IL NEOAMBIENTALISMO ANCORA FRENATO DAGLI INTERESSI ECONOMICI da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
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IL NEOAMBIENTALISMO ANCORA FRENATO DAGLI INTERESSI ECONOMICI da IL MANIFESTO

Il neoambientalismo come nuovo processo storico

LA SCOMPARSA DI ASOR ROSA. Ambiente e territorio, impossibile scinderli, la loro interazione guida il modello socioeconomico con la riappropriazione delle capacità di auto riproduzione dei beni

Alberto Magnaghi  24/12/2022

Per me ricordare in poche parole il monumentale lascito di Alberto nella mia esperienza personale è impossibile: da quando ci cimentavamo con l’operaismo (io semplice promotore del gruppo Città Fabbrica nei quartieri operai di Torino, Alberto dirigente di Classe operaia prima e direttore di Contropiano poi), alle sue battaglie politiche.

Tra queste l’originale proposta di una «Camera di consultazione» della sinistra per “mettere a confronto società politica e società civile, politici e intellettuali, partiti e associazionismo, secondo una modalità, da tutti a parole auspicata di democrazia partecipativa”. E le battaglie culturali per politiche di autentico riconoscimento delle identità dei popoli, esemplificate dal saggio su Macchiavelli come resoconto della “disfatta storica” dell’Italia. Mi soffermo dunque sul lascito politico-culturale (forse il meno noto) di un’unica esperienza recente, la sua fondazione nel 2009 della Rete dei comitati per la difesa del territorio della Toscana, nel vivo di molte battaglie territoriali puntuali, in cui le mille vertenze locali su ambiente, territorio e paesaggio, visti dai mondi di vita degli abitanti, si fanno progetto collettivo. Con questa esperienza Alberto matura l’approccio teorico del neoambientalismo.

Bisogna estendere la nozione di ambientalismo fino a farla diventare un altro modo d’intendere il processo storico complessivo, fino a ipotizzare la costruzione di un sistema diverso. Questo è ciò che io chiamo neoambientalismo

Questo approccio si distacca radicalmente sia dal tradizionale “ambientalismo scientifico”, che dalla deep ecology e dalle politiche ambientali settoriali.
Per sintesi:

1) “La natura intorno a noi è negata perché è negata la natura che è in noi. … …l’ecologia, da intendersi come l’insieme dei provvedimenti che servono a preservare l’ambiente, non regge, non funziona e persino non ha senso, se non viene affiancata da un’ecologia dell’umano, che, così rimette in ordine l’ambiente, in quanto rimette in ordine l’uomo e i suoi vari modi d’essere”. Dunque per Alberto le azioni e le politiche ambientaliste non possono essere realmente efficaci a trasformare il mondo, se non promanano da una profonda riconquista culturale della natura che è nell’uomo.

2) “È del tutto evidente che senza memoria non c’è identità; perché non c’è identità senza che sia ben chiaro e percepibile il nesso passato-presente-futuro. E l’asse passato-presente-futuro, che indubitabilmente è un asse storico, non è dissociabile a sua volta dalla componente ambientale, che ne rappresenta appunto il contenitore.”

Se parliamo quindi di ambiente dell’uomo, non è sufficiente una nuova alleanza con la natura, ma è necessario intrecciarla indissolubilmente con la storia e la memoria, che consentono di interpretare il processo storico come co-evoluzione fra civilizzazioni e natura.

3) “Non c’è un giusto “governo del popolo” che non sia al tempo stesso un giusto e autentico “governo del territorio”. Le due cose sono incardinate l’una nell’altra, non c’è popolo senza territorio, non c’è territorio senza popolo, le due cose possono crescere, ma solo una nell’altra”.

L’estensione del concetto di ambientalismo fino a farlo motore di un sistema alternativo non consente pertanto di scindere i due termini “ambiente e territorio”, la cui interazione diviene centrale nel guidare il modello socioeconomico attraverso la riappropriazione delle capacità di autoriproduzione dei beni comuni ambientali (frutto della natura) e territoriali (frutto della storia) da parte delle comunità locali di abitanti e produttori.

L’approdo soggettivo di Alberto al neoambientalismo porta con sé anche molte continuità con la sua lunga storia culturale e politica: in particolare il rapporto fra organizzazione e soggetti sociali. La concezione di questo rapporto segue in Asor un filo conduttore che vede la soggettività (prima operaia poi sociale) giocare un ruolo fondamentale nei saperi collettivi antagonisti e nella determinazione strategica degli obiettivi del conflitto e della trasformazione .

Qui la nozione di “neoambientalismo” si salda compiutamente con quella di “territorialismo”. Noi “ecoterritorialisti”, (ma, per fortuna, non solo noi), siamo sicuramente riconoscenti eredi del neoambientalismo di Alberto Asor Rosa.

