I CITTADINI DI SERIE B ESISTONO. RISCHIANO DI SCENDERE IN C da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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I CITTADINI DI SERIE B ESISTONO. RISCHIANO DI SCENDERE IN C da IL MANIFESTO

I cittadini di serie B esistono. Rischiano di scendere in C

AUTONOMIA. Giorgia Meloni ci informa, parlando a un evento di Poste Italiane, di volere una sola Italia, con servizi e diritti uguali per tutti. Non si rassegna – dice – all’idea […]

Massimo Villone  01/02/2023

Giorgia Meloni ci informa, parlando a un evento di Poste Italiane, di volere una sola Italia, con servizi e diritti uguali per tutti. Non si rassegna – dice – all’idea che ci siano cittadini di serie A e di serie B. Benissimo. Sembra di sentire Mattarella, che non da poco parla un identico linguaggio. Ma come la mettiamo con l’arrivo in consiglio dei ministri del testo Calderoli sull’autonomia differenziata? C’è un nuovo testo della «legge di attuazione» dell’art. 116.3 a firma Calderoli. Quelli precedenti hanno sollevato una tempesta di critiche, di cui il ministro afferma di avere tenuto conto.

È sceso in campo persino Bonomi, presidente Confindustria. Ma il nuovo testo del 30 gennaio non presenta sostanziali differenze rispetto a quello già noto del 29 dicembre. Qualche limatura, su un impianto essenzialmente uguale.

In specie, si conferma la sostanziale emarginazione del parlamento, ridotto a pareri non vincolanti e persino non necessari. Conta poco che nell’art. 2.8 si preveda la trasmissione alle Camere «per la deliberazione ai sensi dell’articolo 116, terzo comma». Si abbandona la «mera approvazione» di cui ai primi testi, che alludeva a una mera ratifica, e la più sobria «approvazione» di cui al testo del 29 dicembre. Ma la terminologia ora adottata è abbastanza ambigua da consentire al momento giusto di tornare alla mera ratifica. Il parlamento è altresì escluso dalla fase di trasferimento delle funzioni e delle risorse, e dal monitoraggio nel tempo. Mentre si mantiene nell’art. 5 la compartecipazione al gettito tributario «maturato nel territorio regionale». Evidente assist alle regioni economicamente più forti.

Rimane altresì intatto il modello già acquisito per i livelli essenziali di prestazione (Lep) con i commi 791 e seguenti della legge di bilancio, esplicitamente richiamati. Anche qui, il parlamento è limitato a pareri non vincolanti, mentre i Lep sono adottati con decreto del presidente del consiglio dei ministri. Un modello di assai dubbia costituzionalità. Sul rapporto tra i Lep e l’avvio dell’autonomia differenziata la condizione viene individuata nella «determinazione» dei livelli. Il che suggerisce che basti la definizione formale, non richiedendosi l’applicazione in concreto con le necessarie risorse.

Qui cogliamo le difficoltà per Giorgia Meloni. Arriverà in consiglio dei ministri un ddl Calderoli che è una scatola vuota per quanto riguarda quanta e quale autonomia, per quale regione, a quali costi. I Lep sono un’altra scatola vuota, da riempire con la individuazione delle materie cui vanno applicati, dei livelli da assicurare, con quali risorse e tempi. Ma allora cosa e come decide il consiglio dei ministri? L’eguaglianza è una garanzia, una previsione, una speranza, un moto dell’animo, una presa in giro?

Il problema di fondo è che in un’Italia in cui tutti avessero già uguali servizi e diritti – per dirla con Meloni – sarebbe anche possibile avviare almeno in principio un progetto autonomistico nell’interesse di tutti in chiave di sana competizione tra territori per maggiore efficienza e risparmio di spesa. È quello che dicono di volere Zaia &Co. Ma l’Italia è tutt’altro. Le differenze tra territori esistono, sono devastanti e strutturali. Uguali diritti e servizi richiedono un massiccio impiego di risorse volte a migliorare la condizione di chi è svantaggiato. Il resto viene dopo. Giannola, presidente Svimez, quantifica in circa cento miliardi le risorse necessarie per attaccare gli squilibri territoriali. Si può discutere sulla cifra. Ma non si può esorcizzare il problema con un’alzata di spalle come fa Calderoli. E non si può negare che l’autonomia differenziata vada in un senso esattamente opposto. Potrà mai essere felicemente diverso chi ha una aspettativa di vita che dipende dal codice di avviamento postale? Bisogna prendere atto che i cittadini di serie B esistono. Meloni si rassegni, e veda di evitare che scendano in C.

