L’EUROPA DEVE ACCETTARE CHE C’È UN NUOVO MONDO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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L’EUROPA DEVE ACCETTARE CHE C’È UN NUOVO MONDO da IL FATTO

L’Europa deve accettare che c’è un nuovo mondo

Francesco Sylos Labini  4 Dicembre 2025

Nel suo saggio del 1992, La fine della storia e l’ultimo uomo, il politologo Francis Fukuyama sosteneva che, con la sconfitta dei suoi due principali rivali – il fascismo e il comunismo – la democrazia liberale si sarebbe affermata come modello definitivo per l’organizzazione politica degli Stati, l’economia di mercato come struttura economica predominante e i valori occidentali come riferimento etico universale. Secondo questa visione, tali pilastri non avrebbero più incontrato concorrenti significativi, sancendo di fatto il celebre motto di Margaret Thatcher: There is no alternative. Su queste premesse si è sviluppato anche il progetto europeo.

Oggi, però, quei valori occidentali – già incrinati dalle numerose guerre combattute per “esportare la democrazia” – appaiono in frantumi, come le macerie di Gaza. L’economia di mercato è stata strangolata dalla crescente concentrazione del potere economico, generando disuguaglianze inimmaginabili e insormontabili fino a svuotare di senso lo stesso esercizio del voto: nelle democrazie occidentali, le elezioni sono sempre più percepite come una routine sterile, incapace di generare cambiamenti reali, e per questo disertate da una quota crescente di cittadini. Il progetto europeo, nato su quelle premesse, mostra oggi tutta la sua fragilità. L’Europa appare come un insieme disomogeneo di Stati, con interessi e visioni troppo divergenti per dar vita a un autentico progetto politico, economico ed etico comune.

La guerra in Ucraina, anziché agire da collante, ha accentuato le divisioni, diventando una forza centrifuga. Alla tragedia del conflitto si è aggiunto un drammatico aumento del costo dell’energia, che ha escluso la manifattura europea dalla competizione globale. Non stupisce, dunque, che molti osservatori vedano nella rottura del legame tra Germania e Russia – fondato sull’interscambio tra energia a basso costo e tecnologia avanzata – uno degli obiettivi strategici perseguiti da alcuni attori internazionali. Oggi l’Europa si ritrova priva di energia a buon mercato e, ancor più gravemente, di autonomia tecnologica che si è persa nei labirinti burocratici di Bruxelles. Persino l’approvvigionamento delle materie prime essenziali allo sviluppo industriale, come le terre rare, è diventato complesso e incerto.

Di fronte a queste sfide strutturali, il primo passo è un cambio di paradigma culturale: una rivoluzione copernicana che impone di riconoscere che il baricentro del mondo si è spostato a Oriente; che gli Stati Uniti perseguono innanzitutto i propri interessi; e che l’Europa, se non supererà questo trauma psicologico, rischia un lungo periodo di marginalità. La Rivoluzione copernicana richiese secoli per abbandonare l’illusione dell’uomo al centro dell’universo; oggi serve uno sforzo analogo, ma in tempi molto più rapidi. Il centro scientifico e tecnologico globale si è ormai spostato verso est, e l’unica traiettoria di sviluppo realistico passa attraverso l’ecosistema economico cinese, soprattutto nei settori strategici del solare e della mobilità elettrica. In questi campi, la Cina ha superato il resto del mondo grazie a investimenti di lungo periodo che hanno coinvolto l’intera filiera – dall’accesso alle materie prime alla formazione di scienziati e ingegneri, fino alla creazione di un sistema industriale altamente competitivo – e oggi il paese è leader nelle tecnologie ambientali, con quasi il 30% delle innovazioni globali a fronte del 15% di Europa e Usa.

Questo risultato è stato possibile grazie a un modello che combina la libera concorrenza tra imprese con una direzione strategica definita dallo Stato.

Come sottolinea Pino Arlacchi nel saggio La Cina spiegata all’Occidente, sono questi i fattori che hanno permesso di ridurre del 90% il costo di batterie e pannelli solari in meno di 15 anni. Una volta saturato il mercato interno, le aziende cinesi hanno iniziato a esportare nei paesi in via di sviluppo ad alto consumo energetico, favorendo l’espansione delle rinnovabili in Brasile, India e Vietnam, e il passaggio all’elettrico in paesi più poveri come Etiopia e Nepal. Questo non risolve subito la crisi climatica, poiché la maggior parte dell’energia proviene ancora da fonti fossili. Tuttavia, il crollo dei prezzi della tecnologia cinese sta rendendo possibile una transizione alle rinnovabili che dieci anni fa era impensabile. Una luce fioca si intravede in fondo a un tunnel ancora lungo e oscuro. Ed è proprio da questo confronto che occorre ripensare il cuore del nostro sistema: un modello incentrato su investimenti a rendimento immediato non può affrontare sfide che richiedono ricerca, innovazione e pianificazione di lungo periodo. Finché non cambieremo questa logica, continueremo a inseguire il futuro invece di costruirlo.

