DONBASS: QUELLO CHE CROSETTO NON HA ANCORA CAPITO DELLA GUERRA IN UCRAINA da IL FATTO
Donbass: Quello che Crosetto non ha ancora capito della guerra in Ucraina
Alessandro Orsini 23 Dicembre 2025
Putin annuncia che non è in procinto di incontrare Trump perché gli accordi sono in alto mare. La strategia di sconfiggere la Russia sul campo di battaglia è fallita. La Russia non è sconfitta e l’Ucraina è semidistrutta. La Casa Bianca, che valuta i fatti in modo freddo e distaccato, ha una certezza: se continuerà a questo ritmo, l’Ucraina collasserà. Perché Guido Crosetto e la grande stampa italiana non lo capiscono? La risposta è semplice: perché Crosetto non vede la guerra nella sua complessità. Nella sua intervista ad Atreju, Crosetto ha spiegato che la Russia avanza lentamente in Donbass.
I problemi di Crosetto sono due e sono enormi. Il primo problema di Crosetto è che non dispone di un criterio di riferimento oggettivo per valutare il passo con cui i russi conquistano le roccaforti in Donbass. Crosetto non può garantire che l’esercito americano, combattendo contro gli ucraini in Donbass armati dalla Russia e da 31 Paesi della Nato, avanzerebbe più velocemente dei russi. Proverò a chiarire la questione con una domanda: se gli ucraini combattessero contro l’esercito americano in Donbass, godendo del sostegno della Russia e di 31 Paesi della Nato, Trump avanzerebbe rapidamente? Gli americani, da soli, avrebbero conquistato tutta l’Ucraina in tre giorni? Potremmo rivolgere questa domanda, rispettosamente, al capo di Stato maggiore della Difesa, Luciano Portolano, oppure, al capo di Stato maggiore dell’esercito, Carmine Masiello o magari al colonnello Dario Paduano, comandante della Folgore.
Il secondo problema di Crosetto è che non vede la complessità della guerra, quindi non coglie le interconnessioni sul campo di battaglia. Crosetto pensa che i russi avanzino lentamente in Donbass. Ne è assolutamente certo. Ma il mondo non è l’insieme delle singole cose: è la totalità dei fatti. Quando Crosetto parla del Donbass, si concentra soltanto sul Donbass; osserva il Donbass; vede il Donbass; guarda il Donbass, commenta ciò che accade in Donbass. Crosetto non si rende conto che, mentre i russi armeggiano in Donbass, bombardano le infrastrutture vitali dell’Ucraina. Se i russi impiegheranno tre anni per prendere Kramatorsk, l’Ucraina sarà bombardata per tre anni. Putin sta accerchiando le roccaforti per risparmiare il maggior numero possibile di soldati russi. Soprattutto, Putin attende il collasso progressivo delle infrastrutture dell’Ucraina. Crosetto vede il singolo fatto: il fante russo che avanza. Il problema è che i fatti sono almeno quattro: 1) il singolo fante russo che avanza; 2) Putin che bombarda l’infrastruttura dell’Ucraina; 3) l’Europa che non ha soldi; 4) gli Stati Uniti che non danno armi. Putin non ha fretta. E si vede in tutto quel che dice e che fa. A questo punto, siamo pronti per il ragionamento controintuitivo che è sempre un ragionamento contro il senso comune: è un bene che l’Ucraina resista il più a lungo possibile in Donbass? Secondo quanto affermato da Kaja Kallas nel suo discorso del 22 gennaio 2025, è un gran bene ed è un vanto per la Nato. Anche Giorgia Meloni e Crosetto ritengono che sia un bene, proprio come il Corriere della Sera. Il problema è che più gli ucraini resistono in Donbass, più Putin bombarda ciò che c’è dietro: Kiev, Odessa e chi più ne ha, più ne metta. Ecco il paradosso temuto da Trump: un bel giorno, mentre il fronte resiste, le retrovie collassano. Crosetto esulterà: “Gli ucraini resistono in Donbass!”.
P.s. La frase “il mondo è la totalità dei fatti” è tratta dal Tractatus Logico-Philosophicus di Ludwig Wittgenstein.
