DISOBBEDIRE AI CONFINI PER UNA NUOVA CITTADINANZA da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
11364
post-template-default,single,single-post,postid-11364,single-format-standard,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.4,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.10,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-7.6,vc_responsive

DISOBBEDIRE AI CONFINI PER UNA NUOVA CITTADINANZA da IL MANIFESTO

Disobbedire ai confini per una nuova cittadinanza

TEMPI PRESENTI. «Diritto d’esilio» di Alexis Nuselovici, pubblicato da Astarte. Un pamphlet sulla necessità di riconoscere la figura del migrante come un autentico soggetto politico. Attualmente si trovano in questa situazione tutti coloro, e sono milioni di persone nel mondo, che devono violare le frontiere degli Stati per poter vivere

Gennaro Avallone  01/03/2023

È un libro che invita alla lotta quello scritto da Alexis Nuselovici e pubblicato in edizione italiana da Astarte, Diritto d’esilio. Per una politicizzazione della questione migratoria (pp. 160, euro 15). Si tratta di un testo che afferma oltre che criticare, indicando una strada etica, politica e giuridica da percorrere e che, al tempo stesso, interroga alla radice ciò che è diventata la società europea, pronta a sacrificare decine di migliaia di persone in cambio della normalità, della conservazione dell’ordine esistente, della continuazione della vita come se nulla di grave stesse accadendo al suo interno e ai suoi confini.

IL LIBRO LO RICORDA chiaramente: i dati dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dicono che «dal 2000 a oggi più di 40mila persone sono morte nel Mediterraneo nel tentativo di raggiungere l’Europa», aggiungendo la stima di almeno 10mila morti nel Sahara per la stessa ragione. Morti, tutte, evitabili se le politiche delle migrazioni dell’Ue e dei suoi Stati membri fossero state diverse, non avessero individuato nelle persone definite irregolari il loro nemico principale, concedendo i visti per gli ingressi, canali di accesso e transito ordinari sicuri, oltre che modificando radicalmente le politiche di predazione e guerra verso i paesi di origine.

Nuselovici si confronta con una domanda fondamentale per capire la nostra epoca di violenza strutturale contro le emigrazioni e cambiarla, chiedendosi «perché l’opinione pubblica, perfettamente informata sulla drammatica situazione migratoria e sull’inaccettabile numero di morti ai confini, non si indigni con una reazione collettiva ampia e udibile, che si rivolga ai governanti democraticamente eletti che conducono in suo nome politiche ostili all’accoglienza e che, col pretesto del controllo dei flussi di arrivo, calpestano i principi fondamentali della cultura europea».

PER RISPONDERE a questo interrogativo così importante, il professore di letteratura generale e comparata dell’Università di Marsiglia ed ex docente di «Esilio e migrazioni» al College d’etudes mondiales di Parigi fa un parallelo tra tutti i morti tollerati o ignorati nel Mediterraneo e la retata di 13mila persone ebree al Velodromo di Parigi nel 1942: retata avvenuta «nel disinteresse generale del resto della popolazione». L’abitudine all’orrore: è con questo vissuto che le popolazioni europee di oggi si stanno confrontando, lungo una deriva eticamente e politicamente peggiore di quella che si registrò durante il nazismo perché avviene in un contesto democratico e non in un regime totalitario e di paura sistematica. Il testo è organizzato in una premessa, «non solo numeri: dalle morti ai confini a un nuovo vivere-insieme», e tre capitoli: «Esilio o morte», «L’esule non è lo straniero», «Per un diritto d’esilio».

DOPO AVERE CHIARITO i motivi per cui le politiche migratorie rivelano la deriva morale in atto in Europa e le ragioni per cui le migrazioni vanno politicizzate, in quanto movimento politico esse stesse ma anche perché ormai «il diritto alla libertà globale di movimento è diventato, e diventerà sempre di più, il terreno di uno scontro epocale», il libro si muove, nella seconda parte, verso la proposta del diritto d’esilio.