La guerra necessaria: cronache entusiaste dalla fine del mondo

Silvia Truzzi  4 Dicembre 2025

In fila al supermercato, sulla metropolitana, passeggiando per una strada con le luminarie appena installate. Arriva Natale, è tutto normale, ci sembra il solito dicembre che corre verso pranzi pantagruelici e alberi da addobbare. Mentre andiamo avanti con le nostre vite, il mondo sta precipitando verso un baratro. E balliamo sull’orlo di un precipizio fatale. Siccome però succede al ralenti, i più non se ne accorgono. Siamo inondati, e ormai da anni, dalla propaganda bellica, un racconto senza più remore né vergogna della guerra come opzione politica. Lo notava ieri Michele Serra su Repubblica, in un’Amaca di cui non condividiamo le conclusioni. Il bombardamento della propaganda “magari ha lo scopo calcolato di abituare noi e loro” – scrive Serra – “magari, invece, è solo sciocca irresponsabilità, imputabile a classi dirigenti sempre più mediocri e di conseguenza sempre meno responsabili”. Dubbi ne restano pochi però, se nel pieno di un negoziato il Financial Times pubblica un’intervista dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, non un passante ma il presidente del Comitato militare della Nato, rilasciata il 18 ottobre (tutt’altro che un dettaglio) in cui si prospetta concretamente la possibilità di attacchi preventivi, seppur nell’ambito della cybersicurezza. “Essere più aggressivi, o essere proattivi invece che reattivi, è una cosa a cui stiamo pensando”: una dichiarazione così enorme che lo stesso ammiraglio ha dovuto precisare, riaffermando la natura difensiva della Nato.

Non basta che il governo minimizzi, che le opposizioni insorgano perché il clima attorno alla trattativa è incandescente, con la maggioranza della stampa che ha abolito l’articolo 11 della Costituzione e fa entusiasticamente il tifo per la guerra e i suoi eurocantori. Con toni perentori i giornali ci dicono quotidianamente che non abbiamo altra scelta, se non la guerra: o noi o loro, o vivere o perire, lo scontro di civiltà pretende sangue. E come il veleno di Mitridate stiamo scivolando piano piano verso un punto di non ritorno, ci sveglieremo un giorno in guerra, rimbambiti da un dibattito pubblico ostaggio di parole volutamente infantili e superficiali. La pace degna quando mai è esistita? Abbiamo presente come è stata trattata la Germania dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale? Come si conclude un negoziato se non trattando coi nemici? Promuovere la pace è un implicito del nostro patto sociale, Fare la pace è anche il titolo di un libro molto istruttivo pubblicato da Sant’Egidio che spiega benissimo come “anche in condizioni disperate e aggrovigliate, si possa realizzare la pace attraverso il dialogo, l’incontro, la mediazione, il negoziato, l’accordo”. La pace – valore inderogabile e postura costituzionale – è stata bandita dal discorso pubblico, in nome di una folle corsa verso la guerra che, grazie a una narrazione compiacente, ci vuole convincere dell’impossibilità e inattualità della pace: lo ha chiarito benissimo Fabio Mini sul nostro giornale domenica. Il report annuale dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) ci ha spiegato in cifre le ragioni: i produttori di armi non hanno mai guadagnato tanto come nel 2024. Tra vendita di armi e servizi militari i ricavi globali ammontano a 679 miliardi di dollari (582 miliardi di euro), il 5,9% in più, al netto dell’inflazione, rispetto al 2023. L’industria delle armi prospera e si alimenta solo con la guerra: tutte le guerre si fanno per soldi. Lo hanno capito meglio di tutti i giovani, anche italiani. Un recente sondaggio promosso dall’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza rileva che circa il 68% degli adolescenti italiani tra 14 e 18 anni, in caso di guerra e chiamata alle armi, non si arruolerebbe. E per domani i ragazzi tedeschi hanno indetto uno sciopero della scuola contro riarmo e leva. Saranno tutti filoputiniani? O rifiutano un’Europa che li vuole carne da cannone in cambio dell’Erasmus?

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