GLI APPRENDISTI STREGONI DELL’EGEMONIA CULTURALE da VOLERELALUNA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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GLI APPRENDISTI STREGONI DELL’EGEMONIA CULTURALE da VOLERELALUNA

Gli apprendisti stregoni dell’egemonia culturale

Francesco Coniglione  18-06-2026  

Da qualche tempo la destra italiana sembra aver scoperto Gramsci come si scopre un utensile dimenticato in cantina: non per comprenderlo, ma per usarloLa parola magica è “egemonia culturale”, pronunciata con l’aria di chi abbia finalmente trovato la formula segreta del dominio simbolico. Solo che, nella sua versione corrente, questa egemonia è assai lontana da quella immaginata dal cosiddetto “gramscismo di destra”, a suo tempo annunciato da Alain de Benoist (e in Italia da Marco Tarchi): è stata ridotta a una faccenda di stanze, poltrone, nomine, organigrammi; nel mettere un proprio uomo alla guida di un museo, di una fondazione, di una rete televisiva, di un ente culturale o di un consiglio d’amministrazione, e credere che da quella sostituzione amministrativa nasca, per misteriosa alchimia burocratica, una nuova visione del mondo. È l’illusione di chi confonde il possesso delle chiavi con l’abitare una casa; di chi crede che la cultura sia un palazzo da espugnare, non un linguaggio da rendere necessario. Ma l’egemonia, se si è davvero capito Gramsci, non è il bottino del potere: ne è la condizione. Non si conquista il governo per fabbricare un’egemonia; si giunge a governare in senso pieno, storico e non soltanto elettorale, quando una qualche egemonia è già stata costruita. Il punto è decisivo. Una forza politica può vincere le elezioni, controllare ministeri, designare presidenti di fondazioni, dirigenti televisivi, membri di consigli d’amministrazione, direttori di musei o di enti culturali. Può insediarsi ovunque vi sia una porta da aprire e una firma da apporre. Ma tutto questo non basta a produrre egemonia: può al massimo trasformare una forza politica in ceto di governo, non in autentica classe dirigente. Si può disporre di una maggioranza parlamentare, magari favorita da meccanismi elettorali distorsivi, e restare tuttavia privi di quella direzione morale e intellettuale che sola fonda una vera supremazia storica.

Qui bisogna tornare a Gramsci, non per citarlo come un santino da comizio, ma per comprenderne la lezione più severa. In Gramsci l’egemonia non coincide con il dominio. Una classe è dominante quando esercita la forza, la coercizione, il controllo degli apparati; è dirigente quando riesce invece a orientare, persuadere, attrarre, costruire consenso. Nei Quaderni del carcere egli scrive che «una classe già prima di andare al potere può essere “dirigente” – e deve esserlo –; quando è al potere diventa dominante, ma continua ad essere anche “dirigente”». In altri termini, il potere non sostituisce l’egemonia: la presuppone e deve continuare ad alimentarla. Per questo Gramsci può aggiungere, con chiarezza difficilmente equivocabile, che «ci può e ci deve essere una “egemonia politica” anche prima della andata al Governo e non bisogna contare solo sul potere e sulla forza materiale che esso dà per esercitare la direzione o egemonia politica» (Quaderni del carcere, Q1, § 44). Dunque l’egemonia viene prima del potere, non dopo. E il potere resta storicamente legittimo solo se sa mantenere quella funzione dirigente, evitando di ridursi a mera forza dominante. Una forza che giunga al governo può produrre occupazione, clientela, intimidazione, riequilibrio spartitorio, risarcimento simbolico per i propri esclusi. Può collocare fedeli, promuovere amici, ricompensare militanti, vendicare marginalità. Ma l’egemonia è un’altra cosa: è capacità di direzione morale e intellettuale; è facoltà di rendere il proprio linguaggio spontaneamente condiviso; è potere di far apparire naturale una certa visione del mondo; è attrazione esercitata anche oltre il proprio recinto politico immediato.