Le persone che migrano, nella dimensione di massa acquisita da questa esperienza, che coinvolge centinaia di milioni di uomini, donne e minori nel mondo, sono degli esuli, vivono una condizione esiliaca, cioè quella condizione umana che assume il punto di vista «di quei soggetti che devono disobbedire ai confini degli Stati per poter vivere». Emigrare o morire: è questa alternativa radicale e strutturale a fondare, nel mondo di oggi, il passaggio dal diritto d’asilo al diritto d’esilio. «La condizione esiliaca riconosce ai soggetti in migrazione il diritto di rivendicare un’identità e una piena titolarità di diritti a prescindere dall’etichetta giuridica assegnata loro dalle istituzioni». È il primato della giustizia e del rispetto delle persone in cerca di libertà e sicurezza ad affermarsi in questa prospettiva: un primato che va oltre il pensiero di Stato che governa le migrazioni, come ci ha insegnato Abdelmalek Sayad, per lasciare spazio al «diritto incondizionato proprio degli esuli».

È QUESTO il capovolgimento etico e politico proposto in questo libro: un capovolgimento necessario che richiede alleanze tra chi emigra e chi vive nelle società europee di immigrazione dentro una lotta comune per l’uguaglianza, che oggi si traduce, prima di tutto, nella lotta per il diritto all’appartenenza all’umanità.

Leggere i conflitti sociali nel prisma di chi è costretto a lasciare la propria casa

SCENARI. Intorno al volume di Alexis Nuselovici (Nouss), “Diritto d’esilio”, per Astarte. Dalle poesie di Paul Celan la riflessione giunge fino alle diverse forme di ibridazione

Marc Tibaldi  01/03/2023

Il mondo ha senso solo se è comune e condiviso. Continuare a pensare la questione migratoria è un compito politico imprescindibile nel nostro tempo. «Se la condizione di esilianza dovesse portare all’elaborazione di un nuovo diritto universale di movimento, il diritto all’esilio sarebbe il presupposto essenziale per il diritto d’esilio che, a sua volta, definirà i criteri per un nuovo status di esuli, ossia il diritto di appartenere all’umanità», sostiene Alexis Nuselovici (Nouss) in Diritto d’esilio (Astarte, pp. 160, euro 15). Tradotto da Carolina Paolicchi e curato da Federico Oliveri, (direttore della collana Hurriya, «ricerche sulle migrazioni, accomunate dalla critica verso il regime dei confini e dall’interesse per le forme in cui rivive la più antica libertà umana: quella di scegliere dove vivere»), quello di Nuselovici è un testo intelligentemente provocatorio che propone un ripensamento del concetto di esilio e della condizione umana, e chiede il riconoscimento della figura del migrante come soggetto politico.

NON PIÙ UN DIRITTO D’ASILO, per come era stato istituito in risposta all’emergenza che seguì la Seconda guerra mondiale, e ormai inadatto a rispondere alle necessità della contemporaneità, ma il diritto d’esilio, ossia di muoversi nello spazio oltre i confini. Il migrante non è semplicemente una vittima, ma per sua natura e per il suo numero, è una figura al prisma della quale leggere l’insieme delle questioni sociali. Sandro Mezzadra, già nel 2006, nel suo ormai storico Diritto di fuga (ombre corte) sosteneva il carattere di autonomia che caratterizza la migrazione contemporanea, e non nel senso che si debba ridimensionare il rilievo delle «cause», delle determinazioni strutturali delle migrazioni, ma piuttosto per evidenziare la crescente consapevolezza e ostinazione delle donne e degli uomini che ne sono protagonisti.

