I SIGNIFICATI OPPOSTI DEL “CESSATE IL FUOCO” da IL MANIFESTO
I significati opposti del «cessate il fuoco»
Marina Calculli 09/04/2026
Pax coloniale La pacificazione implica per le società indigene la costrizione a vivere senza poter scegliere come vivere. Un’idea di «pace» che discende dal pensiero suprematista che accompagnò la colonizzazione
sulla guerra in Iran – (Tom Williams/CQ Roll Call via AP Images)
Le minacce genocidarie che Donald Trump aveva lanciato la mattina del 7 aprile contro l’Iran – «un’intera civiltà morirà stanotte» – si sono rivelate il ruggito isterico di un leone in un cul de sac. Nonostante Trump avesse «concesso» varie estensioni non richieste per rispondere alla sua proposta di cessate il fuoco, l’Iran non si è spostato dai suoi dieci punti, peraltro già noti da un paio di giorni, inducendo comunque gli Usa a proclamare la cessazione temporanea della guerra e l’avvio dei negoziati di pace.
La pace resta comunque un miraggio, visto che Israele ha già ignorato, come suo solito, i termini dell’accordo mediato dal Pakistan che prevedeva l’estensione del cessate il fuoco anche al Libano, uccidendo oltre 500 persone durante il «cessate il fuoco». Trump e i suoi alleati occidentali vorrebbero una pace nominale e rapida, che apra lo stretto di Hormuz, rassicuri i mercati e oscuri i loro crimini di guerra. Ma per l’Iran e Hezbollah la pace ha un significato opposto.
Come l’intellettuale e leader rivoluzionario palestinese Ghassan Kanafani, alla domanda di un giornalista britannico «perché non entrate in trattative di pace?», rispose «vuol dire forse capitolazione?», così l’Iran, stavolta forte del potere negoziale che Trump stesso ha fatto emergere – la capacità cioè di mandare in tilt l’economia globale – non cederà alla pax americana-israeliana.
Quello che Stati uniti e Israele perseguono è una pacificazione coloniale: un sistema in cui i leader indigeni accettino una sottomissione incondizionata – volontariamente, come i monarchi del Golfo o il presidente siriano al-Shara’ e il presidente libanese ‘Aoun, che hanno già nei fatti accettato l’occupazione israeliana dei propri territori; oppure con la forza, sul modello dell’occupazione americana dell’Iraq che rovesciò il regime di Saddam Hussein, uccidendo oltre 650mila persone solo tra il 2003 e il 2006.
La pacificazione implica per le società indigene la costrizione a vivere senza poter scegliere come vivere: come abitare e coltivare la propria terra, come e cosa produrre e consumare, rinunciando alla propria sovranità e accettando la distruzione esterna delle proprie capacità militari e l’espropriazione delle proprie risorse naturali.
Trump ha più volte detto che il suo obiettivo è «prendere il petrolio iraniano» per «farci un sacco di soldi», aggiungendo in un paio di occasioni il nobile pretesto di voler «liberare i gay», bombardandoli e dispossessandoli.
Questa idea di «pace» discende dal pensiero suprematista che accompagnò la colonizzazione come dispossesso delle popolazioni indigene dai loro mezzi di produzione. Non è il pensiero di un presidente «deviato», come vorrebbe la narrazione liberale, inavvertitamente, per la seconda volta, entrato in possesso dei codici nucleari. Hillary Clinton, durante la sua corsa alla Casa bianca, aveva promesso che, se eletta, avrebbe «obliterato» l’Iran – per «liberare le donne» ça va sans dire – rivelando quanto il femminismo liberal-guerrafondaio non differisca né nella sostanza né tantomeno nello stile dal macho-militarismo neocon.
Ma per l’Iran, come per Hezbollah in Libano, la «pace» segue una logica opposta: è un equilibrio fondato sul rifiuto della soggiogazione imperiale. Dall’inizio della sua risposta all’aggressione israeliana-americana, l’Iran ha reiterato ad nauseam di non voler perdere tempo con negoziati farlocchi – essendo stato già due volte attaccato a sorpresa durante trattative ingannevoli – e chiede una pace con garanzie internazionali. Non è disposto a cedere ad un banale do ut des di breve periodo: ha chiarito che, se Israele non ferma la distruzione del Libano, l’accordo salta.
La resistenza è considerata un sacrificio e non è negoziabile. È il fondamento ideologico della repubblica islamica del 1979 – un ordine rivoluzionario che ha incorporato l’idea di una liberazione collettiva dalla sottomissione all’occidente – quella che Jalal Al-e Ahmed definì «occidentosi» gharbzadegi – all’interno di una teologia sciita che eleva la battaglia di Karbala del 680 a spirito di lotta perenne contro un potere ingiusto e illegittimo.
Questo afflato ideologico era stato pesantemente smorzato da decenni di repressione del dissenso interno e dall’assedio economico e politico esterno. Ma la storia è spesso portatrice di ironia: l’aggressione criminale di Usa e Israele potrebbe averlo rivitalizzato in modo imprevisto, ricordando agli iraniani che una pax occidentale non è in fondo altro che una guerra con altri mezzi.