Da ultimo Calderoli narra (La Stampa, 29 gennaio) che, come ministro, concederà l’autonomia in base alla virtuosità della regione richiedente. «Vedo la lista dei peccati e in base a quello do l’assoluzione o meno». E i peccati suoi? Gli proponiamo uno scambio. Se firma la legge costituzionale di iniziativa popolare per la modifica degli articoli 116,3 e 117, che vuole appunto prevenire i guasti a sua firma, gli concederemo una indulgenza plenaria. Può firmare anche online con lo Spid su:

www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it.

«Riprendiamoci il comune». Due leggi dal basso per un’altra autonomia

LA CAMPAGNA. Dopo anni di austerità e vincoli di bilancio per gli enti locali da sabato comincia la raccolta firme per invertire la rotta

Giuliano Santoro  01/02/2023

«Altro che autonomia differenziata: riprendiamoci il Comune!»: da sabato prossimo prende il via la raccolta firme per due leggi di iniziativa popolare che hanno l’obiettivo di restituire sovranità ai comuni, strozzati dalle regole dell’austerità degli ultimi anni e impossibilitati ad avere spazi di bilancio.

Lo strumento da superare si chiama Patto di stabilità e crescita che nel decennio 2000-2010 ha causato la perdita di oltre 50 mila occupati nel solo settore degli enti locali, personale di cui si sente la mancanza ora che gli enti locali dovrebbero gestire la cosiddetta «messa a terra» del Pnrr.

Per chiedere al parlamento di invertire la rotta servono almeno 50 mila firme. In teoria dovrebbero valere anche quelle digitali, ma il portale istituzionale che dovrebbe consentire la validazione non è ancora attivo. Dunque, dal 4 febbraio compariranno i tradizionali banchetti. Alla campagna ha aderito un vasto cartello di associazioni, dall’Arci alle Acli passando per il Forum per l’acqua pubblica, Attac, la Funzione pubblica Cgil, Fridays For Future, Unione Inquilini.

La prima legge, spiegano i promotori, punta a «cambiare radicalmente le regole di austerità che da trent’anni governano la gestione economica e finanziaria dei comuni e delle province: un quadro normativo che ha finito per strozzare gli enti locali». Nonostante il debito dei comuni corrisponda soltanto all’1,5% di quello complessivo, alle amministrazioni in questi anni sono stati posti vincoli di bilancio rigidissimi. Il contributo richiesto ai comuni, tra tagli ai trasferimenti e pareggio di bilancio finanziario, è passato da 1,65 miliardi di euro del 2009 ai 16,66 miliardi del 2015. Si propone dunque di affiancare all’obiettivo dell’equilibrio finanziario su base triennale anche il pareggio di bilancio sociale, ecologico e di genere. E poi cancellare i vincoli per la spese di personale e disporre della facoltà di riportare agli enti locali la gestione dei servizi pubblici.

Ciò consentirebbe, ad esempio, di salvaguardare il territorio, visto che al momento l’unica possibilità di trovare i fondi per fare investimenti per le amministrazioni comunali risiede nel mettere a bilancio gli oneri di costruzione. Il che ha spinto gli amministratori ad allentare la pianificazione urbanistica e rinunciare alle politiche di regolazione. Soltanto nel 2021 le nuove coperture artificiali hanno interessato 69,1 chilometri quadrati, cioè 19 ettari in media al giorno. «Il valore più alto degli ultimi dieci anni», dicono le associazioni per sottolineare il nesso tra vincoli di bilancio e devastazione ambientale.

La seconda proposta di legge del cartello «Riprendiamoci il Comune» serve a riportare Cassa depositi e prestiti «al servizio delle comunità locali e non invece dei grandi interessi della rendita, della finanza e delle privatizzazioni» come accade da quando, venti anni fa, venne trasformata in una società per azioni che agisce e si muove come un istituto di diritto privato. L’istituto, tuttavia, era stato creato per raccogliere e tutelare il risparmio dei cittadini e utilizzare questa riserva per finanziare gli investimenti degli enti locali a tassi agevolati. Nel 2022 si tratta di 280,5 miliardi di euro versati da più di 20 milioni di risparmiatori. I dati forniti dal comitato promotore parlano chiaro: mediamente il 10% delle spese correnti di un comune serve a pagare gli interessi sul debito, questa cifra sale al 12% per 1403 piccoli comuni e supera addirittura il 18% per altri 727.

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