IL BOARD OF PEACE È LA NUOVA FACCIA DELL’OCCUPAZIONE da IL MANIFESTO e IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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IL BOARD OF PEACE È LA NUOVA FACCIA DELL’OCCUPAZIONE da IL MANIFESTO e IL FATTO


Il Board of Peace è la nuova faccia dell’occupazione

Lina Ghassan Abu Zayed  24/01/2026

Palestina Gaza conosce già le conseguenze del piano Trump: tramutarla in un «non-luogo» e consolidare i risultati dell’offensiva israeliana. Quella mappa non è altro che un business plan costruito su un genocidio: il sangue e la memoria sono visti come ostacoli da rimuovere, non come realtà da riconoscere

Quella che viene definita la «seconda fase» a Gaza non è una strada verso la pace. È una forma di controllo. Mentre la guerra continua, il blocco rimane e la popolazione vive nella paura costante, il futuro di Gaza viene discusso in termini di amministrazione e governance, non di diritti e giustizia.

L’annuncio di un Board of Peace guidato da personalità del mondo della finanza, direttamente collegate al presidente degli Stati uniti Donald Trump, non è stato accolto a Gaza come un’iniziativa diplomatica. È interpretato come un serio avvertimento: la Striscia sarà gestita come un’entità separata dalla sua popolazione, come se fosse un progetto che richiede un’amministrazione esterna piuttosto che una comunità che ha diritto alla libertà.

Una moderna governance di tipo coloniale, che impone il controllo sia sul territorio che sulla popolazione con il pretesto della «ricostruzione» e della «stabilità», mentre i suoi abitanti sono esclusi da qualsiasi processo decisionale.

UNO DEGLI ASPETTI più pericolosi della fase 2 è la cosiddetta «linea gialla». Una linea non ufficiale né visibile, ma fortemente presente nella vita quotidiana, che dà vita a confini rigidi dentro Gaza. Avvicinarsi può significare la morte. A volte, anche starle lontani non garantisce la sicurezza: il controllo militare israeliano è del tutto arbitrario. Questa linea riflette una politica continua di espansione degli insediamenti e delle zone cuscinetto, trasformando ogni metro aggiunto all’area proibita in uno spazio in cui il destino delle persone è deciso con la forza, non la legge.

Un pescatore mi ha espresso in poche parole questa dura realtà: «Il mare è nostro solo sulla carta, mentre la terra è loro grazie alle pallottole». Una semplice affermazione che coglie un sentimento collettivo: le nostre vite sono gestite dall’esterno e la libertà di movimento è diventata uno strumento di contrattazione.

Oggi Gaza non solo è sotto assedio, ma è anche sottoposta a una ridefinizione forzata: dove è permesso camminare e dove è vietato vivere. Che tipo di pace può nascere dall’espansione delle zone di uccisione e dalla gestione della vita quotidiana attraverso linee gialle? E quale tipo di governo può essere legittimo quando le persone vengono uccise semplicemente per essersi avvicinate a confini che non hanno scelto?

PER NOI PALESTINESI linee gialle e «consigli di amministrazione» sono realtà quotidiane. «Se vogliono gestire Gaza, allora noi cosa siamo? I loro dipendenti?», sbotta un conoscente, riassumendo il senso collettivo di esclusione dal proprio futuro e il duplice pericolo del blocco militare e del controllo amministrativo.

La «seconda fase» non significa ricostruzione postbellica, ma consolidamento dei risultati della guerra, che trasforma Gaza da una città viva a uno spazio governato dall’esterno. Qualsiasi nuova amministrazione, qualsiasi consiglio di pace, qualsiasi comitato finanziario non ricostruisce, ma genera meccanismi di controllo sugli spazi e la sua popolazione.

Il colonialismo moderno, in tal senso, può operare senza eserciti permanenti, senza occupazione visibile, ma attraverso confini imposti, piani amministrativi e decisioni economiche e politiche: usa il potere imposto «legalmente» e militarmente per controllare il territorio, far rispettare confini inventati e imporre un futuro estraneo, privando le persone di qualsiasi voce in capitolo su ciò che accade loro.

GUARDATE LA MAPPA presentata a Davos dagli Stati uniti per la ricostruzione. La pianificazione delle aree è stata fatta come se fossero completamente vuote, senza alcuna considerazione per le città e i villaggi da cui le persone provengono o per i legami sociali che si sono formati nel corso delle generazioni. I diritti di proprietà e le storie personali sono completamente ignorati e le persone sono collocate in luoghi casuali, inesistenti, come se le comunità stesse non fossero mai esistite.

E poi, le macerie e il totale disprezzo per ciò che le rovine nascondono agli occhi: nel master plan Usa migliaia di corpi sepolti sotto di esse non esistono. La storia, il dolore e la perdita di vite umane vengono completamente ignorati, come fossimo semplici numeri che possono essere spostati e collocati qui o là. Conosco persone che si sono rifiutate di lasciare le loro case distrutte, nonostante il grande pericolo, semplicemente perché non vogliono lasciare i corpi dei loro figli da soli sotto le macerie.

