SICURI CHE NON CI SERVANO LE FIRME SUL REFERENDUM? da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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SICURI CHE NON CI SERVANO LE FIRME SUL REFERENDUM? da IL FATTO

Sicuri che non ci servano le firme sul referendum?

Massimo Villone  16 Novembre 2025

Il documento conclusivo dell’Assemblea generale della Cgil del 6 novembre dichiara l’appoggio del sindacato alle iniziative volte a contrastare la controriforma Nordio nella campagna referendaria. Ma, a quanto si apprende, la Cgil non si impegnerebbe in una raccolta di firme. Una posizione sostanzialmente condivisa dalle maggiori organizzazioni della sinistra. La ragione sarebbe nella priorità dello sciopero generale del 12 dicembre, e del contrasto alla legge di bilancio. Un impegno concreto sarebbe possibile solo a gennaio, troppo tardi per la scadenza del termine per la raccolta delle 500 mila firme fissato ex legge 352/1970 al 30 di quel mese. Si allontana la prospettiva di costituire un comitato promotore e avviare la raccolta.

Siamo convinti? Non proprio. Il comitato promotore che in Cassazione deposita la richiesta di voto popolare non è assimilabile a una qualunque bocciofila, ma ha una specifica figura giuridica, che in specie lo garantisce nell’accesso alla comunicazione elettorale, e lo individua come potere dello Stato, abilitato persino a giungere in Corte costituzionale (ord. 17/1978, sent. 69/1978). Inoltre, una raccolta di firme online ora potrebbe persino contribuire a un contesto più favorevole per lo sciopero generale, o la legge di bilancio. Il punto è che il centrosinistra non è compatto. Basta leggere il 4 novembre Augusto Barbera sul Foglio, o il 14 Francesco Clementi sul Sole. Inoltre, può esserci la convinzione che il Paese non si mobilita per la magistratura. Ecco quindi la domanda: cosa c’è davvero nelle urne di aprile? Il referendum va letto come elemento di un mosaico più ampio dei magistrati e della schiforma. Ne ho già scritto su queste pagine. Una conferma si trae dai rumors per cui Meloni penserebbe a elezioni anticipate. Si votò il 25.09.2022. Questo porrebbe le urne nella primavera del 2027, posto che probabilmente nemmeno Meloni riuscirebbe a giungere allo scioglimento prima dei 4 anni, 6 mesi e 1 giorno di legislatura necessari per il diritto alla pensione dei parlamentari. Certo, Meloni pensa di trarne vantaggio per sé e per FdI. Ma lo scioglimento anticipato si mostra plausibile anche per la maggioranza nel suo complesso.

La schiforma Nordio arriva per prima al traguardo, e consegna a FI la bandierina di un remake del berlusconismo d’annata. Mentre scorre la campagna referendaria rivedremo il premierato, mai sepolto. Non sarà necessaria un’altra riforma costituzionale, bastando una legge elettorale secondo il Meloni-pensiero, che – da quel che ne sappiamo – passa senza problemi tra le maglie troppo larghe della giurisprudenza costituzionale. Un benefit collaterale è che un referendum abrogativo totale per la legge elettorale è inammissibile, e uno parziale è fortemente limitato dall’eccesso di manipolatività. Questa è la bandierina di FdI. Non è irragionevole collocarla nell’autunno del 2026. Si aggiunge l’autonomia differenziata (Ad). In Regione Lombardia la destra sta lavorando a un’intesa per acquisire di fatto tutta la sanità, in specie territoriale. Punta a una privatizzazione che cancella in ampia misura il Servizio sanitario nazionale. Molte associazioni di società civile si battono per contrastare il disegno in atto. La destra intenderebbe portare in Consiglio dei ministri una bozza di intesa subito dopo il voto regionale del 23 e 24 novembre. Anche qui, il successivo iter ex art. 116 Cost. potrebbe concludersi entro l’autunno 2026. Una tempistica coerente con la risposta di Calderoli a una interrogazione Sarracino e altri (3-02311, 12 novembre, Camera dei deputati). Auspica la definizione “dei negoziati in corso nel più breve tempo possibile, anche attraverso l’adozione preliminare di atti di natura politica”, come i preaccordi del 2018 con il governo Gentiloni. È la bandierina della Lega.

