A ROMA UIN’ALTRA PIAZZA, DISARMATA da IL FATTO e IL MANIFESTO
A Roma un’altra piazza, disarmata
«Svuotare gli arsenali, aprire i granai» In tante e tanti per una iniziativa alternativa a quella lanciata da Repubblica
*** 11/03/2025
«Svuotare gli arsenali riempire i granai». Con le parole del Presidente partigiano Sandro Pertini proponiamo a tutte e tutti di ritrovarci il 15 marzo a Roma in piazza Barberini alle ore 15, “Una piazza per la pace”, per riaffermare la richiesta di cessate il fuoco in Ucraina e una netta contrarietà al piano Rearm Europe approvato dal Consiglio europeo con l’assenso anche del governo italiano.
Non parteciperemo alla piazza lanciata da un quotidiano che ha sostenuto in questi anni posizioni belliciste. Non ci facciamo arruolare da chi ha sostenuto la guerra in Ucraina in nome dei diritti dei popoli oppressi ma ha fatto da scorta mediatica al genocidio di Netanyahu contro i palestinesi a Gaza.
Non andremo a sventolare una bandiera a sostegno di chi ha scelto la via della guerra e dell’economia di guerra (…) Questa Europa – quella del Patto di Stabilità e del piano di riarmo – non ci rappresenta.
La Commissione e i governi europei hanno condiviso con Biden la scelta della guerra “fino alla vittoria” e oggi obbediscono al diktat di Trump sull’aumento della spesa militare. (…) L’Europa che decide di spendere 800 miliardi aggiuntivi in armi, che comprerà per gran parte dagli Usa, dovrà tagliare ulteriormente il proprio stato sociale (…)
Noi proponiamo di ritrovarci a Roma in un’altra piazza, per la pace e contro il riarmo. Una piazza che senza ambiguità esprima il dissenso, l’indignazione e l’opposizione alle scelte della Commissione Europea, del Consiglio Europeo e anche del governo italiano. Una piazza da riempire con le bandiere della pace.
Tra le tante firme dell’’appello segnaliamo Raniero La Valle, Ginevra Bompiani, Elena Basile, Vauro, Moni Ovadia, esponenti palestinesi come Ali Rashid e Yousef Salman, il rappresentante dei curdi Yilmaz Orkan, l’ex diplomatico Enrico Calamai, Franco Berardi Bifo, i registi Daniele Vicari, Andrea Gropplero e Costanza Quatriglio, gli storici Piero Bevilacqua, Angelo d’Orsi e Guido Liguori, gli ex europarlamentari Roberto Musacchio, Pasqualina Napoletano e Eleonora Forenza, gli economisti Pier Giorgio Ardeni e Luciano Vasapollo, Marco Bersani di Attac, il segretario di Rifondazione Comunista Maurizio Acerbo, il fisico Francesco Sylos Labini, la portavoce comitati contro AD Marina Boscaino, Giovanni Russo Spena, l’urbanista Paolo Berdini, il produttore cinematografico Gianluca Arcopinto, gli attori Massimo Dapporto e Valentina Carnelutti, Chiara Rapaccini, artista/designer, Paolo Ferrero, la sceneggiatrice Silvia Scola, Patrizia Sentinelli, Rosa Rinaldi, Paola Nugnes.
Il testo completo dell’appello qui
Lettera a Serra “Marciare per questa Europa? Ecco perché non ci saremo”
CI SIAMO SEMPRE BATTUTI PER L’EUROPA .
