anni. Eppure, il termine «sinistra» appare in evidenza nel contesto linguistico del marketing della rappresentazione elettorale. Segno che il brand ha di per sé, indipendentemente dai contenuti, un alto grado di spendibilità nel mercato politico.

Sembrava che lo stesso fondatore del Pd, in uno di quei rarissimi atti di onestà intellettuale così estranei al ceto politico protagonista del nostro lungo termidoro, avesse rinunciato all’uso di una parola così decisamente denotata e insieme connotata dalla storia del movimento operaio e socialista. Veltroni, infatti, ad un giornalista spagnolo che gli aveva chiesto le ragioni per cui il segretario del nuovo partito non pronunciava più «la palabra izquierda», rispose: «Es que somos reformistas, no de izquierdas» («El País», 1/03/2008).

Dove si vede che lo sprazzo dell’onestà intellettuale si era esaurito in un attimo. Il termine «riformismo» veniva ufficializzato secondo l’uso esistente dagli anni Novanta, cioè in un significato che rovesciava tanto denotazione che connotazione propri di un’intera esperienza storica.

Ora anche Veltroni usa «la palabra izquierda» per indicare l’insieme Pd e sue superfetazioni. Le ragioni sono del tutto evidenti. In una concezione del mercato politico che si vuole forzare in senso bipolare le collocazioni per simmetria «destra» e «sinistra» godono di una altissima rendita di posizione. Su questo piano assiale Meloni e Letta giocano di concerto.

Ovviamente le forze politiche ch’essi rappresentano non sono la stessa cosa. Le loro differenziazioni, in particolare sul tema dei diritti civili, sembrano poter giustificare la collocazione assiale. Ma si tratta di variazioni, seppure importanti, sul tema concernente la comune e fondamentale concezione ordoliberista dei rapporti economico-sociali. L’ordoliberismo non è la riproposizione della concezione classica del laissez-faire. L’ordoliberismo realmente operante non chiede che lo Stato si ritiri dalla sfera economica. Lo Stato ha una funzione fondamentale nella logica di far diventare il mercato legislatore e norma.

Uno degli esempi più chiari al proposito lo si può trovare nella introduzione della regola del pareggio di bilancio in Costituzione votata dal parlamento italiano nel 2012. In questo modo si è dato valore costituzionale ad una teoria economica; si è fatto un passo importante verso lo Stato ideologico nella prospettiva del capitale totale. Nella costruzione di tale prospettiva Pds, Ds e poi Pd hanno avuto un ruolo primario, conseguente e rigoroso. La cosiddetta agenda Draghi non è altro che la fase attuale del suddetto percorso.

Si tratta di dati di fatto, non di questioni opinabili. Analisi specifiche e studi ne forniscono prove difficilmente confutabili. Solo la mistificazione propria alla rottura del rapporto tra le «cose» e il linguaggio, ormai tratto caratterizzante della comunicazione (propaganda) politica, nasconde sotto una nebbia fitta di parole fluttuanti (riformismo, progressismo, modernità) una realtà consolidata nelle strutture dei rapporti economico-sociali. L’espressione «sinistra per simmetria» mi pare, dunque, adeguata a definire ciò che è una componente fondamentale dell’universo neoliberista.

L’aura mistificatrice è rafforzata dal fatto che la componente in oggetto può contare, ai margini, su una coalizione che presenta anche forze il cui definirsi di «sinistra» continua ad avere una qualche ragione. Forze che, però, restano attaccate alla «sinistra per simmetria» come patelle allo scoglio. Patelle, «piatti molluschi che stanno appiccicati allo scoglio e fanno (..) tutt’uno con la pietra» (I. Calvino, Pesci grossi, pesci piccoli). Diventa così ancor più improbo il cammino di quella sinistra non per simmetria di cui l’Italia ha bisogno e la cui costruzione rimane il compito primario, indispensabile, per chi intenda rimanere l’erede di una grande storia. Una tappa di questo percorso è rilevabile anche in questa consultazione elettorale.

