LA DEMOCRAZIA E I SUOI PRESUPPOSTI PERDUTI da IL MANIFESTO
La democrazia e i suoi presupposti perduti
Filippo Barbera 16/12/2025
Diritti Il 52° ultimo rapporto della Freedom House: nel 2024 si è avuta la 19ª diminuzione globale consecutiva della libertà e in 60 paesi sono peggiorati gli indicatori di diritti politici e libertà civili
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Sempre più spesso la “democrazia” è invocata come posta in gioco ubiqua, dai conflitti internazionali, alla libertà d’espressione, alla censura, fino alla separazione tra i diversi poteri dello Stato. Il termine funziona così alla stregua di una rassicurazione automatica, come se ripeterlo bastasse per sentirsi dalla parte giusta. Se non fosse che, in parallelo, la consistenza concreta di quella posta in gioco è sempre più fantasmatica. Non perché “la gente non crede più nei valori democratici”, ma perché la democrazia è oggi orfana dei presupposti materiali che la sostenevano.
CHE SI TRATTI di post-democrazia, declino, regressione, minaccia autoritaria o erosione delle garanzie liberali, la diagnosi non cambia. Anche la 52ª edizione del rapporto della Freedom House lo conferma quando afferma che nel 2024 si è registrata la 19ª diminuzione globale consecutiva della libertà, con 60 paesi che hanno visto peggiorare i propri indicatori di diritti politici e libertà civili.
Tuttavia, le analisi che denunciano l’erosione e la crisi della democrazia finiscono quasi sempre con la medesima ricetta, quella dell’appello morale e civile: mobilitarsi, difendere i principi, ricordare le virtù della libertà, “fare di più”. L’idea che la democrazia possa essere salvata attraverso un surplus di impegno valoriale e civile è rassicurante perché lascia intatta la premessa fondamentale: cioè che la democrazia sia disponibile a essere salvata. Ma questa è un’ipotesi che non deve essere data per scontata.
La democrazia liberale non nasce “nel vuoto” ma poggia su tre prerequisiti precisi: un livello minimo di integrazione sociale della sua base popolare, una relativa autonomia del processo decisionale collettivo e, soprattutto, una separazione tra la disuguaglianza nella sfera privata e l’uguaglianza nella sfera politica. Quest’ultima condizione – la “terza gamba” della democrazia – si è oggi incrinata irreparabilmente, trascinando con sé anche le prime due. Il processo di modernizzazione, per così dire, ha segato il ramo sul quale appoggiava la democrazia.
“Modernizzazione”, del resto, è un concetto neutro. In realtà negli ultimi quarant’anni è stato l’ordine economico e istituzionale del capitalismo neo-liberale ad aver eroso la terza gamba della democrazia, favorendo la concentrazione della ricchezza e del potere. In parallelo, ha disintermediato i partiti dal consenso sociale e li ha trasformati in pezzi dello Stato e dei mezzi di comunicazione di massa.
IL TANTO ELOGIATO mercato, poi, è stato intriso fino all’osso di interessi non economici. Il risultato è stata l’affermazione del capitalismo politico, un sistema in cui potere politico e capitale si sostengono reciprocamente e che, appunto, nega per definizione la condizioni materiali della democrazia liberale.
In questo quadro, l’appello valoriale a “più democrazia” è falsa coscienza. Un lutto non elaborato che sopravvive solo come orizzonte etico di senso, non come capacità effettiva e consapevolezza delle condizioni di possibilità necessarie per riportare in vita l’oggetto perduto. Perché come scrive Andrea Fabozzi nel suo editoriale di venerdì 12 dicembre, abbiamo bisogno di più democrazia, non di meno. L’appello ai valori democratici equivale così alla sindrome dell’arto fantasma, la gamba che non c’è più ma che ci illudiamo di avere.
La reazione che alcuni amano definire “populista” – sempre cadendo nella trappola del (pre)giudizio di valore – intercetta questo tensione, pur senza risolverla. Anch’essa, infatti, si scontra con l’impossibilità di ripristinare le condizioni materiali e istituzionali del funzionamento della democrazia liberale. La proiezione internazionale di questa reazione, da Trump alle autocrazie, dalle guerre coloniali ai conflitti per le risorse, va rifiutata con ogni mezzo. L’ascesa di forze che promettono di restaurare la democrazia attraverso scorciatoie autoritarie non fanno che aggravare il problema.
LA DOMANDA, ALLORA, non è come tornare alla democrazia liberale del secolo scorso, ma come sia ancora possibile ricostruire i presupposti che la sostenevano (se ne discuterà dal 23 al 25 gennaio 2026 al Palazzo Ducale di Genova nel convegno “Democrazia alla prova. Tre giorni di analisi e dialoghi”). Finché questo tema non sarà affrontato in tutte le sue implicazioni, la discussione pubblica continuerà a rimbalzare tra allarmi morali e richiami alle virtù civili, lasciando intonso il nodo da sciogliere o il campo libero a ulteriori involuzioni autoritarie.
La democrazia non è un grande ammalato da curare, piuttosto è un corpo che ha perso le sue condizioni vitali e che richiede un altro corpo. La sua difesa non passa dall’apologia dell’esistente. Se c’è ancora un orizzonte di analisi politica oggi, è nel riconoscere che il problema da affrontare è la frattura profonda che i processi di modernizzazione capitalistica hanno imposto alle condizioni che abilitano il funzionamento della nostra, sempre imperfetta e lacunosa, democrazia.
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