Per un’Europa di pace, di diritti, di democrazia. Abbiamo creduto nell’Unione europea come il più grande progetto di riconciliazione della storia contemporanea, nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale per garantire che nessuna guerra fratricida insanguinasse mai più il nostro continente. Ma l’Europa che oggi si vuole portare in piazza non è più quell’E u ro p a . Non possiamo accettare un’Europa che alza il budget militare cancellando le vere conquiste europee: il primato dell’ambiente, la centralità della sanità, il finanziamento della cultura e della scuola, il welfare che difende i più deboli e che assiste i più fragili, gli anziani. Tutto questo sarà compromesso, se non cancellato, dal programma di riarmo che le istituzioni europee stanno promuovendo. Un riarmo che non serve all’Europa: già oggi, l’Unione europea e il Regno Unito spendono in armi tre volte di più della Russia. Eppure si continua a spingere per aumentare gli stanziamenti militari, come se una corsa agli armamenti potesse portare sicurezza e non, invece, il rischio di una spirale senza fine. Ancora più grave è la direzione politica presa dal Parlamento europeo, che a maggioranza ha votato per colpire la Russia in profondità, un’escalation pericolosa che allontana ogni prospettiva di negoziato e moltiplica i rischi di un conflitto diretto e incontrollabile. Abbiamo fortemente creduto negli ideali europei di pace portati avanti da Willy Brandt e Olof Palme (…) Scendere in piazza per questa Europa con l’elmetto significherebbe rinnegare non solo i nostri ideali pacifisti, ma anche quelli di uomini di pace come Picasso, Montessori, Chaplin, Russell, Einstein, Follereau, Brecht. Loro rimarrebbero oggi inorriditi nel vedere questo ritorno europeo all’antico motto “si vis pacem para bellum”. Un ritornello ripetuto più volte e in varie forme da esponenti europei da cui ci saremmo aspettati ben altro. Non possiamo scendere in piazza per sostenere un’Unione europea che si allontana dai suoi valori fondanti e si piega alla logica del riarmo. Continueremo a lottare per un’Europa della pace, della giustizia sociale, della cooperazione. Ma questa Europa del riarmo, no, non ci vedrà al suo fianco.
TRA I FIRMATARI, ALESSANDRO MARESCOTTI, DOMENICO GALLO, LUISA MORGANTINI, MONS. GIOVANNI RICCHIUTI, PADRE ALEX ZANOTELLI:
TUTTE LE ADESIONI SU WWW.PEACELINK.IT
L’Europa prevede armi per l’attacco o la difesa? Come nel gioco della “pista cifrata ”, colleghiamo i puntini degli ultimi avvenimenti. Alcune settimane fa l’Estonia (nazione con meno abitanti di Milano) si dota di 6 lanciarazzi M142 Himars (300 km di gittata, San Pietroburgo e la flotta russa del Baltico nel mirino): per capirci, l’Italia, che è 60 volte più popolosa dell’Estonia, di Himars ne ha 21. Ancora, la Lituania, pochi giorni addietro, esce dal trattato sull’utilizzo delle bombe a grappolo (quindi è pronta a usarle in ogni momento, contro chi è inutile dirlo). La Finlandia e la Svezia, dopo secoli di neutralità, vengono ammesse nella Nato a tempo di record; Regno Unito e Francia parlano sempre più apertamente dell’invio dei loro eserciti in Ucraina al momento come ipotetiche truppe di peace keeping , ma il prurito alle mani è evidente. Dulcis in fundo, la Von der Leyen prepara un piano da 800 miliardi di euro per far acquistare all’intera Europa ogni tipo di arma disponibile sul mercato: a pensar male si fa peccato diceva quello, ma, mi domando, tutte queste manovre geopolitiche e tutto questo arsenale servono davvero per difenderci dalla Russia o, al contrario, per attaccarla?
DONATO CHIRIACO’
Un incremento bellico più che esponenziale Ormai facciamo la guerra da tutte le parti e con morti e dolore infinito. Facciamo la guerra sul lavoro, sulle strade, nelle coppie (femminicidio), negli scontri cruenti fra bande giovanili, nello spaccio, nell’ambiente, nella politica e nei partiti, e persino nello Studio Ovale della Casa Bianca (vedasi la guerra tra Trump e Vance contro Zelensky). Poi ci sono le guerre militari che fanno centinaia di migliaia di morti e creano un dolore che non sarà soggetto alla legge dell’oblio (Gaza, Ucraina e oltre 50 in corso). I nomi dati alle guerre dal potere aggressivo-distruttivo che le promuove e realizza sono solamente offensive e vergognose (guerra per la pace, per la democrazia, per la libertà ecc). Nel nostro Paese abbiamo u n’industria che risponde al nome di Leonardo, ma non produce individui che creano dipinti da esporre nelle mostre e nei musei. No, produce armi per la guerra! Forse è dovuto al cognome del grande pittore (da Vinci)! In questi ultimi giorni mi è capitato di rileggere alcuni brani del libro A study of wardi Quincy Wright sul numero di guerre nella storia tra il 1480 e il 1940): 1480-1499: 9 guerre; 1550-1599: 87 guerre; 1600-1699: 239 guerre; 1700-1799: 781 guerre; 1800-1899: 651 guerre; 1900-1940: 892 guerre. Un incremento del 9811%. La riflessione sollecitata da questo breve schema è avvilente. Dai numeri si deduce che a mutare è stata solo la forma e la modalità della guerra, ma non la sua natura: dopo secoli e secoli il bisogno di violenza aggressiva-distruttiva degli uomini di potere non solo non è diminuita, ma è aumentata enormemente. Credo che dobbiamo fare un’analisi seria e profonda su chi siamo e dove vogliamo andare.
