“SOFISTICA E RETTORICA”=
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
23147
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-23147,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.4.6,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.13,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-8.2,vc_responsive

“SOFISTICA E RETTORICA”=

MANIPOLAZIONE 2

Contro i sofismi della propaganda serve più cultura

diSilvia Truzzi  19 Febbraio 2026

Qualche giorno fa è scoppiato un putiferio perché il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri ha detto, in un’intervista al Corriere della Calabria, che una serie di soggetti poco raccomandabili voteranno Sì al referendum sulla giustizia poiché a costoro la riforma conviene. “Voteranno No le persone perbene, che credono che la legalità sia importante per il cambiamento della Calabria. Voteranno Sì gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Ne è nata una incredibile polemica (incredibile per tutti quelli che capiscono l’italiano), con il ministro Nordio che si è precipitato a Porta a Porta: “Mi domando se l’esame psicoattitudinale che abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine”. Il Guardasigilli non è stato l’unico a indignarsi oltre misura. Il presidente del Senato La Russa, basito, ha detto che Gratteri aveva offeso “milioni di cittadini”, il vicepremier Tajani ha parlato di “attacco alla libertà”, i comitati per il Sì hanno annunciato addirittura una class action. Manca la crocifissione in sala mensa di fantozziana memoria. Il presidente emerito della Consulta, Augusto Barbera, si è spinto oltre: “In questo clima avvelenato le parole del procuratore Gratteri sono indecenti e al limite dell’eversione”, dice sui canali social del comitato Sì riforma. “Se a dividere gli elettori italiani tra indagati e non indagati, imputati e non imputati, massoni e non massoni fosse un cittadino qualunque sarebbe un modo rozzo di fare politica. Se a farlo è il procuratore della Repubblica di Napoli è veramente una delusione ai limiti dell’indecenza”.

Tutte queste surreali reazioni si basano su un totale ribaltamento delle parole di Gratteri. Sarebbero sensate se Gratteri avesse detto: “Tutti quelli che votano sì sono indagati, imputati, esponenti della massoneria deviata”. Cosa che evidentemente non ha detto. È la propaganda, bellezza. Vero, ma è una propaganda sempre più pericolosa perché si giova della crescente superficialità della comunicazione, non solo politica. È stato facilissimo far dire a Gratteri quel che non ha detto, infilare nel suo ragionamento un falso sillogismo (o peggio un sofisma, un’argomentazione capziosa). Il problema è che il falso sillogismo di Gratteri ha fatto il giro di social, web e televisioni: non importa solo la malafede con cui le sue frasi sono state contraffatte, importa la facilità con cui la nuova versione è diventata la verità. Qualcosa di simile nelle stesse ore è accaduto a Francesca Albanese, con l’aggravante che in quel caso la versione falsificata del suo ragionamento ha portato il ministro degli Esteri francese Barrot a chiedere le dimissioni di Albanese dall’Onu, usando a supporto delle sue affermazioni un video manipolato. Come ci possiamo difendere, oltre che informandoci, senza accontentarci di un titolo o di una foto o di un video rilanciato sulle piattaforme? Non certo con ministeri della verità, censure o reati di opinione. Ricordandoci piuttosto l’insegnamento di Leonardo Sciascia in Una storia semplice. L’ex studente del professor Franzò è un magistrato e, prima dell’interrogatorio, ricorda al suo insegnante che lui era piuttosto debole in Italiano. “Ma, come vede, non è poi stato un gran guaio: sono qui, procuratore della Repubblica”. Ecco la risposta: “L’italiano non è l’italiano: è il ragionare. Con meno italiano, lei sarebbe forse ancora più in alto”. Chi sta in basso a subire le manipolazioni dei potenti ha bisogno di più italiano e di più ragionare. Dunque di più scuola e più sapere. È per questo che a nessuno importa del declino delle istituzioni formative, degli allarmi sui tassi di analfabetismo funzionale sempre più alti: ci vogliono sudditi, tutti davanti alla tv ad anestetizzarci con le Olimpiadi e Sanremo.