Le opposizioni in parlamento non possono molto. Regole e prassi costruite nell’arco di decenni consentono a una maggioranza compatta di fare quello che vuole. È appunto lo scambio sulle riforme il cemento di una coalizione, per altro verso divisa su tutto. Consente entro il 2026 a ciascun partner di maggioranza di presentare un successo alla propria base elettorale. Basterebbe poi superare la legge di bilancio distribuendo qualche mancetta, per giungere in primavera allo scioglimento anticipato in un Paese già rivoltato come un calzino, secondo la promessa elettorale di Meloni: schiforma della giustizia, premierato di fatto, quasi-federalismo on demand. Il plebiscito che Meloni cerca nel voto popolare la aiuterebbe non poco in vista del 2027. Chi si oppone deve scegliere tra una strategia difensiva di riduzione del danno che anticipa la sconfitta, e una di attacco che propone un progetto politico alternativo. Comitato promotore e raccolta firme sono parte di questa scelta.

Non la separazione delle carriere: il vero cavallo di Troia di Nordio è l’Alta Corte disciplinare

Daniela Mainenti  13 Novembre 2025

Professore Straordinario in Diritto Processuale Penale Comparato

Concentrare la campagna referendaria sulla “separazione delle carriere sì/no” è fuorviante: il quesito dirimente è se accettiamo un giudice disciplinare senza garanzie d’indipendenza

L’asse del referendum confermativo non è, malgrado la retorica da comizio, la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri: quella è una scelta politicamente divisiva ma concettualmente chiara, da anni oggetto di confronto dottrinale e comparato, con argomenti seri su entrambi i fronti; il vero punto critico, quello che può alterare in profondità la fisionomia costituzionale della giurisdizione, è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, perché lì si decide chi, come e con quali garanzie potrà giudicare i magistrati, e dunque quanto fragile o resistente sarà l’indipendenza effettiva dei giudici rispetto al potere politico.

Spostare la giurisdizione disciplinare fuori dal CSM e affidarla a un organo ad hoc non è di per sé un’eresia: in astratto può persino apparire un progresso, se immaginato come giudice terzo, tecnicamente attrezzato, con composizione mista bilanciata, standard motivazionali elevati, pubblicità delle decisioni, parametri chiari di proporzionalità delle sanzioni, controllo di legittimità pieno e mandati non rinnovabili sganciati dai cicli della maggioranza di governo. In questa versione ideale, l’Alta Corte ridurrebbe il sospetto di corporativismo, garantirebbe una giurisprudenza disciplinare coerente, rafforzerebbe la fiducia dei cittadini mostrando che chi sbaglia paga, senza colpire chi decide in scienza e coscienza su terreni sensibili.

Ma il progetto reale si gioca sui dettagli che il dibattito pubblico sta colpevolmente schiacciando sotto la parola d’ordine “separazione”: chi nomina i componenti dell’Alta Corte, con quali maggioranze, con quali filtri, con quali incompatibilità effettive rispetto a partiti, governi, strutture di influenza organizzata; quali sono i meccanismi di astensione e ricusazione, come si evita che la scelta cada su profili organici alle stesse filiere di potere che la giurisdizione deve poter controllare; che rapporto c’è tra Alta Corte e CSM in tema di valutazioni di professionalità, trasferimenti, conferimenti di incarichi direttivi? Perché se le leve organizzative restano condizionate mentre la leva disciplinare viene accentrata in un organo potenzialmente esposto alla maggioranza politica, il combinato disposto può produrre un effetto di pressione sistemica ben più incisivo di qualsiasi slogan sulla “fine delle correnti”.

