MELONI, NORDIO E IL LEONE SOTTO IL TRONO (TIPO USA) da IL FATTO e VOLERELALUNA
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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MELONI, NORDIO E IL LEONE SOTTO IL TRONO (TIPO USA) da IL FATTO e VOLERELALUNA

Meloni, Nordio e il leone sotto il trono (tipo Usa)

Domenico Gallo  23 Gennaio 2026

La riscrittura del titolo IV della Costituzione con la legge costituzionale Nordio-Meloni, appare un’operazione di ingegneria istituzionale astrusa e priva di senso se – come sostengono i cantori del sì – l’effetto finale non va a incidere sull’autonomia e indipendenza del potere giudiziario. Che senso avrebbe, infatti, modificare un capitolo della Costituzione che istituisce le garanzie di indipendenza della giurisdizione, se l’effetto finale rimanesse identico? Indubbiamente non è stato modificato l’art. 104 laddove recita che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Quello che cambia è il percorso attuativo di questo principio, che non può essere messo in discussione perché attiene all’essenza stessa dello Stato di diritto.

Questo percorso è stato radicalmente modificato con una serie di meccanismi di ingegneria costituzionale: spezzare in tre il Csm, indebolire la componente togata mediante il sorteggio, escludere il ricorso per Cassazione contro le sentenze disciplinari. L’effetto combinato di tutte queste alchimie costituzionali non può che essere quello di svuotare di contenuto la garanzia dell’indipendenza. A questo punto bisogna chiedersi qual è il modello di giustizia a cui aspirano i riformatori meloniani. Meloni, Nordio e Mantovano sono stati molto chiari su ciò che si aspettano dalla riforma. Ce lo spiega, con la consueta acutezza, il ministro della Giustizia Nordio nel suo libro Una nuova giustizia dove indica l’obiettivo della sua riforma costituzionale: ridurre “l’invadenza” della magistratura e garantire “libertà di azione” alla politica, per rendere l’Italia una Repubblica non più “condizionata dal Terzo Potere”. Si tratta di una concezione premoderna, tornata d’attualità, che fu formulata quattro secoli fa dal filosofo inglese Francis Bacon, secondo il quale “i giudici devono essere leoni, ma leoni sotto il trono”. In altre parole, l’esercizio della funzione giudiziaria deve essere subordinato all’esercizio del potere politico sovrano. Non v’è dubbio che il modello di giudice, leone sotto il trono, è quello a cui mira la riforma. I leoni sotto il trono sono feroci verso chi è sgradito al Sovrano ma all’occorrenza si trasformano in cagnolini quando si trovano di fronte agli abusi del Sovrano o della sua Corte.

Le misure dell’ennesimo pacchetto Sicurezza che il governo Meloni si appresta a varare, lasciano intendere la volontà del Sovrano di scagliare i leoni contro le proteste di strada, la microcriminalità degli emarginati, il soccorso in mare dei migranti, mentre le misure preannunciate da Nordio in tema di uso del trojan nelle intercettazioni e in materia di prescrizione, lasciano intendere la volontà di mettere il guinzaglio ai leoni a tutela della classe dei colletti bianchi. Naturalmente per ottenere questo risultato occorre prima garantirsi che i leoni tornino sotto il trono come avveniva durante il fascismo, di qui l’urgenza della riforma. Questa concezione della giustizia è praticata in molti paesi, però, data la vicinanza politica della Meloni al presidente degli Stati Uniti è alla giustizia modello Trump che dobbiamo guardare per capire come funzionerebbe la giustizia in Italia.

Pochi hanno rimarcato che Maduro è stato prelevato da agenti del Fbi sulla base di un ordine di cattura emesso dal Dipartimento di Giustizia ed è attualmente sottoposto a giudizio innanzi alla Corte distrettuale del Southern District di New York in quanto il Dipartimento di Stato ha dichiarato che Maduro non gode dell’immunità prevista dal diritto internazionale per i Capi di Stato. A differenza che in Italia, le Corti federali americane tendono a uniformarsi sempre alle decisioni o agli indirizzi del governo. Trump si è servito della condiscendenza della magistratura americana per rivestire di una patina di legalità l’atto di brutalità compiuto mediante il sequestro di un capo di Stato straniero. In questo caso il governo e la magistratura hanno remato nella stessa direzione, come auspica la Meloni.

