L'”EDILIZIOMANIA”, BULIMIA DA CEMENTO TRA DESTRA E SINISTRA da IL FATTO
L’“Ediliziomania”, bulimia da cemento tra destra e sinistra
Isaia Sales 31 Agosto 2025
Utopia? Che bello se un candidato sindaco scrivesse nel suo programma: farò della mia città la più green, con più giardinieri che impiegati
Alexandre Dumas scrisse diversi racconti dedicati alla città di Napoli e li raccolse nel 1835 nel libro Il Corricolo, che era il nome del mezzo di trasporto che utilizzava per percorrere la metropoli partenopea, che all’epoca era la terza d’Europa per numero di abitanti dopo Londra e Parigi. Nel testo si racconta di un gesuita che aveva elaborato un itinerario per attraversare tutta la città da un estremo all’altro stando sempre all’ombra, così da sfuggire alla calura e ai colpi di sole. Il gesuita e la mappa erano inesistenti, così come la possibilità di stare sempre al fresco percorrendo qualsiasi città del mondo, immaginiamo Napoli, dove palazzi che fanno ombra ci sono, eccome, ma scarseggiano parchi e viali alberati. Dumas abbinava santità a freschezza, perché solo un santo poteva fare il miracolo di trovare un percorso del genere e, arrivando all’oggi, solo un amministratore “fuori dal comune” potrebbe provare ad avvicinarsi alla mappa del gesuita napoletano: percorrere una città grande, piccola o media con un numero così alto di viali alberati e di parchi pubblici da sfiorare l’obiettivo di passeggiare godendo di un’ombra permanente e di trovare frescura anche nei giorni più assolati.
Se, dunque, l’obiettivo “tutto all’ombra” è un’utopia, cambiare le nostre città alberando ogni tratto alberabile è un programma assolutamente realistico. Perché non lo si prova a praticare?
Le spiegazioni più semplici sono due: costa poco e in più non risponde al convincimento ossessivo di qualsiasi amministratore locale: è un fallimento un mandato amministrativo senza nuove opere pubbliche realizzate, senza diverse autorizzazioni a costruire nuovi appartamenti e ridurre lo spazio non costruito, senza gigantismo edilizio così da lasciare in eredità ai propri concittadini una dose massiccia di cemento. Questa “ediliziomania” degli amministratori locali, questa bulimia da cemento non risparmia nessuno, non c’è nessun confine tra destra e sinistra su questo punto, nessuna percepibile differenza di impostazione nel governo della propria comunità tra forze politiche contrapposte. Il cemento è stato ed è il principale disintegratore dell’etica pubblica in Italia.
La mania di grandezza si respira anche nei piccoli comuni, dove i sindaci vogliono lasciare il segno con nuove costruzioni, azzerando gli ultimi spazi liberi: si sono trasformati anche loro in specialisti del cemento. In Italia su 105 capoluoghi di provincia ci sono in media 24 alberi ogni 100 abitanti. Ma anche in questa classifica, le città del Sud sono agli ultimi posti. Perciò mi rattrista leggere programmi elettorali pomposi, esagerati, spesso copiati, che tutto propongono tranne che rispondere a esigenze elementari della vita associata, come se occuparsi delle piccole cose quotidiane fosse miserevole, limitativo, non degno della “grande politica”. Ma al contrario non c’è cosa più dignitosa per un politico (che vive in luoghi degradati) di prendersi cura con amore, umiltà e dignità di quel degrado e riempirlo di verde, di alberi, di parchi, di viali, partendo dalle piccole cose tra cui, appunto, considerare la presenza di luoghi freschi come un bene pubblico oggi essenziale.
Ho un consiglio da dare agli amministratori locali, soprattutto meridionali: si ponga fine alla politica delle costruzioni di case che hanno trasformato i nostri luoghi in caserme urbane, che “hanno circondato l’ambiente più che esserne circondati” (per dirla con Franco Arminio). E si preferisca nelle assunzioni un giardiniere a un ingegnere. Si solleciti in ogni regione una sacrosanta legge perché nessun altro metro cubo venga offerto alla speculazione edilizia e si concentri tutto sul recupero del già costruito, eccezion fatta per nuove scuole, asili, biblioteche e quanto strettamente necessario per migliorare i servizi pubblici. Che bello se un candidato sindaco scrivesse nel suo programma: farò della mia città la più verde d’Italia, con più alberi che cittadini, più viali alberati che condomini, più giardinieri che impiegati. Ci sarà mai un sindaco che proverà a tracciare un percorso di attraversamento della propria città tutto (quasi) all’ombra?
La Milano dei finti sinistri patria dei ricchi magnati
Daniela Ranieri 31 Agosto 2025
L’avevamo intuito anche noi coi nostri miseri mezzi, ma adesso che una dettagliata inchiesta del Financial Times spiattella con numeri e dati la notizia che Milano attrae i super-ricchi del mondo mentre espelle il ceto medio e tanto più – scusate le volgarità eventuali – i residenti poveri, non possiamo che prenderne atto: la già “capitale morale” d’Italia, Mecca del business, della moda e della pubblicità è diventata la residenza di campagna dei magnati della finanza e dell’impresa, che a Milano scialano in divertimenti e beni di lusso, quindi la capitale, semmai, della sciabolata alla bottiglia di champagne nelle feste private, che si tengono preferibilmente in luoghi pubblici noleggiati, se non proprio acquistati, dai ricchi in ragione del più persuasivo degli strumenti, ossia il denaro. Ma va’? E chi se lo sarebbe mai aspettato.