La domanda che il referendum pone, al di là degli slogan, e che andrebbe chiarita in maniera solare al cittadino votante, è se l’Alta Corte sarà strutturata secondo tre test minimi: indipendenza, efficienza garantita, proporzionalità controllabile.

Indipendenza significa modalità di scelta non monopolizzate dalla maggioranza, partecipazione di più soggetti istituzionali, criteri di merito verificabili, divieti rigorosi di incarichi politici e consulenze sensibili, mandati lunghi ma non rinnovabili, non coincidenti con la legislatura; efficienza garantita significa tempi certi senza sacrificare il contraddittorio, istruttorie tracciabili, udienze tendenzialmente pubbliche, pubblicazione integrale delle decisioni, filtri seri per le denunce temerarie; proporzionalità controllabile significa tipizzazione chiara degli illeciti disciplinari, griglie sanzionatorie trasparenti, possibilità effettiva di sindacare in sede di legittimità l’equilibrio tra fatti accertati e sanzione irrogata, in modo che nessun giudice venga colpito per la sostanza delle sue decisioni e nessun comportamento gravemente lesivo resti coperto da opacità o indulgenza selettiva.

Se questi tre test non sono soddisfatti nella concreta architettura dell’Alta Corte, il rischio non è teorico: la funzione disciplinare diventa un luogo di torsione istituzionale dove la politica può premiare e punire, dove i casi simbolici vengono usati come messaggi al corpo giudiziario, dove l’indipendenza si logora non con un editto, ma con la minaccia sottile di un procedimento che può colpire chi tocca nervi scoperti del sistema.

È per questo che concentrare la campagna referendaria sulla formula “separazione delle carriere sì/no” è una semplificazione comoda e fuorviante: si può essere favorevoli o contrari alla separazione per ragioni serie, ma il quesito davvero dirimente, per chi ha a cuore lo Stato di diritto, è se accettiamo di introdurre un giudice disciplinare di vertice senza blindare fino in fondo le sue condizioni di indipendenza. Nel voto referendario non si misurerà solo l’assetto organizzativo della magistratura, si misurerà la capacità dei cittadini di riconoscere che il vero snodo non è dove il dibattito urla, ma dove il silenzio agisce e in silenzio si decide a chi si consegnerà la chiave che può aprire o chiudere lo spazio di libertà della giurisdizione.

Ad oggi il legislatore ha lasciato questo spazio assai opaco e fumoso. Occorrerà, al contrario, averlo spiegato ben chiaro prima di votare.

Il progetto di Licio Gelli era vanificare la democrazia

Adriano Sansa  15 Novembre 2025

La Loggia P2 era oscura e corruttrice. È credibile che qualcuno dei suoi progetti fosse indirizzato al bene comune? Oppure tutto tendeva a consumare dall’interno le istituzioni, per asservirle a un sistema di potere invisibile capace di vanificare la democrazia? Ora si capisce che i più giovani possano non avere presente il contesto di quegli anni drammatici e la vicenda del ritrovamento di quell’elenco, penoso e pauroso insieme. Ma poiché siamo un Paese dall’età media elevata, bisogna pensare che la maggior parte di noi ricordi e sappia. Alla loggia P2 erano iscritti esponenti di tutti i poteri dello Stato e vari personaggi di ogni settore della vita nazionale, accomunati da un disegno eversivo, pericoloso e vergognoso. Alcuni dei vertici dei corpi armati confermavano la complessità e le profonde diramazioni del disegno. Non tutto si è potuto chiarire, ma ciò che è emerso, anche a proposito del suo ruolo nella macchinazione delle stragi, basta a dire che la P2 fu un tradimento delle istituzioni della Repubblica.

Nei piani scoperti dai magistrati milanesi era prevista anche la separazione delle carriere, quella stessa sulla quale ora si dovranno pronunciare gli italiani. Mi domando, e domando ai miei concittadini: come potete, come avete potuto così spesso dimenticare che si sta realizzando ora un risultato cui mirava una ramificata banda di corrotti, corruttori, traditori e delinquenti?

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