Quando la condiscendenza non è sufficiente, Trump agisce direttamente sulla magistratura per proteggere le violenze dei suoi pretoriani dai rigori della legge. Non è un caso se negli Stati Uniti almeno sei procuratori federali dell’ufficio del Minnesota si sono dimessi perché impediti dal Dipartimento di Giustizia di indagare sull’agente dell’Ice, Jonathan Ross, che ha sparato e ucciso la poetessa Renee Good. In Italia finora nessuno può impedire che i magistrati indaghino sulle violenze commesse da forze di polizia. Al referendum siamo chiamati a scegliere quale modello di giustizia vogliamo: una giustizia indipendente dalla politica, come prefigurata dalla nostra Costituzione, o preferiamo una giustizia accucciata sotto il trono secondo il modello americano?

La leggenda della politicizzazione dei giudici

Livio Pepino  23-01-2026 

Uno degli “argomenti” della campagna elettorale dei sostenitori del SÌ nel prossimo referendum è quello della necessità di estirpare l’impropria politicizzazione di pubblici ministeri e giudici, veicolata dalle correnti. È un tema di cui sento parlare sin da quando entrai in magistratura nel lontano 1970 e, da allora, è una sorta di mantra, condiviso a destra e a sinistra (seppur con diversa accentuazione). Si tratta peraltro, a ben guardare, di una leggenda metropolitana priva di fondamento. Ciononostante resta uno dei cavalli di battaglia degli artefici della “riforma” costituzionale della giustizia e occorre, dunque, affrontarlo.

Sembrerà, a molti, un paradosso, ma la realtà è che l’attuale magistratura – quella che opera ogni giorno nel nostro Paese – è, a differenza di quanto comunemente si afferma, la meno politicizzata della nostra storia nazionale dall’Unità in poi. Oggi i prestiti di magistrati alla politica attiva sono, nel nostro Paese, esigui (e – tra l’altro – tutti, o quasi, nelle fila di quella destra che si straccia le vesti per la supposta politicizzazione di pubblici ministeri e giudici: basti citare il caso del potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, tuttora magistrato in aspettativa). Tutt’altra era la situazione nel bel tempo antico, impropriamente evocato dai critici dell’attuale sistema. In epoca liberale la magistratura era un’articolazione della classe politica di governo tout court: la maggior parte degli alti magistrati era di nomina governativa e spesso di estrazione direttamente politica e frequenti erano i passaggi dall’ordine giudiziario al Parlamento e al Governo, al punto che, fra il 1861 e il 1900, metà dei ministri della giustizia (17 su 34) e dei relativi sottosegretari (11 su 21) proveniva dai ranghi della magistratura. La situazione restò inalterata nel ventennio fascista (con l’8% dei senatori reclutato tra le fila della magistratura), allorché – non inganni la retorica del dopo – la commistione tra magistratura e regime fu pressoché totale: e ciò per spontaneo adeguamento, oltre che per obbligo di iscrizione al partito (e per il rilievo preferenziale ai fini dell’avanzamento in carriera accordato finanche a un titolo giuridico come la partecipazione alla marcia su Roma…), tanto da consentire al guardasigilli Alfredo Rocco di affermare solennemente, già nel 1929, che «lo spirito del Fascismo (era) entrato nella magistratura più rapidamente che in ogni altra categoria di funzionari e di professionisti».

Ma – si dice – è un fatto che oggi la magistratura è divisa in articolazioni (le famigerate correnti) ciascuna delle quali trova in una parte della politica e della società i propri riferimenti e, in ogni caso, indipendentemente da iscrizioni o adesioni formali, giudici e pubblici ministeri si dimostrano sempre più di sinistra. Anche qui si tratta di affermazioni a dir poco curiose. Che la magistratura italiana abbia una solida tradizione associativa e comprenda una pluralità di componenti (o correnti), costituitesi negli anni sulla base di diverse concezioni del proprio ruolo e delle politiche della giustizia, è un fatto. Ma è davvero difficile cogliere il nesso tra tale articolazione e la (asserita) politicizzazione della magistratura. Il riferimento delle correnti a questa o quella forza politica è, in realtà, smentito dagli stessi osservatori che la denunciano, i quali, con singolare contraddizione, definiscono l’Associazione nazionale magistrati (costretta – vale la pena ricordarlo – all’autoscioglimento dal regime fascista e rinata solo dopo la Liberazione) non già una propaggine servile e rissosa della politica (come si converrebbe alla somma di correnti facenti capo a partiti contrapposti) ma – per usare una delle tante descrizioni ad essa riservate – «una vociante controparte del mondo politico». E, soprattutto, ciò è smentito dai fatti. Ci sono stati (e ancora ci sono, soprattutto, come si è detto, nel campo conservatore) magistrati subalterni o collaterali a forze o partiti politici: soprattutto – paradosso della storia! – tra quelli che deplorano la “politicizzazione” della categoria. Ma non è una caratteristica diffusa della magistratura associata. Valga per tutti – parlo della realtà che meglio conosco – il caso di Magistratura democratica, la cui collocazione (dichiarata e trasparente) nella cultura progressista, lungi dal produrre fenomeni di subalternità o di fiancheggiamento, è stata stimolo per una più rigorosa autonomia, al punto che la storia del gruppo è stata ed è, nel rapporto con le organizzazioni politiche della sinistra (asseritamente ad essa collaterali), una storia di scontri assai più che di convergenze.

