COSÌ È FINITA AD ANKARA L’ALLEANZA ATLANTICA. I 3 ERRORI STRATEGICI DEL SUMMIT da IL FATTO
Così è finita ad Ankara l’Alleanza Atlantica. I tre errori strategici del summit
Fabio Mini 11 Luglio 2026
Esaurita la sua spinta propulsiva (combattere l’Urss), la Nato si mette in pericolo in Ucraina e vagheggia la guerra
Non c’era modo più meschino e banale di quello scelto dal vertice di Ankara per sancire la fine di un’alleanza che si autodefinisce storica, solida, capace di salvaguardare la pace e il primato dei valori occidentali. Da come è finita la Nato, sorge il dubbio legittimo che sia mai stata ciò che pretendeva di essere. Se è vero che una fine onorevole, se non proprio eroica, può emendare una vita miserabile, una fine miserabile cancella anche il passato onorevole. La fine onorevole della Nato si era presentata trent’anni fa, se si fosse sciolta con la fine della sua funzione. Quella conclusione avrebbe fatto dimenticare che in realtà la Nato non era mai stata né il luogo né lo strumento della difesa dei valori occidentali. La guerra globale che si voleva esorcizzare con il trattato del 1949 era stata evitata perché gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica avevano imposto ai rispettivi alleati un regime di sudditanza assoluta. Per 50 anni, la guerra non era mai stata evitata o cancellata, era stata usata e abusata fino al punto da renderla non solo inutile ma controproducente. Per tutti. Il costo della guerra sarebbe stato insostenibile per gli stessi Stati Uniti, che intendevano sottrarre il proprio territorio alla minaccia nucleare spostandola all’Europa dove le bombe nucleari erano “tattiche” per loro e strategiche ed esistenziali per noi. L’Europa era il loro campo di battaglia e gli europei erano spendibili. Nessuno s’illudeva che gli Stati Uniti avrebbero rischiato una catastrofe nucleare in America per salvare un qualsiasi Paese europeo.
Trent’anni fa, la Nato preferì sostenere il costo della preparazione per la guerra nel suo formato di deterrenza. Sembrava sostenibile anche in assenza di un nemico o di una vera idea o ideologia alla quale contrapporsi. Era sostenibile per gli Stati Uniti che dagli anni Settanta in poi prosperavano sulle risorse altrui. Non fu sostenibile per l’Unione Sovietica, che da impero anomalo non viveva delle risorse dei sudditi ma si svenava per mantenerli. E nemmeno tanto bene. Nei primi cinquant’anni la Nato e il Patto di Varsavia erano stati funzionali alla sicurezza degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica e la coesione interna di entrambi i blocchi era garantita non dalla sovranità, ma dalla servitù. Negli ultimi trent’anni, la Nato è sopravvissuta grazie al potere di seduzione, conquista e ricatto degli Stati Uniti mantenendo l’unità con la stessa convinta servitù.
Ad Ankara, come lo scorso anno a Londra, si è consumato un rito d’ipocrisia. Il primo giorno è stato dedicato alle armi: promesse, impegni incredibili, miliardi inesistenti e soprattutto capacità produttive inesistenti. Il presidente ucraino ha presenziato più come trafficante di armi che capo di Stato. Si è proposto di fabbricare su licenza tutte le armi occidentali proprio mentre la Russia gli asfaltava quel poco rimasto dell’industria bellica. Gli aerei di nuova generazione e i Patriot di quella vecchia saranno prodotti nei garage e nelle cantine. Come gli attuali droni che i volenterosi della pace gli mandano da assemblare. Per posta, non raccomandata, senza ricevuta di ritorno. Un metodo sicuro fino a qualche settimana fa, quando i russi si sono messi a bombardare anche i magazzini del presunto Servizio postale privato.
Il Segretario generale della Nato si è presentato nella sua veste migliore di piazzista per conto degli Stati Uniti ben contenti di lasciare che l’Europa si impoverisca riarmandosi con le armi americane. La seconda giornata riservata ai soli capi nazionali e agli osservatori autorizzati come la Corea del Sud, ma non l’Ucraina, si è conclusa con il nihil novo. Sei mesi di colloqui, compromessi, sforzi inutili per raggiungere il consenso e poi il parto cesareo di un identico comunicato stringato, insussistente, banale e autocelebrativo senza nessun merito. Sei paragrafi di cui due di convenevoli e uno di pistolotto sulla modernizzazione dell’alleanza. Tre i concetti che vengono ribaditi: 1. La Russia è una minaccia a lungo termine. 2. L’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica; 3. L’Iran non può avere né armi né progetti nucleari e deve aprire lo Stretto di Hormuz. Il tutto con un solo approccio, i soldi, un solo metodo, dichiarare quanto già dichiarato che equivale a non dichiarare niente, un solo stimolo: capire cosa vuole Trump fintanto che c’è.
