TRA I PROGETTI AUTORITARI C’È UN’UNIVERITÀ-AZIENDA da IL FATTO
Tra i progetti autoritari c’è un’università-azienda
Roberta Calvano 7 Novembre 2025
Il gioco di questa legislatura, che forse non tutti hanno ancora provato a fare, si chiama “Unisci i puntini”. Si corre con un tratto di penna dal ddl costituzionale sul premierato a quello sulla separazione delle carriere, passando per il decreto Sicurezza e l’autonomia differenziata, e il profilo che esce è una figura dai tratti autoritari: la riduzione del pluralismo costituzionale, fatto di equilibrio tra poteri e tra Stato e autonomie, la mortificazione dei diritti individuali, la crescente verticalizzazione del potere. L’ultimo “puntino”, che a breve andrà a unirsi agli altri, è quello dei provvedimenti in materia di università, su cui sono in preparazione tre atti normativi.
Col primo, un ddl all’esame del Senato, si modifica il sistema di selezione e reclutamento di professori e ricercatori, abbandonando qualsiasi tentativo – pur insoddisfacente e perfettibile come l’attuale – di trasparenza e oggettività, e si ritorna ai concorsi locali, dove il nepotismo e gli abusi sono stati per anni alla radice di un diffuso malcostume accademico che troppo spesso esclude dalla docenza universitaria chi è fuori dalle cordate. Ciò avverrà in spregio ai principi costituzionali in tema di trasparenza, buon andamento dell’amministrazione, parità di chance , oltre che al principio di legalità. Senza risolvere il problema dei precari, oltre tutto, che ammontano ormai a metà del corpo docente italiano.
Nel secondo progetto, uno schema di regolamento governativo, si interviene sulla già discussa composizione e sulle garanzie di indipendenza dell’Anvur, la costosissima agenzia di valutazione a tutela della “meritocrazia” del sistema universitario. L’Anvur negli ultimi 15 anni ha iper-burocratizzato l’attività di chi fa ricerca, divenendo l’incubo di chiunque lavori negli atenei, costringendo i professori a dedicare larga parte del tempo a redigere montagne di carte inutili, anziché occuparsi di didattica e ricerca. Ciò che non si poteva immaginare è che la proposta, ampliandone i poteri e rivedendo la composizione dell’Anvur, riducendo il numero dei componenti, avrebbe inciso ulteriormente sul pluralismo scientifico e culturale presente in seno all’organismo. Da anni si lamenta quanto siano flebili le garanzie di indipendenza dell’Anvur a fronte di compiti che incidono sulla libertà di ricerca prevista dall’art. 33 della Costituzione, visto che sulla base delle sue procedure e decisioni, non sempre trasparenti e inattaccabili, si erogano i finanziamenti agli atenei e si valuta la ricerca e il reclutamento di docenti e ricercatori. A fronte di ciò, l’unico organo di rappresentanza plurale ed elettiva del sistema universitario, il Consiglio Universitario nazionale, il Cun, che il ministro dovrebbe consultare (soprattutto in momenti di così intenso lavoro legislativo), vede metà dei suoi componenti scaduti da undici mesi e non si ha notizia di una regolare ripresa delle votazioni per rinnovarne la composizione.
Dulcis in fundo, nel terzo provvedimento, preparato da un tavolo di lavoro di nomina ministeriale, sembra prepararsi la stretta definitiva sul sistema universitario, già pesantemente condizionato dalla legge Gelmini del 2010. In violazione dell’autonomia universitaria prevista in Costituzione, funzionale alle libertà di ricerca e insegnamento che tutelano docenti e studenti, si prefigura una governance delle università di diretta derivazione governativa: Cda con componenti di nomina politica, rettori che agiscono sotto l’occhiuta vigilanza del ministro e da cui dipenderanno a catena tutte le cariche interne agli atenei (i cui mandati vengono allineati alla durata di quello dei rettori).
Sta maturando, insomma, il passaggio dalla visione neoliberale di un’università azienda, incaricata di produrre il capitale umano necessario al mercato del lavoro, che già tradiva la missione costituzionale di offrire ai più giovani strumenti per la lettura critica del reale, a un’università che sembra preannunciarsi destinata a finire sotto il tacco del ministro di turno, gerarchizzata e sempre meno libera, come purtroppo inizia a trasparire dalle lettere con cui nelle scorse settimane, dalle stanze del ministero, si sono invitati i rettori a vigilare sul rispetto delle leggi da parte di studenti e personale accademico. Dalle università in molti hanno replicato auspicando, con tutto il rispetto, che al ministero si faccia altrettanto, prestando attenzione al rispetto della legalità, compresa quella costituzionale. Resta la preoccupazione su quale futuro si prospetti per la nostra collettività se i timori qui espressi fossero fondati, e venissero meno i pochi luoghi in cui si invita liberamente a pensare, dissentire, criticare, e stimolare le giovani menti a ragionare, creare, in definitiva immaginare un futuro differente.