Quanto poi, alla contestata collocazione a sinistra di gran parte della magistratura, l’affermazione non può che provocare l’ilarità di chiunque frequenti le aule giudiziarie o consulti gli esiti delle elezioni per gli organismi direttivi dell’Associazione nazionale magistrati… Ma – quel che più rileva – l’affermazione è smentita dalle cronache giudiziarie e dai repertori della giurisprudenza in cui si vedono iniziative e orientamenti assai diversificati e dove le interpretazioni innovative e garantiste non sono certamente maggioritarie.

Eppure la questione della politicizzazione (ovviamente a sinistra) continua ad essere evocata, proclamata e brandita come un’arma dai critici della magistratura e delle sue decisioni. C’è una ragione: quella di rendere accetta una critica all’attuale assetto dell’ordine giudiziario altrimenti insostenibile. Politicizzazione della magistratura è il nome dato – per screditarli – all’indipendenza e al pluralismo interno, che consentono decisioni (non così frequenti, ma tuttavia esistenti) sgradite al potere politico e, più in generale, all’establishment. Si dice “magistratura politicizzata” e si intende, in realtà, la magistratura composta da tanti “piccoli” giudici o pubblici ministeri soggetti soltanto alla legge e in grado di resistere – se lo vogliono – ai condizionamenti dei centri di potere interni o esterni all’ordine giudiziario (i dirigenti degli uffici, l’alta magistratura, il ministro della giustizia e via elencando). È questa magistratura che, con la riforma oggi sottoposta a referendum, e seguendo un copione risalente, si vorrebbe trasformare, riportandola al modello antico, scardinato dalla Costituzione del 1948.

Nel sistema dello Statuto albertino, rimasto in vigore per un intero secolo fino all’avvento della Repubblica, infatti, l’ordine giudiziario era una semplice articolazione della pubblica amministrazione, una sua appendice, al cui vertice erano posti il Re e il suo Ministro della giustizia, ed era, dunque, impensabile un controllo giudiziario su eventuali deviazioni o corruzioni del Governo e del suo entourageNella Costituzione repubblicana è cambiato tutto: i magistrati hanno, ciascuno singolarmente considerato, la pienezza del potere giudiziario, che non discende da una delega del sovrano. Nel suo impianto la sfera della politica si amplia, affiancando ai segmenti classici (partiti, Parlamento, Governo etc.) altri elementi tra cui la giurisdizione: non per virtuosismi di ingegneria istituzionale ma per la convinzione – tratta dalle dure lezioni delle storia – che il giusto e il politicamente utile non sempre coincidono. È questa (possibile) dicotomia che fonda e sostiene il disegno di un potere diviso, comprensivo di istituzioni e autorità indipendenti, garanti (almeno potenzialmente) del rispetto delle regole da parte di tutti (e, dunque, anche della politica e dei soggetti pubblici). Inevitabilmente in un modello di questo tipo – fondato sul bilanciamento di pesi contrappesi – la giurisdizione è esposta a situazioni di conflitto, più o meno aspre e frequenti, con gli altri poteri e istituzioni. È questo che è ritenuto intollerabile dalla destra di governo e che si vuole cancellare con l’attuale riforma.

Ma, in una prospettiva democratica, ciò che nuoce alla giurisdizione non è l’indipendenza e il pluralismo della magistratura. Sono, al contrario, i collegamenti impropri tra alcuni magistrati e forze politiche di governo, che, invece, sono sempre più stretti anche in termini palesi e riguardano non già la “politica delle idee” ma la “politica del potere”. Qui non c’entrano – o c’entrano in misura ridotta – le correnti della magistratura e la asserita politicizzazione: c’entra il rapporto fiduciario che determina la chiamata nel governo o l’occupazione degli uffici del Ministero della giustizia da parte di singoli giudici o pubblici ministeri scelti ad personam in base a fedeltà politica assai più che a capacità tecniche. Ma questo deleterio malcostume è proprio quello che i critici della “politicizzazione” si guardano bene dal mettere al bando (e, anzi, continuano a praticare) e che resterebbe intatto se la riforma fosse confermata dal referendum.

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