L’Iran chiude Hormuz ancora prima di riaprirlo
Francesca Luci 09/04/2026
La tregua già in bilico Le divergenze tra il piano in dieci punti iraniano e quello in quindici punti degli Stati Uniti restano profonde e ancora irrisolte
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Il cessate il fuoco non è solo una pausa temporanea delle ostilità: è un rilevatore delle tensioni profonde che attraversano la Repubblica islamica e, allo stesso tempo, un banco di prova per il nuovo equilibrio globale.
La narrazione ufficiale a Teheran è chiara: «Vittoria». L’America costretta ad arretrare e costretta ad accettare le condizioni del potere della Repubblica Islamica. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha scritto che «il cessate il fuoco con il riconoscimento delle istanze dell’Iran» è il frutto del sangue del martire Khamenei e «dell’unità di tutto il popolo». L’obiettivo dell’amministrazione iraniana è consolidare il consenso interno dopo settimane di guerra che hanno messo la società sotto forte pressione emotiva, sociale ed economica.
LA CITTÀ SI SVEGLIA in uno stato sospeso tra sollievo e angoscia: il cielo è tornato blu, i caffè si riempiono lentamente. Chi racconta di aver avuto paura, chi ha sentito i sistemi di difesa aerea anche dopo l’annuncio, chi in 40 giorni è uscito di casa solo due volte, chi la notte prima aveva salutato la propria casa come per l’ultima volta. Nei caffè si discute anche di dollaro e oro. Al mercato mancano pollo e olio, le banane costano cifre astronomiche. L’economia, si osserva, si è imposta sulla vita quotidiana ancora più rapidamente della guerra stessa. Accanto all’angoscia, però, qualcuno distribuisce dolci in strada per festeggiare di essere ancora vivo. Teheran, poche ore dopo il cessate il fuoco, è una città sospesa tra «la fine» e «il continuo».
Molti iraniani hanno abbracciato la tregua con un sollievo pragmatico: niente bombe, meno incertezze e la speranza di una normalizzazione economica. Al fronte opposto c’è la parte più ideologica che vive l’accordo come una resa inaccettabile. Gli slogan radicali, la retorica religiosa e le proteste contro il «compromesso» indicano che per una parte dell’establishment e della piazza il conflitto non è negoziabile.
EPPURE ESISTE anche una voce più cauta e significativa, legata alla società civile. Per loro la tregua rappresenta un male necessario: riduce le vittime, limita le distruzioni e apre uno spiraglio, per quanto fragile, al dialogo. È una posizione segnata da un realismo disincantato: nessuno si illude che sia una svolta definitiva, piuttosto una tregua temporanea, sospesa, che potrebbe interrompersi in qualsiasi momento.
Comunque è evidente che il Paese ha bisogno di stabilità economica e di un sistema politico che trae legittimazione anche dal confronto permanente con l’esterno. Il cessate il fuoco per il momento sospende la tensione.
Però le divergenze tra il piano in dieci punti iraniano e quello in quindici punti degli Stati Uniti restano profonde e ancora irrisolte. Teheran chiede il controllo militare dello Stretto di Hormuz, il ritiro completo delle truppe statunitensi, compensazioni di guerra e il riconoscimento del diritto all’arricchimento nucleare. Trump insiste invece su un’apertura immediata e sicura dello stretto, mantiene una presenza militare regionale e rifiuta risarcimenti diretti, mirando a contenere le ambizioni nucleari iraniane. Divergenze emergono anche sull’estensione geografica del cessate il fuoco, in particolare sul Libano. In sintesi, la tregua temporanea non risolve i nodi strutturali del conflitto.
Per il momento un nodo geopolitico tiene il banco: il controllo dello Stretto di Hormuz, che non è solo una questione militare ma una leva economica globale. Ieri l’Iran ha richiuso Hormuz nonostante il cessate il fuoco, dopo che gli israeliani hanno colpito oltre 100 obiettivi a Beirut, nella valle della Bekaa e nel sud del Libano, causando decine di morti. La marina iraniana ha minacciato di distruggere qualsiasi nave che tenti di attraversare lo stretto senza autorizzazione: il transito resta bloccato.
SECONDO LA PROPOSTA ufficiale in dieci punti di Teheran, il transito delle navi nello stretto dovrebbe avvenire sotto il coordinamento delle forze armate iraniane, trasformando di fatto la sicurezza marittima in una leva di controllo politico e militare. A questa gestione si affiancherebbe anche una dimensione economica: il piano prevede, insieme all’Oman, la possibilità di imporre una tassa di transito fino a due milioni di dollari per ogni nave, risorse che Teheran intende destinare alla ricostruzione post-bellica. Se Teheran riuscisse a trasformarlo in uno strumento di pressione strutturale, cambierebbe gli equilibri energetici mondiali.
SEMBRAVA DIFFICILE che Washington accettasse. Ed ecco che arriva la sorpresa: Jonathan Karl, corrispondente di Abc News, ha scritto di una svolta curiosa: secondo il presidente Trump, l’idea del pedaggio nello Stretto di Hormuz, proposta dall’Iran, potrebbe diventare un’iniziativa congiunta tra Usa e Teheran per riscuotere i pedaggi, presentandola come misura di sicurezza: proteggere il transito delle navi e, allo stesso tempo, difenderle «da un sacco di altre persone».
La tregua non è una pace, ma un intervallo. E come tutti gli intervalli nel Medio Oriente, può essere l’inizio di qualcosa o semplicemente la pausa prima di un nuovo ciclo di escalation.
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