Sulla “sicurezza” per le donne Meloni vuole lasciare il segno?
Sottosopra 7 Novembre 2025
La faccenda è così importante che nel suo discorso di insediamento Giorgia Meloni aveva ripetuto il concetto sette volte. “Vogliamo fare della sicurezza un dato distintivo di questo esecutivo”, il leit motiv, in onore del quale, nei mesi successivi, il governo si è prodigato a varare zone rosse e modelli Caivano, oltre naturalmente all’omonimo decreto, perché – ha spiegato la presidente del Consiglio in aula – “precondizione per qualsiasi libertà è la sicurezza dei cittadini”. Come darle torto. L’idea è così condivisibile – basta allargare il concetto alla condizione socio-economica, uscendo dal perimetro del law and order – che è difficile comprendere perché l’enfasi non si sia tradotta in misure concrete per garantire la sicurezza proprio della metà di Italia a cui la premier fieramente appartiene, ossia le donne. Che, invece, continuano a morire e non per mano di immigrati feroci e sbandati di strada, bensì per lo più di mariti, ex compagni o conoscenti: circa 70 i femminicidi nei primi dieci mesi dell’anno, secondo statistiche non precise perché mancano persino indicazioni univoche su come contare i delitti, come ha segnalato a tutti i Paesi europei nel luglio scorso l’European Institute for Gender Equality (Eige). “La violenza contro le donne è una piaga sociale e culturale che richiede strumenti di contrasto, prevenzione e sicurezza”, ha detto in occasione della rituale commemorazione del 25 novembre Giorgia Meloni, e chi meglio di lei può capirlo: prima donna nella storia repubblicana a capo di un esecutivo, è una madre single e separata, che non ha voluto rinunciare alle aspirazioni professionali, avendo il coraggio di rivendicarlo. La presidente del Consiglio è insomma espressione dello spirito dei tempi, a dispetto del conservatorismo professato, il che rende francamente incomprensibile come possa voler privare le adolescenti della sicurezza che loro stesse, e i loro compagni di scuola, ricevano una adeguata educazione sessuale ed emotiva, precondizione per scardinare le dinamiche di possesso e di potere che sono spesso alla base di tragici episodi di violenza. Eppure il suo governo, con un emendamento approvato in Commissione Cultura il mese scorso, sta cercando di proibire tali insegnamenti nelle scuole primarie e secondarie, cioè proprio quando bambine e bambini sono più fertili nell’assorbimento di esempi e modelli. Analogamente, non si capisce a quali strumenti di contrasto si riferisca la premier, considerato che i centri antiviolenza sono scarsamente finanziati, per lo più sulla base di iniziative regionali, e che il cosiddetto “reddito di libertà” – introdotto nel 2020 per sostenere le vittime di violenza – benché rifinanziato dal suo governo fatichi a raggiungere le destinatarie: l’anno scorso dal varo della legge di Bilancio alle firme dei ministri necessarie a rendere operativa la misura sono trascorsi mesi. Soprattutto, l’esecutivo che più di ogni altro si è schierato a fianco delle forze dell’ordine che garantiscono la sicurezza si è dimenticato di formarle proprio per imparare a gestire la delicatezza dei casi di violenza, liberando tutti gli operatori lungo la catena di pregiudizi e stereotipi che possono inficiare l’azione di prevenzione e di intervento: le linee guida previste dalla legge cosiddetta “Codice Rosso” del 2019, rafforzata nel 2023 proprio dal governo Meloni, non sono mai state emanate. Che paradosso: la filosofia dell’esecutivo si basa sul concetto di famiglia, ma le sue colonne portanti non hanno adeguate garanzie di sicurezza. Si potrebbe credere che si tratti di un’idea patriarcale di famiglia, ma non lo vogliamo credere: per quanto distanti da Meloni, ancora pensiamo che su un tema così cruciale la presidente – al femminile – del Consiglio voglia lasciare un segno.
Per il Forum Disuguaglianze e Diversità
Ordinaria di Diritto costituzionale presso Unitelma Sapienza – Roma
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