Sul primo punto è emerso in modo chiaro che ciò che a Londra appariva come un’apertura verso Mosca era irrazionale e perfino stupido: se la minaccia era a lungo termine non aveva senso parlare di riarmo immediato. C’era tempo per negoziare. Ma non era questa l’intenzione e ad Ankara gli Usa di Trump e la Nato di Rutte e soci hanno trasformato il lapsus in prerequisito che giustifica la lunga preparazione per la guerra. Tanto lunga da consentire di trovare i soldi, reperire le materie prime (inclusi i chip cinesi), potenziare le fabbriche, allestire le forze per l’attacco preventivo, mantenere il territorio conquistato (l’Ucraina e non solo) e contenere la risposta russa. In sostanza, un impegno ventennale soggetto alla condizione che la Russia se ne stia ferma ad aspettare. Gli autoimbambolati dalla loro stessa propaganda non si rendono conto della realtà. La Russia ha già dichiarato la fine dell’operazione militare speciale e l’inizio della guerra. Ha già individuato il nemico e iniziato le operazioni militari per neutralizzarlo: agli attacchi occidentali con sassate ucraine e mani Nato contro le proprie retrovie sta rispondendo con attacchi alle loro retrovie. Cioè Ucraina occidentale, Paesi Nato e Ue, cioè noi. Il tempo lungo è già scaduto.
Viene il sospetto che, in realtà, Nato ed Europa non si preparino a difendere l’Ucraina, ma a gestire la sua capitolazione. Un sospetto rafforzato dalla prevalenza dei discorsi sui soldi (i debiti) piuttosto che sulle reali capacità operative e la vera situazione sul terreno. Ma ulteriormente confermato dal secondo punto della dichiarazione “l’Ucraina contribuisce alla sicurezza transatlantica”. Non è affatto vero, ma se lo fosse riproporrebbe il dilemma di sempre: la sicurezza transatlantica, quella di 32 Paesi di cui 30 sulla stessa sponda a contatto con la Russia, può dipendere dalla guerra per l’Ucraina? Quale sicurezza si consegue continuando la guerra in Europa con la prospettiva più probabile che la Russia faccia terra bruciata in Ucraina o quella più fantasiosa che nessuno capitoli fino al punto da non costituire più una minaccia per gli altri? Secondo Rutte, il riarmo comporta vantaggi economici per gli investimenti. Sarebbe vero se ci fossero capitali finanziari e umani da investire e non debiti da pagare. Di certo, non è un investimento nella sicurezza, ma lo sfruttamento dell’insicurezza.
Il terzo punto sull’Iran è un esercizio di pura soggezione di fronte all’arroganza degli Stati Uniti e Israele. Fortunatamente non è condiviso da tutti e perciò insussistente per la Nato, ma non per i singoli Paesi che si fanno carico dell’insicurezza anche in Medio Oriente, sostenendo le intemperanze e i crimini dei due partner. La torta sulla ciliegina di questo summit è stata messa dal padrone di casa. Erdogan ha accolto i rappresentanti degli alleati e amici regalando una pistola a tamburo e relative munizioni. Un gesto di cortesia. Come quello di Zelensky che regalava lanciarazzi. Con una simbologia diversa: il lanciarazzi invitava ad agire contro un nemico, il revolver donato da un cinico come Erdogan richiama i fuorilegge del Far West, l’ultima risorsa del disperato pronto al suicidio, l’azzardo mortale della “roulette russa”. Tutti simboli perfettamente calzanti per la Nato di oggi.
Minaccia o no, per l’Alleanza “la Russia non cerca conflitto”
Marco Franchi 12 Luglio 2026
La Russia “non cerca il conflitto”, afferma il comandante statunitense della Nato. Il titolo è quello dell’articolo del Financial Times dell’11 giugno scorso. E – complice anche la sintesi giornalistica necessaria a esprimere titoli (anche Seo) attraenti – non lascia adito a dubbi. L’articolo, che riporta le parole di Alexus G. Grynkewich, Comandante supremo delle Forze Alleate in Europa (Saucer) pronunciate dal generale Usa durante un panel all’Ila Berlin Air Show spiega meglio al suo interno i concetti sintetizzati nel titolo, nonché il contesto a cui si riferisce il capo americano della Nato. E cioè che le parole sarebbero parte della risposta di Grynkewich alla domanda sulla possibilità di un attacco russo contro gli Stati baltici, risposta nella quale il generale chiarisce che il suo ruolo è quello di garantire che la deterrenza della Nato rimanga credibile e che Mosca comprenda di non poter avere successo militarmente entro l’alleanza. Il contesto è quello della “preoccupazione degli alleati europei riguardo alle potenziali falle di sicurezza lasciate dai piani di Washington di ritirare importanti risorse militari”, chiarisce in attacco il pezzo del Ft. “Ho seguito con molta attenzione le informazioni dell’intelligence”, riporta ancora il quotidiano economico, “la Russia non cerca il conflitto… Capiscono il concetto di ‘alleanza difensiva’ e sanno che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici”, prosegue Grynkewich stando a quanto riporta il Ft che conferma implicitamente anche i tagli Usa alle risorse europee chiarendo che “si tratta di una serie di capacità aeree e marittime di cui noi Stati Uniti abbiamo bisogno in caso di problemi nel Pacifico”.
