L’ULTIMA FASE DELLA REPRESSIONE da IL MANIFESTO
L’ultima fase della repressione
Vincenzo Scalia 30/12/2025
Piazze e tribunali Si comincia militarizzando il territorio, per poi denigrare il movimento focalizzando azioni marginali condotte da frange isolate, come il caso irruzione alla Stampa. All’apice del copione arriva l’inchiesta giudiziaria
Da 46 anni, ovvero dal 7 aprile 1979, sembra esistere un copione consolidato. Un movimento si diffonde, cresce, propone contenuti in grado di unificare segmenti sociali diversi. Ecco che scatta automatica la reazione repressiva, articolata su di una pluralità di fasi.
Si comincia militarizzando il territorio, per poi denigrare il movimento focalizzando azioni marginali condotte da frange isolate, come il caso irruzione alla Stampa. Seguono gli sgomberi, vedi Askatasuna. All’apice del copione, arriva l’inchiesta giudiziaria, ovvero i 63 avvisi di garanzia inviati dalla procura di Genova ai presunti fiancheggiatori di Hamas.
Un’inchiesta che viene presentata come una tappa fondamentale per la lotta all’estremismo, che dimostrerebbe la collateralità dei propal con Hamas, il cui terminale italiano sarebbe il giordano-palestinese Mohammed Hannoun.
Le intercettazioni, i soldi trovati nel corso delle perquisizioni, la storia politica degli indagati, sembrerebbero chiudere ogni discorso. Si ha piuttosto la sensazione di trovarsi di fronte ad uno schema precostituito, che prende piede a discapito della presunzione di innocenza e delle libertà civili.
Senza utilizzare schemi dietrologici, si potrebbe fare riferimento al rapporto tra sistema e ambiente proposta dal sociologo tedesco Niklas Luhmann. Il sistema, ovvero gli apparati e le strutture, intervengono per semplificare l’ambiente, ovvero tutti i fermenti che si producono a livello sociale. Spesso, il sistema, agisce ricorrendo a semplificazioni rigide, schematiche, prestabilite, che non tengono conto dei mutamenti sociali. Così, basta che in uno degli ambiti del sistema si verifichi un sussulto per attivare gli altri. Succede perciò che la macchina mediatica, con la sua produzione di paura, si riverberi su di una sfera politica capace soltanto di proporre legge e ordine, che a sua volta finisce per sollecitare l’azione di una magistratura che in Italia, da quasi mezzo secolo, in merito ai movimenti, può vantare saperi e pratiche repressive collaudate. I riferimenti alle intercettazioni non rafforzano certo l’indagine. Le frasi colte, facendo propria l’esperienza di altri casi, andrebbero contestualizzate.
A leggere l’inchiesta, le prove a carico degli indagati e delle indagate, non si distinguono per solidità. L’esistenza di una rete terroristica internazionale, poi, appare tutta da dimostrare. Innanzitutto, non trapelano prove che i fondi raccolti dalla rete internazionale di solidarietà con la Palestina, abbiano finanziato una sola azione terroristica. La cifra oggetto del sequestro, 7 milioni di euro, sembra abbastanza ridotta per finanziare azioni militari.
In secondo luogo, non emerge alcuna pianificazione di attività terrorista da condurre in Italia. Né affiora, al momento, alcun caso di possesso di armi, o di sostegno al terrorismo.
Si possono organizzare campagne di sostegno alla Palestina, oppure donare fondi. Senza per questo essere terroristi o fiancheggiatori. Sembra piuttosto singolare che un’attività terroristica, invece di utilizzare canali sofisticati, come conti bancari o bitcoin, ricorra al finanziamento porta a porta e ai contanti nascosti sotto il mattone.
A preoccupare però, affiora un ulteriore elemento. L’inchiesta genovese ha preso le mosse da un’informativa ricevuta dall’Idf, ovvero le forze armate israeliane. Non si tratta di essere a favore o contro la cooperazione investigativa tra Stati. Ma non è questo il caso. Non c’è comunicazione tra detectives, ma quella che parrebbe essere una richiesta esplicita di allinearsi sullo scacchiere internazionale sul versante israeliano, a mezzo di un’inchiesta che, tutto sommato, fa comodo anche sul versante interno. I commenti e le reazioni che hanno seguito gli arresti e gli avvisi di garanzia spingono in questa direzione. E non è affatto positivo. Per la Palestina. Per la presunzione di innocenza. Per le libertà civili.
Hannoun, il teorema israeliano nelle carte della procura
Mario Di Vito 30/12/2025
Prova d’accusa Legami con Hamas noti dal 1991. Dal 2023 la caccia alle ong che lavorano a Gaza
È stato arrestato soltanto sabato scorso, ma è almeno dal 1991 che il leader dell’associazione palestinesi d’Italia Mohammad Hannoun – 64 anni, residente a Genova dal 1983 – è noto alle autorità. Risale a 35 anni fa, infatti, la prima informativa della digos che parlava dei suoi contatti con la quasi neonata Hamas. La circostanza è stata già affrontata due volte dal tribunale del capoluogo ligure(nel 2006 e nel 2010 e in entrambi i casi le inchieste – che, come quest’ultima, partivano dall’assunto che le raccolte solidali servano in realtà a sovvenzionare la lotta armata – sono finite in un nulla di fatto: prima per volere di un giudice e poi su richiesta della stessa procura, che non ritenne di avere abbastanza elementi da portare in giudizio. Adesso però le cose sono cambiate: Hannoun non è più un simpatizzante con i suoi contatti – forse pericolosi, di sicuro conosciuti da decenni – ma il «vertice della cellula italiana» di Hamas.