Consumiamo di più e il riciclaggio non fa miracoli

RAPPORTO ISPRA. L’economia circolare, oggi, è un mito. Non tutto quello che viene differenziato in fase di raccolta raggiunge la fase di riciclaggio e neppure tutto quello che è avviato al riciclo diventa recupero di materia

Pino Ippolito Arminio  84/12/2022

Come ogni anno alla pubblicazione dei due rapporti Ispra sui rifiuti, l’attenzione si concentra su quello che riguarda la produzione, la raccolta e la gestione dei rifiuti urbani. Apprendiamo così in questi giorni che nel 2021 i rifiuti urbani sono tornati a crescere (+2,3% sull’anno precedente) dopo la flessione dovuta alla pandemia e la conseguente contrazione dei consumi delle famiglie: in totale 29,6 milioni di tonnellate (677 mila in più rispetto al 2020). La raccolta differenziata ha raggiunto il 64% sul totale, con ampie variazioni per area geografica (71% al Nord, 60,4% al Centro, 55,7% al Sud).

Dieci anni dopo siamo, dunque, a un passo dal traguardo del 65% fissato per legge (l. 27 dicembre 2006 n. 296) che doveva essere raggiunto entro il 31 dicembre 2012. Ma c’è qui un primo equivoco che va subito chiarito.

Non tutto quello che viene differenziato in fase di raccolta raggiunge la fase di riciclaggio e neppure tutto quello che è avviato al riciclo diventa recupero di materia. Ad esempio, quasi la metà dei rifiuti inviati a riciclaggio è riferibile alla frazione organica, umido più verde, in massima parte finisce negli impianti di compostaggio. Ebbene, per ogni tonnellata di rifiuti organici immessa in un impianto di compostaggio si producono 220 Kg di residui, 27 dei quali di percolato. Va ancora peggio con la plastica perché il tasso di riciclaggio si attesta al 36%.

In contemporanea con la pubblicazione del rapporto sui rifiuti urbani l’Ispra rende disponibile, sfasato di un anno, anche un report sulla produzione e la gestione dei rifiuti speciali. I rifiuti speciali vengono per quasi la metà dalle attività di costruzione, per oltre un quarto dal trattamento dei rifiuti urbani e per la restante parte dalle altre attività economiche manifatturiere e del commercio.

La produzione di rifiuti speciali nel 2020, ci informa l’ultimo report, è stata di 147 milioni di tonnellate, ben 5 volte quella che viene dalla raccolta nei centri urbani. Eppure se ne parla poco o per nulla! Perché questa distrazione? Ci si preoccupa, più che comprensibilmente, che quasi uno ogni cinque Kg di rifiuti urbani finiscano in discarica. Siamo, infatti, lontani dall’obiettivo del 10% fissato dall’Unione europea per il 2035. Per l’esattezza il 19% dei rifiuti urbani prodotti in Italia è trattato nel peggiore dei modi possibili, il più pericoloso e il più inquinante. Anche il meno controllabile.

Le discariche sono, infatti, un ottimo investimento per le mafie. Allora perché trascurare il 5,7% dei rifiuti speciali non pericolosi e il 13,9% di quelli pericolosi (anno di riferimento 2020) che vengono parimenti smaltiti in discarica? In totale si tratta di 9,9 milioni di tonnellate, quasi il doppio dei 5,6 milioni che vi finiscono dopo la raccolta nei centri urbani.

In ogni caso è bene anzitutto sapere che se anche migliorassimo la qualità della raccolta e le tecnologie di trattamento il 100% di recupero di materia è impossibile. Il limite è imposto da una delle più importanti leggi della fisica nota come “Secondo Principio della Termodinamica”. Una delle conseguenze di questo principio, semplificando il linguaggio ma senza alterare il concetto, è che tutte le possibili trasformazioni reali, che sono irreversibili, presentano un rendimento che è sempre inferiore a uno.

L’economia circolare è, dunque, un mito. Bene allora se il paradigma serve a spronare le nostre economie perché recuperi al suo interno una parte delle materie prime necessarie alla produzione di nuovi beni. Male se induce a pensare che le nostre economie possano crescere indefinitamente senza intaccare nuove e sempre più scarse risorse naturali. Un equivoco, quest’ultimo, cui si perviene se, sorvolando sull’elementare distinzione fra beni durevoli e non durevoli, si sottolinea con compiacimento che la crescita nella produzione di rifiuti urbani è stata nel 2021 più contenuta rispetto all’incremento dei consumi delle famiglie nello stesso periodo (+5,3%) ma si tace sulla stretta e positiva correlazione che da anni si osserva fra l’andamento della ben più rilevante produzione di rifiuti speciali e l’andamento del Pil.

Nelle ultime tre decadi la quantità di materie prime estratte dalla Terra è più che raddoppiata e al ritmo attuale raddoppierà nuovamente entro il 2060. Quel che già nel 1972 aveva prefigurato il Club di Roma, il collasso dell’umanità nel corso di questo secolo, non è più un’ipotesi catastrofista. Chiare e inascoltate suonano le parole di Kenneth Boulding che ancor prima, nel 1966, ammoniva: “Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure un economista”.

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