L’opinione pubblica è scomparsa affogata in chiacchiere da bar

Giandomenico Crapis  19 Febbraio 2026

Una volta c’era il bar. Vi regnava sovrana la chiacchiera che ivi restava confinata. Tanto che ‘chiacchiera da bar’ era sinonimo di vaghezza e poca affidabilità. Altra cosa lo spazio del dibattito pubblico che si collocava in un altro luogo e su un altro livello, a volte più alto ma non sempre. I giornali sono stati per un intero secolo il cuore di questo dibattito. Di fianco a essi le associazioni, i partiti, i club e, perché no, i salotti e i caffè, infine la Tv. Tutti insieme appassionatamente a costruire quella cosa che si è chiamata ‘opinione pubblica’.

Ora è accaduto che a un certo punto lo spazio del dibattito pubblico e quello del pur glorioso bar si siano fusi, sovrapposti, mischiati al punto da essere fungibili. Al contempo sparivano partiti, giornali, salotti (meno male) e pure qualche caffè. Il risultato di questo processo era da un lato il moltiplicarsi della materia ‘informazione’, immessa in circolazione in quantità mai viste prima grazie alle nuove tecniche: informazione non sempre di qualità, spesso futile, inutile, quando non del tutto cattiva. Dall’altro si liquefaceva la sfera pubblica tradizionale, con le sue virtù e i suoi difetti, e compariva una nuova dimensione in cui tutti, ma proprio tutti (come per Sanremo) ‘cantano’ notizie, producono opinioni, sostituiscono le fonti, diventano opinion leader, pontificano su questioni che ignorano (siamo tutti allenatori). Come accadeva al bar. L’informazione diventava una chiacchiera di fondo, una spirale che tutto avvolgeva e risucchiava. Punto.

Naturalmente questa è solo una sintesi impressionistica e parziale delle suggestioni contenute nel libro di Carlo Sorrentino, uno dei massimi studiosi di giornalismo, dal titolo ottimistico, nonostante le premesse sopraddette: Il giornalismo ha un futuro. Tra le molte altre cose l’autore ci spiega che oggi sono le news che cercano ossessivamente noi, e non viceversa come nel passato, con l’informazione diventata “l’aria che respiriamo”: un sovraccarico che può produrre distacco, perché se le notizie sono tante, gratis, diffuse e poco controllate, se la politica la trovi dappertutto, è facile pensare che proprio quello ne consegua. Questa sovrabbondanza genera a volte strategie di ‘evitamento’ con l’autore che ci rivela, da una ricerca del Digital News Report dell’Università di Oxford, che dal 2019 al 2024 la percentuale di quanti ‘evitano’ le notizie è salita in Italia dal 28% al 41%. Proprio perché così numerose, le notizie si consumano rapidamente, durano un nulla. La rapidità fa premio sull’oggettività. Da qui “un’enfatizzazione dell’immediato utile alla vivacità”, che però va “spesso a scapito della contestualizzazione”. Certo per l’autore è necessario sintonizzarsi con le logiche nuove dei percorsi di conoscenza, che smontano i modi classici di produzione e fruizione della notizia, ma non per questo consegnare a esse ogni possibilità discorsiva. I giornali sono in crisi, il giornalismo pure, soffocati da un ambiente comunicativo affollatissimo dove si riversa di tutto e dove gli attori (fonti, mediatori, pubblico) ormai fanno più parti in commedia: allora come uscirne?

La risposta non semplice è nelle pagine del libro, dense di ricostruzione storica, di illuminanti passaggi sulle routine quotidiane e sui mutamenti prodotti dalla rivoluzione digitale. Alcune possibili strade vengono indicate, anche sull’esempio di esperienze straniere, tutte nella consapevolezza che il racconto del reale ormai non vede più i giornalisti, a stampa o in video, come suoi unici detentori. Ma richiede loro anzi di “tirarsi dentro tutti gli altri attori sociali, fonti e pubblico”, in una logica inclusiva, trasparente e partecipativa ineludibile per dare al giornalismo un futuro.

L’inganno governativo: “Vota Sì e avrai Giustizia”

Simona Ruffino   19 Febbraio 2026

Mancano manciate di ore al 22 marzo 2026 e l’aria che respiriamo non è saturata da un sano dibattito democratico, ma da una sottile, invisibile e violentissima nebbia cognitiva. Quello a cui stiamo assistendo, nella martellante liturgia dei fautori del Sì al referendum, non è un confronto di idee: è un’operazione di neurochirurgia sociale. Un vero e proprio hacking delle nostre sinapsi, dove il Potere, per farsi assoluto, ha deciso di bypassare la coscienza critica per parlare direttamente alla nostra amigdala, la centralina della paura e dell’istinto.