I movimenti dei migranti si pongono costitutivamente in eccesso rispetto ai regimi dell’asilo e alle fantasie governamentali di una migrazione «ordinata e gestita» sulla base di sempre più sofisticati parametri economici e demografici. Gennaro Avallone in Liberare le migrazioni ci ricorda che Abdelmalek Sayad ci ha insegnato a mettere in discussione il modello teorico su cui si è basata la separazione tra emigrazione e immigrazione, che altro non è che il modello Stato-etno-centrico, e a mettere in discussione le politiche di controllo, evidenziando l’incapacità della cittadinanza e della democrazia nazionale (e nazionalista, in quanto è strutturalmente e storicamente fondata sul pensiero di Stato) di essere dispositivi di inclusione sociale.

LE PROPOSTE DI NUSELOVICI ci offrono ulteriori contributi per superare questa incapacità. Docente nell’ateneo di Marsiglia, membro del gruppo «Transpositions», i suoi campi di ricerca sono legati ai translation studies e all’esperienza dell’esilio. I suoi saggi ci indicano un percorso di pensiero originale che dalle riflessioni sulle poesie dell’esule ed esiliato Paul Celan, Les lieux d’un déplacement, attraversano le politiche di esilio, identità, disidentità, ibridazione, come testimoniano Plaidoyer pour un monde métisLa condition de l’exilé; e Il pensiero meticcio (Elèuthera), scritto assieme a François Laplantine.

Gli aspetti più interessanti del saggio sono la creazione di collegamenti tra questi nodi concettuali, che decostruiscono i luoghi comuni: Nuselovici ci propone la critica e il superamento del diritto esistente e delle nostre sicurezze. Si tratta di mettere in discussione una certa concezione dell’universalismo, fatta di standardizzazione, livellamento e uniformità per affermare un pensiero in divenire che, attraverso il confronto e il dialogo, diventi il vettore cosciente di quei mutamenti incessanti che costituiscono l’uomo e il reale.

Il governo sul luogo del relitto

MEDITERRANEO. Da decenni scriviamo contro ogni guerra e, di conseguenza, a favore di ogni salvezza e accoglimento per chi dalla guerra fugge in cerca di una nuova possibilità di vita. Così, […]

Tommaso Di Francesco  01/03/2023

Da decenni scriviamo contro ogni guerra e, di conseguenza, a favore di ogni salvezza e accoglimento per chi dalla guerra fugge in cerca di una nuova possibilità di vita. Così, di fronte all’«ultima» strage a mare di migranti viviamo uno sconforto di rabbia e impotenza che ci fa dire che, ormai, scrivere è solo epigrafe. Di fronte all’evidenza delle responsabilità, sarebbe bastato un silenzio pietoso per gridare l’umanità sepolta nei cimiteri marini del Mediterraneo.
Invece no. Stavolta c’è un governo che straparla, giustifica e colpevolizza senza vergogna le vittime, e così facendo è come se rivendicasse, come un monito necessario, la strage di Cutro di persone annegate a cento metri dalla riva, dove il numero dei morti senza nome cresce di ora in ora.

«Non strumentalizzate questi morti» ha gridato nervosa la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: possibile che non comprenda che con queste parole tradisce un malcelato senso di colpa? E poi c’è il barbaro in giacca e cravatta Piantedosi, che ripete convinto la sua litania funebre anche sul luogo del relitto: «L’unica cosa che va affermata è che non devono partire». Ma da dove partono e perché gli uomini, le donne e i bambini naufragati a Cutro? Sono partiti da Smirne, da quella Turchia riempita di miliardi di euro proprio perché bloccasse gli arrivi in Europa di centinaia di migliaia di esseri umani.

Spesso intrappolati senza scampo nell’inferno della rotta balcanica; dalla Turchia dell’ atlantico Erdogan ora alle prese con il disastro del terremoto e della marea umana di sfollati interni. Ma queste persone, non «carichi residuali dove l’essere umano è equiparato a merce» ha ricordato in queste ore don Luigi Ciotti, fuggono anche dalla Libia dove un mese fa la presidente Meloni è andata a promettere la chiacchiera di un «piano Mattei», ma in sostanza ad incrementare lo scambio di mercato tra un nuovo accordo sul gas e nuovi aiuti e cinque motovedette alla «guardia costiera» – le milizie libiche – per fermare gli imbarchi «clandestini», confermando la Libia come «posto sicuro» quando per le Nazioni unite è il luogo del martirio dei migranti, raccolti in galere e campi di concentramento per l’avvio di un sistema concentrazionario che si vorrebbe esteso a tutta l’Africa. Dove abbiamo esternalizzato le frontiere di una Europa che si considera ormai come fortezza.