Fin qui tutto bene. Salvo la poca eco che le parole del generale trovano sui media italiani. Finché il leader M5s, Giuseppe Conte non cita il generale Nato nel suo intervento sul palco di Napoli dell’8 luglio. A suffragio del messaggio che lancia contro il riarmo, a suo parere conseguenza della “minaccia russa” costruita per aumentare la spesa militare. “Allora, queste cose non le dicono, ve le dico io: Grynkewich, il generale americano che comanda le forze alleate nella Nato – non lo ha detto in un cenacolo privato, lo ha detto al Financial Times il 18 giugno, testualmente: ‘Ho studiato tutte le fonti di intelligence, tutte le informazioni disponibili e posso dire che oggi e né domani la Russia rappresenta una minaccia per l’Europa’. Comandante supremo della Nato in Europa”. Al di là del fatto che le dichiarazioni di Grynkewich riportate dal Ft fossero state rilasciate all’Ila e dell’imprecisione sulla data (11 e non 18 giugno), la citazione di Conte differisce in quel “né oggi né domani” e nella “minaccia per l’Europa”, anziché “per i baltici” a cui si riferiva il generale nella sua risposta. Quanto alle possibilità negoziali con Putin, Conte ha ricordato che l’Ue ancora non ha scelto il suo mediatore. Sarà che Mosca bluffa, ma la richiesta del presidente russo che anche l’Ue si sieda al tavolo negoziale è arrivata. La risposta ancora no.
Il Campo Ladrov
Marco Travaglio 12 Luglio 2026
I soliti idioti parlano di “Campo Lavrov” perché Conte, dal palco di Napoli, ha osato dire che “stanno costruendo una minaccia russa per convincerci ad armarci fino ai denti, ma persino il comandante delle forze Nato ha detto al FT che la Russia non minaccia l’Europa”. Tutti gli analisti seri sanno che Putin non vuole né potrebbe invadere l’Europa, cioè la Nato (ha invaso l’Ucraina proprio perché non ci entrasse, infatti non se ne parla più). E tantomeno l’Italia, che non ha nemici, salvo quelli che ci impongono di volta in volta gli “amici” yankee. È semmai il fronte più oltranzista della Nato (le repubblichette baltiche e – a giorni alterni – Varsavia, Berlino e Londra) che usa il riarmo per minacciare Putin, così magari agisce prima dell’“attacco preventivo alla Russia” auspicato da quell’altro genio Nato del generale Cavo Dragone. Siccome ai tossici di Fentanyl bellicista pare brutto dire la verità, Conte s’è beccato del “putiniano” che nega “l’aggressività di Putin, dal fronte orientale alla guerra ibrida che combatte da noi arruolando spioni” (questo è De Angelis, teneramente convinto che in Italia le uniche spie in circolo siano russe).
Purtroppo Conte non ha citato né Putin né Lavrov, ma il generale Usa Alexus G. Grynkewich, comandante supremo delle forze Nato in Europa, che citando “le informazioni di intelligence” dichiara (e il FT riporta): “La Russia non cerca un conflitto con la Nato. Capisce il concetto di ‘alleanza difensiva’, comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici”. I poveretti del Foglio, affranti, han cercato un portavoce per fargli “smentire le balle di Conte”. Ma invano: Putin non ha interesse ad attaccarci e comunque un conto è battere l’Ucraina armata fino ai denti ma scarsa di soldati, un altro è fronteggiare l’Europa, che spende il triplo della Russia in armamenti ed è alleata con gli Usa che spendono sette volte, senz’alcun bisogno di aumentare le spese militari. Dire poi che da tre anni i russi avanzano e gli ucraini arretrano non è putinismo: è realismo. Sennò dovremmo dare dell’antibrasiliano e antitedesco a chi dice che Brasile e Germania sono fuori dai Mondiali. Può dispiacere, ma è così. Invece pare che la Schlein sia irritata con Conte perché certe cose “non si dicono dal palco”. E dove si dicono? L’analisi del conflitto russo-ucraino, delle cause e delle soluzioni, riguarda il futuro dell’Italia come vettore di una nuova cooperazione euro-russa contro chi fomenta sempre più guerre per comprare sempre più armi. E non è una delle tante questioni: è “la” questione, perché il riarmo – se non viene fermato subito – rapinerà le future generazioni di ogni speranza su una sanità, una scuola, un welfare e un salario decenti. Chi vaneggia di Campo Lavrov sta imbandendo la tavola del Campo Ladrov.
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