Quella mappa non è altro che un business plan costruito su un genocidio: il sangue e la memoria sono visti semplicemente come ostacoli da rimuovere, non come realtà da riconoscere. La ricostruzione non mira a restituire dignità o diritti alle persone, ma a ridistribuire la terra secondo determinati interessi.

LA SECONDA FASE, così come la vivono i palestinesi di Gaza, è una vera e propria prova di resistenza umana e di resilienza della comunità di fronte al colonialismo moderno mascherato da amministrazione del presente. Non chiediamo miracoli. Chiediamo solo che il nostro futuro non venga deciso senza di noi e che la «pace» non venga usata come copertura per riprodurre l’ennesima forma di controllo.

Gaza non ha bisogno di una nuova gestione; ha bisogno di una fine vera della guerra e dell’occupazione, di una cessazione della politica di uccisione ai confini e di un semplice e chiaro riconoscimento: chi ha subito e subisce il crimine è l’unico a possedere il diritto a determinare il proprio futuro.


La mappa che cancella Gaza: non una comunità ma un «hub»

Chiara Cruciati  23/01/2026

Palestina Nella mappa di Kushner, il territorio è diviso in «zone» agricole, industriali e residenziali tracciate con il righello. Come non fosse mai esistito niente. Nessun accenno alla rimozione delle macerie che nascondono i corpi dei dispersi

Il master plan presentato a Davos

La mappa della «nuova Gaza» disegnata dall’amministrazione Trump è apparsa fugacemente alle spalle di Jared Kushner, una slide tra le tante fatte girare dal genero del presidente durante il lancio del Board of Peace a Davos. Quadrati colorati e confini tracciati con il righello, abitudine dura a morire in Occidente: il verde dei «campi agricoli» e delle «infrastrutture sportive» si alterna ai rettangoli gialli delle zone residenziali» e a quelli marroni delle «aree industriali».

UNA STRISCIA fucsia corre sul lungomare: sarà la principale direttrice per spostarsi da nord a sud, dove gli Stati uniti pensano di ammassare il porto (togliendolo quindi dalla sua storica posizione, a Gaza City), l’aeroporto e la stazione ferroviaria. Spunta un triangolino arancione: è il valico di Rafah, unica porta verso il mondo fuori.

Non ha niente di naturale, la nuova Gaza: la suddivisione degli spazi, geometrica, lineare, precisa al millimetro, incapace di contenere due milioni e 300mila persone o di rispettarne la provenienza e i diritti di proprietà, svela una ricostruzione che nulla ha a che fare con una comunità vera, tanto meno con l’urbanistica tipica delle città arabe.

Non importa: non spetta ai palestinesi decidere. Il master plan di Kushner intende trasformare l’enclave in un «hub economico regionale» entro il 2035. (disclaimer: Gaza è stata per secoli «un hub regionale», prima della Nakba e della sua trasformazione in un enorme e prigioniero campo profughi, privato di ogni tipo di collegamento con il mondo e di risorsa naturale).

Il piano – un affare da 112 miliardi di dollari – prevede sei fasi temporali, da sud a nord, da Rafah a Gaza City, passando per Khan Younis e i campi profughi. Esempio: la «nuova Rafah», 100mila unità abitative, 200 scuole, 180 tra moschee e chiese, 75 cliniche, e un piano urbanistico che sembra una spirale e che a chiunque abbia visitato la Palestina non può che ricordare una colonia israeliana in Cisgiordania.

LA COSTA sarà dedicata al turismo con 180 grattacieli a fare da alberghi, residenze per ricchi, giardini verticali (eccoli nelle slide, perché immaginare quando c’è l’intelligenza artificiale?) mentre le zone agricole e industriali daranno lavoro a mezzo milione di persone.

Nessun accenno alla rimozione delle macerie (quanto costa, quanto tempo ci vuole): 68 milioni di tonnellate che non schiacciano solo i ricordi di una vita, ma corpi. Quelli di migliaia di palestinesi dispersi e mai ritrovati. Cancellati, come l’anima di Gaza.

ANDREA BARABINO  24/01/2026

Riviera Gaza: il tycoon sogna la nuova Miami Gli Usa e i vari investitori al seguito hanno appena sottratto ai palestinesi di Gaza un’enorme distesa di terra. Senza pagare nulla, se non attraverso i costi sostenuti dai contribuenti americani e, di riflesso, europei: le armi necessarie a demolire infrastrutture e resistenza. Su questo terreno edificabile a costo zero, questi privati potranno contare anche su manodopera a prezzo irrisorio, fornita da una popolazione che sta morendo di fame, insieme alla solita schiera di lavoratori indiani, bangladesi, pakistani e altri, usati come massa di schiavi per le follie immobiliari. Un ultimo punto mi fa ancora più rabbia: guardando le immagini dei grattacieli sul futuro lungomare di Gaza e il master plan mostrato con enfasi a Davos, ripenso ai miei studi di Architettura e al rispetto del genius loci, lo spirito del luogo. Gaza è uno snodo millenario, con cultura e architetture locali, un intreccio di storie e popoli. E invece le slide mostrano grattacieli senz’anima: potrebbe essere Dubai o Miami, prodotti finanziari per rapaci investitori. Un grande problema degli Usa è l’ignoranza del mondo e l’idea che tutto debba finire per assomigliargli. Yankee go home!

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