Purtroppo il quotidiano economico britannico rivela anche il motivo di questa speciale attrattività meneghina: bello il Duomo, bella Piazza Affari, bella la rinomata cucina milanese, bello bello bello tutto; ma tira più la flat tax che un carro di buoi. La flat tax è quella cosa che piace tanto ai liberisti di destra e di asserita sinistra, quindi a Salvini, alla Meloni e naturalmente a Renzi, che fu il primo a introdurre il sistema fiscale, perfezionato dall’attuale governo di finta destra sociale, grazie al quale i ricconi pagano solo 200 mila euro fissi di tasse anche con patrimoni siderali, quando le tasse di un operaio o un dipendente pubblico superano un terzo del salario tra trattenute e imposte varie. Una misura che negli ultimi anni è andata di pari passo coi vari condoni, rientri di capitali sociali (un’idea di Renzi per cui dovevamo ringraziare gli agiati evasori che ci facevano la cortesia di riportare il malloppo dentro i nostri confini pagando una bazzecola di multa), rottamazioni delle cartelle (“Cucù, Equitalia non c’è più”: sempre Renzi), concordati fiscali (ossia fregature per chi paga le tasse), concordati preventivi (quello targato Meloni è fichissimo: siccome si dà per scontato che la metà degli italiani evade le tasse, si offre ai non-contribuenti, autonomi e imprese, la possibilità di pagare un forfait, a scommessa su quanto guadagneranno il prossimo anno; fa nulla se aderiscono solo quelli che già sanno di dover pagare di più del forfait; e comunque è stato un flop e non hanno aderito manco quelli).
Ora, Milano, con le sue Lamborghini, i suoi “giardini segreti”, i suoi “boschi verticali”, i suoi bei costruttori che pagano consulenze ai commissari chiamati dal sindaco a decidere sulla fattibilità delle opere, è il prototipo di ciò in cui si mira a trasformare gli altri capoluoghi d’Italia: club esclusivi per individui baciati dalla fortuna, circondati da periferie prive di servizi e abitate da straccioni che costituiscono la forza lavoro necessaria alle aziende che li sottopagano affinché i benestanti possano continuare a benestare. È il “modello Milano”, appunto, amato e scientemente perseguito da destra e finta sinistra. Se non ricordiamo male, infatti, negli ultimi 15 anni è stata proprio la cosiddetta sinistra, nelle persone di Giuliano Pisapia (2011-2016) e Beppe Sala (dal 2016 a oggi), ad amministrare e forgiare Milano sulla base dei valori di competitività ed esclusività, di charme da venderci all’estero a dispetto di un’idea di città europea accessibile a cittadini di tutte le fasce di reddito; una Montecarlo di ringhiera, piena di grattacieli e di banche, disponibile al sacco dei lanzichenecchi del quattrino. Per i giornali padronali, naturalmente, questi due sindaci sarebbero stati i “federatori” ideali del centrosinistra nazionale: accidenti, siamo ancora in tempo?
Ad accomunare gli ex (?) fascisti e i neoliberisti asseriti di sinistra è la sistematica e crassa violazione (con tentato scasso) della Costituzione, laddove stabilisce che “tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva” e “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Col piffero: andatelo a dire ai neo-milanesi Richard Gnodde (vicepresidente di Goldman Sachs), Nassef Sawiris (magnate egiziano), Rolly van Rappard (cofondatore del fondo Cvc Capital), attirati a Milano dai prezzi stellari a cui è schizzato il capitale immobiliare, ormai per i ricchi più redditizio, secondo il FT, di quello di Londra, storicamente non proprio alla portata di tutte le tasche.
Ciò a dimostrazione di quello che scriviamo da tempo, cioè che le politiche di destra escludenti e classiste non sono un rigurgito fascista, ma lo stadio terminale del neoliberismo attuato per benino dalla cosiddetta sinistra. (Ieri sul Corriere, giornale della borghesia italiana, Graziano Delrio indicava la causa dell’incapacità del centrosinistra di percepire i bisogni del popolo: “Il Pd guarda fisso solo a sinistra”. Eh sì, dev’essere questo il problema).
“Fermare i grandi progetti a Milano”, l’appello dei prof.
Fq 29 Agosto 2025
“Fermare i progetti in corso a Milano, primo fra tutti la distruzione del Meazza, per imprimere una direzione diversa alla trasformazione della città. Rivoluzionare il Piano casa favorendo l’edilizia residenziale pubblica invece dell’housing sociale. Respingere le pressioni per deregolamentare la normativa urbanistica nazionale”. Sono alcune delle richieste contenute in un appello “per una svolta urbanistica” inviato ieri al sindaco di Milano. Proporre nuove forme di pianificazione per far fronte agli effetti del cambiamento climatico, per tutelare l’interesse degli abitanti e la qualità ambientale e sociale dei luoghi dall’eccessiva rapacità degli investitori. “Occorre ripristinare – si legge nell’appello – l’effettiva capacità degli enti pubblici di governare i processi di trasformazione dei territori e di vincolare le istituzioni pubbliche alla trasparenza e al mandato degli elettori”. Tra i firmatari Paolo Maddalena, Salvatore Settis, Tomaso Montanari, Francesco Pallante, Isaia Sales, Clara Mattei, Filippo Barbera, Paolo Berdini, Paola Bonora.
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