IMPERIALISMO DIGITALE E MILITARE, COSÌ BIG TECH DOMINA LO STATO da IL FATTO
Imperialismo digitale e militare, così Big Tech domina lo Stato
Dario Di Conzo 16 Febbraio 2026
Gli apparati pubblici dipendono dalle infrastrutture private per sorveglianza, analisi e intervento. Un ecosistema ormai sempre più intrecciato alla guerra
Nel fine settimana appena trascorso, la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ha riacceso i riflettori su riarmo europeo, guerra in Ucraina e rinegoziazione delle relazioni transatlantiche. Se sul fronte immediato la Russia è il bersaglio esplicito, sullo sfondo si impone la sfida sistemica posta dalla Cina. È in questo scenario che si colloca “Imperialismo digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA” (Laterza), di Dario Guarascio. Non un saggio tradizionale di geopolitica, ma un’analisi raffinata del paradigma digitale come forma storica del capitalismo contemporaneo.
La ridefinizione dei rapporti di forza globali prende oggi forma nell’intreccio strutturale tra economia digitale e corsa alla superiorità tecnologico-militare. La competizione sui mercati e il dominio delle catene del valore si saldano all’accesso alle infrastrutture critiche, al controllo dei dati, allo sviluppo dell’intelligenza artificiale (IA) e alla capacità di integrare queste tecnologie negli apparati bellici. Il digitale è analizzato come paradigma storico-tecnologico che permea produzione, consumo, lavoro e comunicazione, nato fin dall’origine dentro una dialettica costante tra applicazioni civili e militari.
La promessa originaria di emancipazione, disintermediazione e democratizzazione associata a Internet viene così riletta alla luce della sua genesi storica e del ruolo strutturale svolto dallo Stato. Il lavoro, lungi dall’essere liberato, si fa più frammentato, sorvegliato e gerarchizzato, mentre gli apparati pubblici diventano sempre più dipendenti da infrastrutture private per perseguire obiettivi civili e bellici. Su queste basi prende forma uno dei concetti centrali del libro: il complesso militare-digitale. Un’evoluzione del classico complesso militare-industriale, in cui le Big Tech diventano fornitori indispensabili della capacità statale di sorveglianza e difesa. Alphabet, Microsoft, Amazon, Palantir sono ormai stabilmente integrate nei circuiti delle commesse pubbliche. Il cloud militare, i sistemi di supporto decisionale basati sull’IA e l’analisi dei big data costituiscono infatti competenze strategiche essenziali nella competizione tra grandi potenze.
Riarmo ed espansione del complesso militare-digitale non sono tuttavia processi esclusivamente occidentali. Al quadro statunitense fa da contraltare l’analisi dell’emergente complesso militare-digitale cinese. L’ascesa tecnologica della Cina viene ricostruita come il risultato di una strategia fondata su apertura selettiva ai mercati globali, intervento statale e pianificazione industriale, che in poche decadi ha ridotto il divario in settori chiave come semiconduttori, telecomunicazioni, IA e robotica. Le Big Tech cinesi non sono una replica autoritaria del modello occidentale, ma si inseriscono in un assetto istituzionale differente, in cui il Partito-Stato conserva un ruolo centrale nella direzione strategica dello sviluppo tecnologico. Eppure, il rapporto tra Partito e Big Tech è attraversato da tensioni e contraddizioni. Da un lato, la stretta regolatoria del 2020 sulle grandi imprese digitali cinesi, Alibaba e Tencent su tutte, ha riaffermato la subordinazione dell’economia agli obiettivi strategici del Partito. Dall’altro, la dotazione tecnologica di queste imprese, in particolare sull’IA, crea una peculiare mutua dipendenza tra potere politico e capitale digitale anche nella Repubblica Popolare. In questa prospettiva si collocano l’intensificazione della fusione civile-militare e l’impennata della spesa per la difesa cinese. Le commesse e i legami sempre più stretti tra Baidu, Alibaba, Tencent (BAT), Huawei e l’apparato mostrano un complesso militare-digitale ormai pienamente operativo. Il quadro finale è quello di due modelli di imperialismo digitale, simmetrici nella logica ma diversi negli assetti istituzionali. In entrambi i casi, sicurezza nazionale e accumulazione tecnologica si saldano trasformando le piattaforme in infrastrutture di potenza.
Nelle conclusioni, Guarascio allarga lo sguardo all’Europa, intrappolata in una postura prevalentemente regolatoria e priva di autonomia tecnologica, e alle conseguenze sociali della concentrazione digitale: aumento delle diseguaglianze, svuotamento della democrazia, ridefinizione dei conflitti. Imperialismo digitale è un libro eccezionalmente utile, in grado di tenere insieme divulgazione e rigore scientifico.
Il quadro che disegna è cupo, ma è quello del nostro presente: un’economia digitale sempre più intrecciata alla guerra mentre le nubi si addensano sul disordine globale.
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