E partono perché questa è la natura delle migrazioni epocali che viviamo: fuggono dalle troppe guerre che spesso abbiamo provocato noi, come in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria, fuggono dalla miseria – quanto è ipocrita la distinzione dominante tra «profugo» e «migrante economico» – e dalle diseguaglianze, aspetti che ci riguardano perché spesso provengono da paesi, come quelli africani,, poveri ma ricchissimi di materie prime che noi deprediamo per il nostro modello di sviluppo, fuggono dalle nuove devastazioni climatiche e ambientali dei loro territori. Ma per Piantedosi «non devono partire», ma aspettare «in sicurezza l’arrivo delle istituzioni». Quali, come, dove, quando? La menzogna del ministro si fa soccorrere dalla citazione dei «corridoi umanitari», certo positivi ma una goccia nel mare rispetto alle necessità; solo uno Stato e una unione di Stati come l’Europa potrebbe costruire una legale sicurezza istituzionale che non c’è – solo l’esperienza di Mare Nostrum è stata una alternativa, purtroppo cancellata.

Il governo Meloni è complice di questa tragedia. Ha approvato una legge che impedisce l’operatività delle Ong di soccorso in mare con un boicottaggio che rischia di preparare nuove tragedie e che – hai voglia a gridare al trafficante – apre la strada proprio alla criminalità organizzata che lucra sulla disperazione dei migranti. Una legge scellerata, fondata sull’ideologia della «difesa dei confini nazionali», sovranista e nazionalista, che si schiera apertamente con i provvedimenti sui migranti delle democrature dell’est come Ungheria e Polonia, che alla fine è diventata una sorta di polizza assicurativa di ricatto per la residua Unione europea, sempre divisa sulla redistribuzione dei migranti in arrivo.

Adesso Meloni e Piantedosi invocano l’intervento immediato dell’Europa, ma solo due settimane fa tornavano confortati dall’ultimo Consiglio europeo. Che ha approvato una visione che potremmo definire quella di un «Minniti collettivo»: costruire nuovi muri, finanziare iniziative di sorveglianza aerea e rafforzare il controllo delle frontiere, con acclamazione e fondi per i Paesi che lo faranno, più esternalizzazione delle frontiere (riecco Libia, Egitto, Tunisia) come pure delle procedure d’asilo e, soprattutto, grande spazio ai rimpatri, sia dai paesi Ue che da paesi di transito verso altri paesi terzi e verso i paesi di origine, con un’ulteriore arma di ricatto, come hanno denunciato le associazioni del “Tavolo Asilo e Immigrazioni”: la condizionalità dei fondi per lo sviluppo e delle politiche di commercio, cioè niente fondi a chi non rimpatria. Una visione europea che non impedirà alle persone di rischiare la vita in cerca di sicurezza in Europa, mettendole ancor più alla mercè dei trafficanti di esseri umani.

Siamo ad un doppio fallimento dell’Europa che ora mette i muri pure alla solidarietà, usando un doppio standard tra profughi: ucraini di serie A e tutti gli altri ricacciati nel limbo. Siamo al «Minniti collettivo»: il ministro neocoloniale del Pd che nel 2017 con l’esternalizzazione delle frontiere e i fondi alle milizie libiche voleva fermare le migrazioni per impedire alla destra di strumentalizzarle e così mettere a rischio la democrazia. Bene: le stragi in mare continuano, fermiamo «virtuosamente» la disperazione dei migranti violando i diritti umani, ma la democrazia non è salva e la destra estrema è arrivata al governo..

No Comments

Post a Comment

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.