Il compito della nuova costruzione sa di fatica di Sisifo. Diceva Camus: «Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice». La «sinistra patella» non ambisce a questo tipo di «felicità».

Un’opera di Duane-Hanson

I soggetti sociali della crisi cancellati dalla campagna elettorale

Il silenzio del mondo del lavoro e della scuola è greve sull’impatto devastante di tre emergenze concomitanti – clima, eventi bellici diffusi e disuguaglianza sociale

Mario Agostinelli  03/09/2022

Nella campagna elettorale in corso c’è una sottrazione di argomenti: non ci sono il lavoro, l’informazione, lo stato sociale, l’idea dello sviluppo, l’acquisizione collettiva del senso del limite e della capacità di costruirvi sopra un’idea di società. E non emergono così soggetti cui dare priorità, né luoghi abitati e vissuti da mobilitare. Siamo diventati un Paese in cui la società civile comunica incessantemente sui social e in riunioni locali, mentre i media e la classe politica stazionano in una bolla vagante, priva dei riflessi delle emergenze che attanagliano quotidianamente e assiduamente le popolazioni.

Penso che l’illusione coltivata dalle destre di una «corsa» per inerzia e senza sussulti verso il 25 Settembre, non regga l’urto delle rivendicazioni di componenti vitali che ritornano in presenza nelle loro funzioni. Mi riferisco al lavoro e alla scuola, che, a giochi conclusi per i collegi elettorali, misureranno sulle proprie condizioni i programmi di chi ha prenotato seggi in Parlamento.

Spesso non consideriamo tra le condizioni di lavoro il sentirsi o no in pace; l’essere o no impegnati in guerra; l’essere o no cobelligeranti di una «terza guerra mondiale combattuta a pezzi». Mentre Ucraina e Zaporizhzhia scandiscono un orrore bellico che ci sovrasta, quasi nessuno sta chiedendo al mondo del lavoro di farsi rappresentare e di agire per ripudiare la guerra. Eppure, ovunque la giornata di lavoro ne è sconvolta, turbata per le immagini, ferita nel profondo dalle uccisioni per mano umana di gente senza volto e probabilmente passata incolpevolmente dalla tuta alla divisa. In campagna elettorale si sta discutendo solo di effetti a valle della trasformazione in corso, non delle sue cause politiche e sociali: quale sarà il disagio in bolletta, come si conterrà l’inflazione, di quale comfort godremo in casa, come ripristineremo il decorso dell’acqua nei fiumi.

Ma sull’impatto complesso e devastante di tre emergenze concomitanti – clima, eventi bellici diffusi e disuguaglianza sociale – il silenzio è greve, nonostante la voce sempre più isolata di un papa, che è stato a Lampedusa, a Puebla, all’Onu, in Iraq, ad Assisi e all’Aquila per indicare un’umanità ed un Pianeta diversi da quelli che ci riservano le grandi Potenze in lotta per l’egemonia economica e militare su una Terra stremata. Il sindacato e l’intero corpo del lavoro, ancora incerti nel farsi sentire, devono risalire a monte e chiedere di conseguenza un cambio di marcia.

Al di là dei resoconti dei media, è enorme il numero di persone che invece ha vissuto direttamente le emergenze degli implacabili supplizi di questa estate: l’allagamento e il danneggiamento irreparabile di luoghi di produzione e di consumo, il mutamento di paesaggi alpini o le mareggiate squassanti, l’aridità dei corsi d’acqua o le ondate di calore, così come ha provato angoscia per le abitazioni sventrate e le vite spezzate da ordigni mostruosi. Tutti ne hanno parlato nei luoghi di ritrovo delle vacanze, in famiglia, la sera con le persiane spalancate. Ma non c’è stata ancora una presa d’atto in termine di coscienza collettiva: credo invece che il rientro in presenza in fabbrica o a scuola non potrà che amplificare la sensazione che un mutamento brusco, senza ritorno, si è affacciato oltre la pandemia, drammatizzando la mancanza di tempo per intervenire. Viene avanti un processo intergenerazionale di ripensamento del senso dello studio e del lavoro, attività conoscitive e trasformative di una natura e di un ambiente sociale che vanno curati e rinnovati nello spirito dell’ecologia integrale e della pace.