È precisamente ciò che gli attuali apprendisti stregoni dell’egemonia non comprendono. Essi vedono nella conquista del governo lo strumento per “prendersi la cultura”; scambiano la nomina per il prestigio, la presenza mediatica per l’autorevolezza, l’occupazione degli spazi per la produzione di pensiero. Ma una cultura non diventa egemone perché un ministro la proclama tale, né perché una maggioranza parlamentare decide di promuoverla. Diventa egemone quando genera categorie interpretative, parole, immagini, simboli, sensibilità, stili di vita, forme di riconoscimento collettivo. L’egemonia non è ciò che si impone: è ciò che finisce per essere respirato.

L’esempio più evidente, nella storia italiana, è proprio la tanto vituperata “egemonia culturale della sinistra”, a forte centralità comunista. Essa fu forte non grazie al governo, ma nonostante l’esclusione stabile del Pci dal governo nazionale: esso conquistò un ruolo culturale non perché controllava lo Stato; al contrario, pur all’opposizione, seppe costruire nel dopoguerra una rete fitta di case editrici, riviste, scuole di partito, sezioni, cooperative, amministrazioni locali, circoli culturali, sindacati, università popolari, cineforum, festival, giornali, intellettuali organici e intellettuali indipendenti. Non era questa soltanto una macchina di propaganda. Era un mondo. Una narrazione efficace, capillare, riconoscibile, capace di offrire interpretazioni della storia, della letteratura, del lavoro, della giustizia sociale, dell’antifascismo, del rapporto tra cultura alta e cultura popolare. La sua forza non derivava dal controllo amministrativo degli apparati statali. Derivava dalla capacità di far sentire una parte significativa del Paese dentro una storia dotata di senso: Resistenza, Costituzione, emancipazione delle classi popolari, centralità del lavoro, istruzione come riscatto, cultura come elevazione collettiva. Persino molti che non erano comunisti respiravano quel clima: intellettuali non iscritti al Partito comunista italiano dialogavano con quel mondo perché vi riconoscevano una forza storica, morale, interpretativa. Ed è appunto questa cornice complessiva, questo mondo articolato e comprensivo, che la sinistra ha in larga parte smarrito e che oggi manca quasi del tutto alla destra, se non all’interno di limitati e autoreferenziali ghetti ideologici. Né si può pensare di colmare una simile lacuna con una sorta di leaderismo cosmetico, con campagne identitarie intermittenti, con il culto effimero della comunicazione.

L’autentica egemonia non consiste nel collocare i propri uomini ovunque, ma nel fare in modo che anche chi non appartiene al tuo campo debba misurarsi con le tue domande. Ciò avviene generando interrogativi, edificando simboli, creando luoghi di confronto: riviste, libri, spettacoli, scuole, festival, centri di elaborazione, spazi nei quali un’intellettualità diffusa possa riconoscersi, identificarsi, dissentire o entrare in dibattito. Croce fu egemone, soprattutto tra coloro che non si riconoscevano nel fascismo — il quale ebbe invece in Gentile il proprio maggiore riferimento filosofico — e lo rimase anche nel dopoguerra, tanto da costituire un interlocutore obbligato per lo stesso Gramsci: non perché avesse occupato ministeri, ma perché per decenni, in Italia, non si poté pensare la filosofia, la storia, la critica letteraria senza fare i conti con lui. La Chiesa cattolica è stata egemone non soltanto quando ha esercitato potere temporale, ma quando ha plasmato il senso comune, il calendario, la morale familiare, la lingua dei riti, la percezione della colpa e della salvezza. Il liberalismo novecentesco è divenuto egemone quando le sue categorie – individuo, mercato, diritti, libertà negativa, competizione – sono diventate senso comune ben oltre i partiti liberali.

