BILANCIO UE: STESSI SOLDI, MA PER DIFESA E UCRAINA da IL FATTO
Bilancio Ue: stessi soldi, ma per Difesa e Ucraina
Gianfranco Viesti 27 Giugno 2026
La discussione sul bilancio della Ue per il 2028-2034 rispecchia bene la grande modestia e la scarsa visione delle attuali classi dirigenti nazionali e comunitarie. È piccolo: ma i suoi indirizzi indicano le linee sulle quali ci si vuole muovere. Ci sono, si dice, nuove priorità. Tanto la costruzione di una difesa comune quanto l’accelerazione nel processo di allargamento, specie verso l’Ucraina, sono scelte di fondo; meriterebbero un confronto politico profondo e aperto, oggi molto difficile, nel quadro del “pensiero unico” che attraversa il continente. Una maggiore competitività dell’Europa è giusto obiettivo: ma la visione alla Draghi non si cura più di tanto degli impatti sociali e regionali di una possibile politica industriale comune. Non ci rilanceremo certo trasformando le fabbriche di auto in produzioni di carri armati.
Alle nuove priorità si vuol far fronte con le modestissime risorse attuali (circa l’1% del Pil europeo). È comprensibile che i grandi pagatori come la Germania, anche per motivazioni interne, non vogliano accrescere l’assegno che inviano a Bruxelles a carico dei propri conti. Ma è incomprensibile come, nel mondo attuale, non si pensi ad accrescere le entrate dirette comunitarie con nuovi strumenti legati alla transizione verde o a forme di tassazione del digitale. E si rinunci per principio a forme di indebitamento comune come quelle del Next Generation Eu. Nuove priorità con gli stessi soldi significa ridurre le tradizionali aree di intervento. E questo a sua volta significa, tagliando soprattutto la politica di coesione, farle pagare agli strati sociali e alle aree territoriali più deboli; fornendo un assist all’estrema destra, che può ergersi a difesa e protezione degli europei preoccupati, che non trovano risposte da Bruxelles. Il taglio alla coesione – che con le dinamiche attuali dell’economia e delle tecnologie dovrebbe essere molto potenziata – potrà superare il 10%; di più per gli interventi per istruzione, occupazione, inclusione oggi finanziati dal fondo sociale europeo. Ma c’è di peggio nelle proposte formulate dalla Commissione nel luglio scorso e che hanno ottenuto un sostanziale via libera dal Consiglio europeo del 16 giugno. Il potere viene spostato verso l’alto: più risorse per la Commissione, e meno per la “gestione condivisa” con stati, regioni e città. Nei singoli paesi, priorità agli esecutivi nazionali. Viene rilanciato il modello Pnrr anche per le future politiche di coesione.
Intendiamoci: la valanga di opinioni negative che si sta scatenando sul Pnrr italiano rispecchia, neanche tanto velatamente, la posizione dei tanti che si oppongono per principio all’intervento pubblico, e in particolare a grandi piani di investimento. Vedete come è andata a finire? Basta programmi: meno tasse, meno spesa; diamo i soldi alle imprese e lasciamo fare a loro. Ma questo non significa non vederne i difetti. Primo, importantissimo: tutto il potere al governo nazionale. Che decide senza conoscere le vere, assai differenziate, priorità dei luoghi. E che può modificare i programmi quando vuole (adducendo criteri tecnici impossibili da verificare), come ha fatto Meloni modificando sostanzialmente il Pnrr ben 7 volte. Senza che il Parlamento sia informato e ne possa discutere. Senza che i cittadini capiscano perché le case di comunità o gli asili nido che erano stati promessi e sbandierati non si faranno più. Rimodulazioni, come quelle realizzate da Fitto e da Foti, che consentono di soddisfare senza far troppo rumore gli interessi tatticamente più vicini a chi comanda.
Ancora più flessibilità, tempi più stretti di realizzazione: ma questo significa rinunciare agli interventi più sfidanti e complessi, quelli più importanti; e puntare su progetti che attivano più facilmente la spesa: facile, e politicamente lucroso, decidere incentivi; difficile risanare un quartiere di periferia. Le risorse europee arriveranno al raggiungimento di obiettivi e non più seguendo la spesa. Certamente bene; ma, in teoria. Nella realtà i famosi “target e milestone sono quasi sempre legati ad avanzamenti nelle realizzazioni e non al raggiungimento di risultati finali di miglioramento della vita delle persone e dell’efficienza delle imprese; e sono anch’essi, più volte, modificati. Ancora, gli investimenti sono collegati alle riforme, senza discuterne l’indirizzo politico (si pensi alle questioni del mercato del lavoro) e rendendo le autorità locali ostaggio delle trattative governi-commissione. Maggiore centralizzazione, ruolo decisivo dei tecnici, scarsa trasparenza, massima flessibilità nel cambiare i programmi: tutti ingredienti di un modo di realizzare le politiche pubbliche ben poco democratico e partecipato, che si allontana molto dalla grande tradizione comunitaria.