ROBERTO INFRASCA
Riarmo. Le 4 ragioni per cui l’esercito comune Ue non potrebbe funzionare
ALESSANDRO ORSINI 11 Marzo 2025
L’esercito dell’Unione europea sarebbe un fallimento per quattro ragioni principali. La prima ragione è militare: disunione. I Paesi dell’Unione europea litigano ferocemente per la distribuzione dei migranti che ognuno cerca di scaricare sull’altro, prevalentemente sull’Italia. Se i Paesi dell’Unione europea si scaricano i migranti, figuriamoci i morti in battaglia. L’immaginazione è fondamentale nella scienza, come insegna Max Weber. Usiamola. Immaginiamo un tritacarne come la battaglia di Bakhmut. I russi sono in difficoltà: Putin prende tutte le decisioni in un minuto. L’esercito dell’Unione europea è in difficoltà: ogni governo propone la strategia che gli consente di risparmiare il maggior numero di soldati. Chi si lancerà contro le trincee russe sapendo di andare incontro a un massacro com’è accaduto agli ucraini durante la controffensiva iniziata il 5 giugno 2023? Francesi, tedeschi o italiani?
La seconda ragione è elettorale: mentre Meloni e Macron litigano a Borgo Egnazia, i partiti di opposizione sfruttano la carneficina a Bakhmut per scalzarli. Sottoposti al rischio di cadere, Meloni e Macron se le danno di santa ragione. Il parlamento italiano e quello francese diventano un inferno. La carneficina di Bakhmut offrirebbe un grande palcoscenico ai leader dell’opposizione che userebbero la stessa demagogia con cui Meloni è diventata presidente del Consiglio. Nel 2022 gli italiani hanno votato per Meloni contro i migranti in Sicilia. Coinvolti a Bakhmut, voterebbero per Conte contro i morti in Ucraina. L’esercito dell’Unione europea sarebbe soggetto a tutti i processi elettorali dei 27 Paesi dell’Unione europea. L’Unione europea potrebbe tamponare questo problema soltanto trasformandosi in una dittatura di fatto, come è accaduto all’Ucraina.
La terza ragione è economica: non avendo deterrenza nucleare, l’Unione europea cercherebbe di sconfiggere la Russia in una guerra d’attrito di lungo periodo economicamente dispendiosissima con Trump che bersaglia l’Europa con i dazi. Ma una guerra d’attrito di lungo periodo richiede una quantità smisurata di gas e di petrolio che l’Unione europea non possiede. La Germania è andata in recessione per essere stata lambita dalla guerra in Ucraina. Se passasse da una guerra epidermica a una guerra maciullata, l’economia tedesca boccheggerebbe. La quarta ragione è culturale. Se l’esercito professionale non bastasse, gli italiani scapperebbero in massa per evitare il fronte giacché i valori dei giovani italiani sono i tipici valori di una società post-moderna che è una società edonistica e, quindi, anti-guerriera. Le caratteristiche della società post-moderna sono la precarietà, la confusione, la frammentazione, la dispersione: l’opposto degli ingredienti per forgiare un’ideologia guerriera di massa. Caratteristiche della società moderna sono anche l’edonismo, la spensieratezza, il divertimento, l’autoreferenzialità, il disordine, l’incoerenza e l’irrazionalità. Ci sono tanti giovani impegnati che ci rendono fieri e orgogliosi. Ma la stragrande maggioranza dei giovani nella società post-moderna pensa a divertirsi e a scattarsi le foto con l’iPhone. L’uomo post-moderno non ha la cultura per sorreggere una guerra-sbudellamento con la Russia. Infine, c’è il problema Samp-T, ognuno dei quali può proteggere soltanto una grande città. L’Italia ha tre Samp-T operativi. Ma l’Italia non è tutta un deserto come l’Oman. Ogni sua città è un’opera d’arte. Crosetto protegge Milano, Roma e Genova. Chi proteggerà Napoli, Firenze e Venezia dai missili russi? Il lettore aggiunga a scelta le città che preferisce.
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