Si presenta quindi l’opportunità che la campagna elettorale faccia i conti con protagonisti – scuola e lavoro – che, dopo l’imponente presa di posizione del mondo della scienza contro il negazionismo climatico e la generale riprovazione dei conflitti armati, obliquamente sostenuti anche dal nostro Paese, possano appurare le vaghe promesse e dare una torsione non prevista dai sondaggi svolti in tempo di solstizio d’estate. Mi auguro che la Sinistra e tutta la società civile spostino l’attenzione sulla transizione energetica, le vertenze contrattuali, l’avvio del Congresso della Cgil, la giornata Onu per la pace del 21 Settembre e lo «sciopero» dei FFF del 23 Settembre.

Nel mondo c’è un’anima non violenta che lo abita e può rappresentare in un prossimo futuro una forza più potente della belligeranza, affiancando l’ecologia integrale per affermare – come ha fatto Bergoglio – che «la guerra è una pazzia» e che «coloro che devastano per profitto la natura hanno mercificato la vita».

Scuola e lavoro sono di fronte all’evolversi rapido di due guerre mondiali che procedono in parallelo. Quella classica, grande o per frammenti, che si gioca anche oggi con le armi per il potere geopolitico, geo-economico e tecnologico; e quella specifica del sistema tecno-capitalista contro la Terra e l’ambiente. È tempo di abbandonare ogni rassegnazione.

Un milione di posti di lavoro.

Piero Bevilacqua  06/09/2022

Si può creare un milione di posti di lavoro e non è una barzelletta di Berlusconi. E senza creare altro debito. Lo documenta un progetto elaborato da un gruppo di studiosi dell’Università di Torino e del Piemonte Orientale: F.Barbera, G.Ortona, F.Pallante e altri. Il meccanismo è semplice: si tratta di imporre un prelievo dell’1%, una tassa di solidarietà sui redditi finanziari superiori ai 200 mila € e per un periodo limitato di circa 4-5 anni. Un prelievo da attuarsi sui

5000 miliardi di euro che è l’attuale ammontare della ricchezza finanziaria degli italiani. Se ne ricaverebbero 27 miliardi di € che diventerebbero stipendi per un milione di persone assunte nella Pubblica Amministrazione. Stipendi equivalenti a quello di un professore di scuola media. Questa trasformazione del risparmio finanziario in stipendi avrebbe uno straordinario effetto moltiplicatore sull’economia: aumenterebbe i consumi, accrescerebbe il gettito fiscale allo stato, innalzerebbe l’efficienza della macchina amministrativa, con beneficio per l’economia, la qualità dei servizi, il rapporto tra debito pubblico e PIL. Nel giro di 5 anni, è stato calcolato, i 27 miliardi prelevati ne genererebbero ben 40.

Ricordiamo che negli ultimi 20 anni in tanti settori della vita pubblica, nella sanità, nella scuola, nei trasporti, nell’Università, tantissimo personale è andato in pensione e non è stato sostituito. E noi siamo infatti i più sguarniti nei ranghi nella Pubblica Amministrazione. rispetto ai grandi paesi europei. Significativamente l’Italia crea in Europa meno laureati e al tempo stesso ha il più alto numero di disoccupati fra i laureati. Una parte grande del dramma dei giovani laureati meridionali ha qui la sua origine: la PA non li recluta, come accade in Francia, in Germania o nel Regno Unito e loro emigrano in Francia, in Germania e nel Regno Unito.

Come Unione Popolare ci batteremo per questa battaglia a favore della nostra gioventù studiosa che darà un nuovo slancio a tutto il Paese.

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