Risiko bancario: senza un ruolo dello Stato, vincono i profitti
Gabriele Guzzi 27 Giugno 2026
Ci vuole un risiko bestiale. Parafrasando Luca Carboni, i nuovi movimenti nel settore bancario italiano sollevano dubbi e perplessità. Non è il primo movimento tra banche che vediamo negli ultimi anni. Sono anzi in corso anche acquisti esteri, a partire dal tentativo di Unicredit sulla banca tedesca Commerzbank. Che banche nazionali crescano e diventino più solide è sicuramente una buona notizia. Ma, al di là dell’autonarrazione, è corretto andare a vedere più nel dettaglio cosa sta succedendo.
Nel 2025, gli utili netti delle banche italiane hanno superato i 47 miliardi di euro. Nel triennio: 134,6 miliardi. Dati Bce ci dicono che la redditività delle banche italiane è il doppio di quella francese e tedesca. L’aumento dei tassi si è riversato sui mutui e i crediti, mentre le remunerazioni dei depositi sono rimasti quasi fermi. Inoltre, il taglio del personale e delle filiali è stato particolarmente intenso in Italia negli ultimi anni. È solo grazie a questi immensi profitti che le banche possono avere la disponibilità per lanciarsi in acquisizioni di questa portata. Il problema è che questo non sempre è stato correlato a una migliore attività bancaria per cittadini e imprese. Dal 2011, infatti, lo stock di crediti alle imprese è calato del 34%: da quasi 1.000 miliardi di euro a poco più di 600. Nello stesso periodo, in Francia e Germania sono cresciuti di circa il 50%.
Il problema è che le banche, in teoria, non sono imprese come le altre. Hanno accesso alla liquidità potenzialmente infinita della Bce; creano moneta bancaria quando accendono crediti; determinano in maniera considerevole l’offerta monetaria; e spesso vengono viste come troppo strategiche per fallire. L’articolo 47 della Costituzione perciò dice che la Repubblica “disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. E questo trascenderebbe gli obiettivi di vigilanza. Fino al 1990, infatti, il settore bancario era largamente in mano pubblica: una quota superiore al 70%. Ciò rappresenterebbe una situazione corretta: non si può lasciare al solo calcolo finanziario l’esercizio di un bene pubblico così importante come la moneta e il credito. Una banca pubblica deve sostenere i settori strategici per la visione complessiva del paese, e non semplicemente accordarsi a questioni di redditività o di crescita dei dividendi azionari. D’altronde, come abbiamo visto, la concentrazione non è stata correlata a una crescita dei crediti alle imprese. Tale discorso è evidente su Mps che tramite Mediobanca detiene una quota del 13% di Generali: fortino del risparmio da 900 miliardi e grande acquirente di debito pubblico. Intesa sarebbe perciò un’opzione preferibile rispetto alla fusione tra pari proposta da Bpm, che è posseduta per oltre il 20% da Crédit Agricole. Ora, non si ricorda che Mps fino a 3 anni fa era posseduta quasi per il 70% dallo Stato italiano. Tramite soldi pubblici, infatti, il governo aveva salvato e risanato l’istituto senese per un valore pari a 7 miliardi di euro dal 2017. Dal 2023, ha però deciso di rivendere la maggior parte delle quote, facendoci neanche la metà della cifra impiegata per salvarla. Se il governo avesse mantenuto il controllo su Mps, oggi avrebbe una banca pubblica, valutata oltre 30 miliardi e che controlla Mediobanca e Generali.
Il problema è che la Commissione europea ha spinto il governo a vendere per ottemperare alla normativa sugli aiuti di Stato. Un governo che ha a cuore la “sovranità” si mette di traverso rispetto a una richiesta che danneggia direttamente l’interesse dei propri cittadini. Poi, è assurdo constatare come questa ideologia mercatista, suicidaria, finanzcapitalista continui a dominare l’Ue quando tutto il resto del mondo l’ha abbandonata. Altro che risiko. Ci vuole un fisico bestiale per sopportare tali follie.
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