L’attuale destra italiana, invece, pare intendere l’egemonia come mera rivalsa. Il ragionamento sembra essere: poiché per decenni la sinistra ha occupato la cultura, ora tocca a noi conquistare gli stessi luoghi. E quando essa riduce la cosiddetta egemonia culturale della sinistra a una semplice “egemonia di potere”, mostra di non comprenderne l’autentica natura. Si finisce così per pensare che basti mettere le mani sulle leve del comando per stabilire un’egemonia di segno contrario. La cultura viene concepita come territorio da liberare occupandolo, non come campo da fecondare con idee migliori. Da qui nasce il vizio più radicale della destra: confondere la cultura con il riconoscimento mondano, con la presenza televisiva, con la direzione di un ente, con la polemica contro il politically correct, con il recupero identitario di Dante, Tolkien, Pasolini, Prezzolini, Gentile o Pound. Ma non basta arruolare retroattivamente i morti per costruire una tradizione viva. Non basta dire che Dante era “di destra” o che Tolkien appartiene alla destra per produrre cultura: questa è appropriazione simbolica impropria, bricolage ideologico, uso ornamentale degli autori. Una cultura egemone non mette bandierine sui classici: li interpreta in modo così potente da costringere anche gli altri a discuterne.

Si potrebbe dire, con un riferimento apparentemente lontano ma illuminante, che l’egemonia somiglia al principio taoista del wu wei, l’“agire senza agire”. Non nel senso dell’inazione, ma nel senso di una forza che opera tanto più profondamente quanto meno appare come imposizione. L’egemonia non si proclama, accade. Non si decreta, si sedimenta. Non marcia sulle istituzioni, ma penetra nel senso comune. Quando è autentica, non ha bisogno di gridare il proprio nome: diventa il linguaggio attraverso cui anche gli avversari sono costretti a parlare. Per questo la cultura non può essere prodotta come un piano quinquennale delle nomine. Certo, le istituzioni contano; contano la scuola, l’università, la televisione pubblica, i musei, il cinema, l’editoria, i festival. Ma esse possono solo amplificare una forza culturale già esistente. Se dietro non vi sono pensiero, disciplina, studio, profondità, capacità di interpretare il presente, quelle istituzioni diventano vetrine vuote. Si possono occupare poltrone senza generare idee; si possono sostituire dirigenti senza modificare l’immaginario; si può avere il potere senza avere autorità.

L’egemonia, dunque, non è la conseguenza di un’efficace tecnica di conquista degli apparati, ma una forma superiore di autorevolezza storica. È il momento in cui una visione del mondo riesce a presentarsi non come interesse particolare, ma come risposta generale ai problemi di una società. Il Pci del dopoguerra, al netto di tutti i suoi limiti, riuscì a farlo: seppe parlare di lavoro, alfabetizzazione, emancipazione, dignità popolare, antifascismo, questione meridionale, modernizzazione. L’attuale destra, invece, sembra parlare soprattutto della propria esclusione passata, del proprio desiderio di rivincita, della necessità di “riequilibrare” i luoghi del prestigio. Ma l’egemonia vera non nasce dal risentimento; non è il lamento di chi dice “ora tocca a noi”. È l’affermazione tranquilla di chi ha già prodotto una visione del mondo capace di attrarre. Una cultura che ha bisogno continuamente di denunciare il complotto dei nemici per spiegare la propria marginalità confessa, proprio così, la propria debolezza. Una cultura fondata sul risarcimento non diventa egemone. Può vincere elezioni, può nominare presidenti, può controllare palinsesti, può sostituire classi dirigenti. Non per questo diventa classe dirigente in senso gramsciano. Per diventarlo dovrebbe produrre una nuova idea di Paese, una nuova pedagogia civile, una nuova lingua comune, una nuova sintesi tra popolo e istituzioni, tra memoria e futuro, tra identità e complessità. Dovrebbe attrarre intelligenze non per fedeltà politica, ma per forza intellettuale. Dovrebbe far nascere domande, non soltanto distribuire incarichi. Dovrebbe creare immaginario, non soltanto amministrare apparati. Dovrebbe generare autorità, non soltanto esercitare comando. Tutto ciò che, almeno finora, manca all’attuale destra di governo.

Finché non accadrà questo, gli strateghi della cosiddetta egemonia culturale resteranno meri apprendisti stregoni: continueranno a credere di evocarla con le nomine, di fabbricarla con gli organigrammi, di conquistarla occupando ciò che, al massimo, possono soltanto amministrare. Ma l’egemonia non abita dove si firma una nomina; abita dove una società impara, quasi senza accorgersene, a pensare con le tue parole.

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