L’unico nemico di Ue e Kiev è la guerra
Filippomaria Pontani 23 Dicembre 2025
La retorica bellicista su una soluzione armata del conflitto è il Moloch che va demolito per poter ragionare su una svolta pacifica che tenga conto pure dei russi: non come nemici, ma controparte
Venerdì 19 il sito del Corriere ha ospitato un’intervista sulla guerra in Ucraina a Gianfranco Pasquino e Vittorio Emanuele Parsi: una messa cantata in lode dell’Europa che “gioca di squadra”, difende i valori democratici, resiste al progetto imperiale di Mosca e invia gli aiuti militari a Kiev.
In lode anche del riarmo che ci renderà più forti, rilancerà la ricerca e l’apparato industriale e farà capire ai russi che non siamo mica imbelli; perché l’opinione pubblica va “educata a capire la gravità della minaccia”, e a ricordare che le generazioni precedenti hanno versato il sangue per la libertà. La chiacchierata s’inseriva nella serie “Lo dicono i Lincei”, e arruolava de facto la massima istituzione culturale del Paese (“voi siete Accademici dei Lincei, spiegate a noi poveri ignoranti”, soggiungeva l’intervistatore) all’interno della propaganda bellicista del mainstream mediatico continentale. Una scelta tanto più imbarazzante in quanto molti soci Lincei la pensano in modo assai diverso, come si era visto solo pochi giorni prima nel bel convegno organizzato proprio in Accademia su “Guerra e Pace”, di ben altro spessore argomentativo.
Per comprendere il quadro della vera “violenza culturale” (nei termini di Johan Galtung) in cui si colloca questo piccolo episodio, è utile il volumetto appena curato dal grecista palermitano Andrea Cozzo per i tipi di Mimesis, Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina: inveterato araldo della nonviolenza (nel senso di Gandhi e Capitini), Cozzo descrive qui alcuni meccanismi di quello che chiama “giornalismo di guerra”: la dicotomizzazione (noi/loro), il manicheismo (bene/male), l’Armageddon (la vittoria militare come unica soluzione). Questo processo, che si specchia e trae linfa dagli atti ufficiali dell’Unione europea (censura ai media russi, guerra alle fake news, retorica dell’Europa come “giardino di pace”, anatemi a chi dissente, etc.), non riguarda solo media schierati o giornalisti adusi all’invettiva e dunque poco attendibili a priori, ma anche testate di rilievo (Repubblica, La Stampa, TgLa7… in sostanza tutto il sistema con l’eccezione di Fatto, Avvenire e manifesto) e intellettuali stimati e affermati.
Esempi. Umberto Galimberti che rimprovera i russi perché “hanno la colpa di non reagire al tiranno” e rincara che “i dittatori non conoscono altro linguaggio all’infuori della forza”, usa argomenti affini a quelli con cui Osama bin Laden giustificava gli attacchi del 2001 contro gli Stati Uniti. Maurizio Molinari e l’inviata del Tg1 insigniti della Medaglia al merito di Zelensky perdono ogni credibilità come cronisti e commentatori imparziali degli eventi. Gianrico Carofiglio che ingiunge di schierarsi e reclama di agire senza andar troppo per il sottile, incorre nelle stesse fallacie argomentative che suole criticare negli altri col ditino alzato. Antonio Scurati che deplora l’infiacchimento delle giovani generazioni, ignare della durezza della guerra, prepara il terreno per una retorica bellicista che si traduce presto o tardi in vera e propria propaganda di guerra. La continua reductio ad Hitlerum di un Putin pronto a invadere l’Europa ricorda la retorica usata contro Saddam Hussein per legittimare la guerra in Iraq, i cui esiti preclari non cessano di avvelenare il Medio Oriente. Massimo Gramellini che equipara chi tenta di comprendere le ragioni dell’invasione russa a chi vuole giustificarla rifiuta un minimo di pensiero complesso, aderendo con passo felpato alla militarizzazione del discorso pubblico. Vito Mancuso che sostiene l’invio di armi all’Ucraina citando una frase di Gandhi sulla teorica necessità di uccidere un pazzo che uccida, oblitera volutamente il contesto di quella frase, in cui il Mahatma osservava che “Durante il mio mezzo secolo di esperienza non mi è mai capitato di trovarmi in una situazione che mi obbligasse a dire che ero impotente, che non avevo alcuna risorsa in termini di nonviolenza”. Un lungo esame viene poi riservato al reportage del novembre ’22 con cui Francesca Mannocchi racconta le sofferenze del popolo ucraino per ammonire i pacifisti che sfilano nelle piazze europee: le allitterazioni, i trikola e le figure retoriche atte alla mozione del pathos servono a persuadere i “pacifisti storici (e improvvisati)” che contro tanta ferocia s’impone la forza – senza contare che il prosieguo della guerra avrebbe portato a quegli stessi ucraini ulteriori lutti, mutilazioni, distruzioni, cioè avrebbe moltiplicato per mille le medesime tragedie che il servizio deplorava.