IL FATTO è che dagli attacchi del 7 ottobre del 2023 è cambiata la considerazione che si ha di molte delle associazioni che operano sulla Striscia di Gaza. Da quella data, infatti, le autorità israeliane hanno inserito nella black list dei gruppi terroristici molte realtà che lavorano nella zona da decenni. Tra cui quelle finite nell’inchiesta cominciata proprio sul finire del 2023 su impulso della Dna e sfociata sabato nell’operazione «Domino» ordinata dalla Dda di Genova: 6 arresti, 25 indagati a piede libero e due ricercati attualmente latitanti.
NEL MARZO del 2006, la posizione di Hannoun viene valutata dal gip Maurizio De Matteis, che respinge una richiesta d’arresto dell’allora sostituto Nicola Piacente (oggi capo della procura di Genova) dicendo che se «dagli atti d’indagine emerge una certa condivisione degli ideali dell’associazione in questione» da parte dell’indagato, hanno «scarsa validità indiziante le frequentazioni e le manifestazioni di simpatia verso Hamas», anche perché «non stupisce che militanti della causa palestinese frequentino esponenti di quello che è il più importante gruppo palestinese». Da tenere presente che siamo all’indomani della vittoria elettorale di Hamas. L’indagine, comunque, oltre alle intercettazioni telefoniche che mostravano la «certa condivisione» di cui sopra, non era riuscita a trovare i «gravi indizi» di un finanziamento diretto alle attività di lotta armata. E parliamo di condotte in tutto e per tutto uguali a quelle che hanno portato al recente blitz giudiziario.
LA GIUDICE Carpanini dedica decine di pagine della sua ordinanza a ricostruire la storia di Hamas per poi concludere che «l’ala politica» e «l’ala militare» sono la stessa cosa e che, dunque, avere a che fare con la prima equivale ad avere a che fare anche con la seconda: per questo non fa niente se i pm non hanno scoperto ordini né piani operativi che colleghino direttamente i fondi sequestrati a gruppi armati o atti violenti. C’entra molto il cambio di paradigma arrivato dopo il 7 ottobre del 2023: Israele ha cominciato a trattare le ong della Striscia (e non solo) alla stregua di organizzazioni terroristiche sfruttando il fatto che lavorare a Gaza significa inevitabilmente avere a che fare con Hamas, che lì controlla in maniera totale le istituzioni. Attuare una qualsiasi forma di cooperazione giudiziaria con Tel Aviv vuol dire accettare questa visione delle cose: i palestinesi – e chi li aiuta – sono tutti terroristi.
È COSÌ CHE, dalla fine del 2023, Hannoun si è visto ad esempio chiudere i propri conti correnti personali (e quelli delle sue associazioni) per decisione degli istituti bancari dove erano ospitati proprio perché ritenuti fonti di approvvigionamento Hamas. Così, ad ogni modo, si spiegano i tanti contanti sequestrati dalla polizia e della guardia di finanza e i frequenti viaggi in Turchia dell’attivista per depositare questi fondi (oltre 8 milioni di euro confiscati in totale).
PER DIRE che le associazioni finite sotto inchiesta insieme ad Hannoun sono legate ad Hamas, la gip fa riferimento a documentazione trasmessa via rogatoria da Tel Aviv per cinque volte tra il 2003 e il 2005 e ad altre carte fornite «spontaneamente dalla competente autorità di Israele il primo luglio e il 21 agosto del 2025». Sono informazioni d’intelligence in cui si sostiene che diverse associazioni ed enti, tra cui quelle citate nell’inchiesta in corso, non siano altro che «hub per il finanziamento di Hamas». E qui torna utile il provvedimento firmato nel gennaio del 2010 dalla pm Francesca Nanni, che nel chiedere l’archiviazione di un fascicolo per terrorismo che coinvolgeva Hannoun, parlò della «difficoltà, in alcuni casi impossibilità, di utilizzazione del materiale trasmesso da Israele, spesso raccolto nel caso di vere e proprie operazioni militari, peraltro senza l’osservanza dei principi fondamentali che regolano l’acquisizione delle prove nel nostro ordinamento». In fondo, in uno stato di diritto non si dovrebbe prendere per oro colato quello che arriva dall’apparato militare di un paese che sta facendo la guerra.
E OGGI HANNOUN è atteso dalla gip di Genova per l’interrogatorio. Non risponderà alle domande – «Non abbiamo ricevuto ancora tutti gli atti depositati», fanno sapere i suoi avvocati Fabio Sommovigo ed Emanuele Tambuscio che ieri lo hanno incontrato nel carcere di Marassi – ma offrirà dichiarazioni spontanee per dire che può dimostrare la destinazione di tutti i fondi raccolti negli anni e destinate sempre a strutture civili e mai a quelle militari. La documentazione al riguardo, però, sarebbe già stata sequestrata e dunque, per paradosso, è a disposizione degli inquirenti ma non dei difensori.
DIFFICILE, vista la natura delle accuse, che cambierà qualcosa dal punto di vista della misura cautelare. La vera partita su questo si giocherà al tribunale del riesame, non prima della fine di gennaio.
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