L’artificio manipolatorio più raffinato – e al contempo più brutale – risiede nel nome stesso di questa consultazione. Lo chiamano, con una semplificazione che confina col dolo intellettuale, Referendum sulla Giustizia. In questo binomio si consuma il primo, fondamentale furto semantico. La Giustizia non è un termine tecnico; è un archetipo. È un’aspirazione ancestrale, un’eco viscerale che risuona nelle fibre più profonde dell’essere umano. Pronunciare la parola Giustizia attiva istantaneamente circuiti emotivi legati alla protezione, all’equità, alla riparazione del torto. È un concetto caldo, immediato, che non ammette repliche razionali. Chi oserebbe mai dirsi contrario alla Giustizia? Nessuno. Ed è esattamente in questa zona d’ombra che scatta la trappola: sovrapporre un valore etico assoluto a una procedura tecnica vertiginosamente complessa. La realtà che giace sotto i lustrini degli slogan ci sussurra infatti una verità ben diversa: questo non è un referendum sulla Giustizia, ma un referendum sulla “Separazione delle carriere”. Provate a sentire il cambio di temperatura. “Separazione delle carriere” è un’espressione gelida, burocratica, ostica. Richiede l’attivazione della nostra corteccia prefrontale – il cosiddetto Sistema 2 – ovvero quella parte del cervello preposta al ragionamento analitico, allo sforzo critico, alla valutazione dei pesi e dei contrappesi costituzionali. È un concetto che stanca la mente, perché impone di prevedere le derive di un sistema dove chi accusa e chi giudica diventano compartimenti stagni, con il rischio di consegnare il pubblico ministero nelle braccia dell’esecutivo. Il cervello umano, però, è un “avaro cognitivo”: cerca il massimo risparmio energetico e rifugge la complessità come un veleno.

I registi della campagna del Sì questa fragilità la conoscono a memoria e operano una sostituzione di senso chirurgica: prendono la procedura (faticosa e rischiosa) e la ribattezzano col nome del valore (nobile e urgente). È un atto di seduzione predatoria. Presentando la separazione delle carriere come “Referendum sulla Giustizia”, stanno solleticando la nostra parte istintiva per estorcere un consenso che la ragione, se solo avesse il tempo di respirare, probabilmente negherebbe. Stanno trasformando un intervento di smantellamento delle garanzie in una crociata morale. Questa non è politica: è posizionamento strategico che banchetta sulle nostre vulnerabilità evolutive. Ci vendono la rapidità dei processi come fosse un bene di consumo, nascondendo che la separazione delle carriere non sposterà di un millimetro la cronica lentezza delle aule. È un’equazione falsa, logicamente indimostrabile, ma neuro-chimicamente irresistibile: “Vota Sì e avrai Giustizia”. Un miraggio dopaminergico che serve a nutrire la fame di controllo di chi non accetta più il limite del controllo di legalità.

Il Potere contemporaneo non ha più bisogno di manganelli; gli bastano le euristiche di giudizio. Gli basta sapere che noi, sotto pressione informativa e saturazione emotiva, sceglieremo sempre la via d’uscita più semplice. Abusare della nostra fragilità cognitiva significa indurci a credere di stare esercitando un atto di ribellione, mentre stiamo solo obbedendo a un riflesso condizionato. Ci dicono che il cittadino deve essere il “giudice dei giudici”, accarezzando il nostro narcisismo primordiale, mentre nell’ombra si prepara l’indebolimento dell’unico potere che deve restare scomodo per chi siede nelle stanze dei bottoni. È un azzardo giocato sulla pelle della nostra consapevolezza. Se vogliamo davvero restare liberi, il nostro dovere il 22 marzo non sarà segnare una croce su una scheda, ma compiere un atto estremo di igiene mentale: scindere il valore dalla procedura. Rifiutare l’esca del termine Giustizia per analizzare, con fredda e faticosa lucidità, cosa significhi recidere il cordone ombelicale dell’indipendenza giudiziaria. Il Potere ci vuole impulsivi, infantili e reattivi. Restare analitici, lenti e resistenti alle lusinghe della semplificazione è l’ultimo vero gesto rivoluzionario possibile. Perché una riforma che nasce da un inganno percettivo non potrà mai essere giusta: sarà solo l’ennesimo guinzaglio travestito da traguardo.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.