E infatti il fallimento morale dell’Europa, non paga di aver già screziato i suoi “80 anni di pace” con gragnuole di bombe su Bosnia e Kosovo, si misura oggi proprio (con buona pace di Parsi, di Pasquino, e dei cascami del pensiero delle élite ) nell’aver mandato a morire per procura generazioni di giovani ucraini (per di più, senza alcuna reale chance di vittoria) tradendo la propria missione storica di mediatrice dei conflitti – una missione che l’Italia ha iscritta nella propria Costituzione, e che in questi anni i nostri governi non hanno saputo onorare. Cozzo, seguendo Erasmo da Rotterdam, richiama una semplice verità: il primo nemico dovrebbe essere, sempre, la guerra in quanto tale, che produce disumanità, miseria, traumi psichici, campi minati, flussi di armi, odi inestinguibili. E poiché ogni giornalista naturalmente non si limita a registrare i “fatti” ma li seleziona, li interpreta, li espone a suo modo, l’obiettivo di un “giornalismo di pace” (così sulla scorta di J. Lynch e A. McGoldrick) dovrebbe essere quello di schivare le bufale volte a disumanizzare il nemico, le veline tendenziose o i giudizi subdoli (un ricco campionario ne è stato raccolto da Marco Travaglio), di indagare sul campo, smascherare le bugie, ma anche esplorare le circostanze e i contesti del conflitto, dando conto di tutte le diverse versioni dei “fatti” (governi, civili, terze parti etc.), nell’obiettivo precipuo di preparare il terreno per un dialogo multilaterale che sia alternativo al puro e semplice rapporto di forza. E con l’impegno a seguire le vicende belliche anche all’indomani di un’eventuale tregua (che, da sola, raramente si rivela risolutiva, come vediamo anche in questi mesi).
Si può sostenere l’Ucraina tramite un ”impegno sociale non armato”: nelle appendici Cozzo dettaglia le azioni concrete che si potrebbero intraprendere in direzione della pace (dalle Marce ai gemellaggi, dai reportage congiunti alle missioni di interposizione, fino al sostegno agli obiettori e ai pacifisti dei Paesi belligeranti); non la “pace giusta” (“quasi sempre anche la più ingiusta delle paci è migliore della più giusta delle guerre”, scriveva Erasmo), ma la pace in quanto tale, intesa come liberazione di oppresso e oppressore dalle sbarre del pregiudizio e della ristrettezza mentale, e come recupero della reciproca umanità (sono parole di Nelson Mandela, e molto conta qui l’esempio della Truth and Reconciliation Commissionin Sudafrica, ma anche quello del Premio Nobel colombiano Juan Manuel Santos). Per Cozzo la pace nonviolenta deve crescere non solo tra gli stati ma anche all’interno degli stati, per eliminare la violenza strutturale a culturale che antepone la “libertà” a tutti gli altri valori (eguaglianza, fraternità, etica): dev’essere insomma anche l’occasione di ripensare e “curare” il nostro stesso orizzonte di valori, anziché arroccarsi in una stolida difesa di meccanismi sempre più malconci (il sistema democratico in via di involuzione, il crescere delle disuguaglianze e così via).
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