“BEN PIÙ DI 1000 PAESI DELL’INTERNO MORRANNO NEL GIRO DI 5 ANNI” da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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“BEN PIÙ DI 1000 PAESI DELL’INTERNO MORRANNO NEL GIRO DI 5 ANNI” da IL FATTO

“Ben più di mille paesi dell’interno morranno nel giro di cinque anni”

Antonello Caporale  7 Luglio 2025

Vito Teti, lei ha scritto una montagna di libri sul vuoto dell’Italia di montagna. Il governo ha appena approvato un piano per agevolare l’eutanasia di queste comunità agonizzanti.

Quando ho letto non volevo crederci.

Accompagnamento alla morte: “Piano mirato in un percorso di cronicizzato declino”. Pagina 45 del documento che illustra la strategia per le cosiddette aree interne.

I funzionari del ministero della Coesione territoriale, che dovrebbero badare a come tenere unite l’Italia piccola e quella grande, la ricca e la povera, quella di costa e quella di montagna, non hanno avuto pietà, né altro stimolo culturale e politico.

Ormai ci siamo, almeno un migliaio di paesi morranno nei prossimi cinque anni.

Forse di più. Il mio è messo meglio: se Dio vuole camperà fino al 2050.

Dove abita?

San Nicola da Crissa, tra i rilievi montuosi del vibonese. Nel 1950 c’erano 4500 abitanti, dieci anni dopo mille in meno, venti anni dopo altri mille in meno. Oggi siamo ottocento, dovremmo resistere fino al 2050 e poi amen.

La conta dei defunti, nella prospettiva a lungo termine che si va delineando, è di almeno quattromila comuni a gambe all’aria.

Il ministro Foti mi ha detto: io sono per la vita delle aree interne. E gentile ministro: come diavolo pensa di farle vivere?

Come pensano?

I paesi sono stati impoveriti dalla trascuratezza, dall’assenza di qualunque interesse strategico, dall’idea che l’innovazione tecnologica fosse solo una necessità per i grandi poli industriali. Che l’agricoltura fosse un’industria di serie b, che il turismo rurale non fosse ricchezza, che la natura, fiumi, boschi, montagne, non fossero beni da tutelare, coltivare, mantenere in vita.

Lei ha un’idea di cosa fare?

Nella seconda metà del secolo scorso chi partiva per cercare lavoro aveva un unico obiettivo: ritornare dove era nato. Se vogliamo ridurre l’Italia a una commedia di cemento lungo la costa e quindi triplicare i problemi legati alla eccessiva urbanizzazione (sicurezza, sanità, case) allora la strada è tracciata.

Altrimenti lei dice c’è un intero mondo da scoprire.

Milioni di metri cubi da fare abitare, case che aspettano pazienti, centri urbani che possono rigenerarsi e cittadini che possono rifiutare il cappio del mutuo, rifiutare di indebitarsi a vita per acquistare, magari con vista sul raccordo, sessanta metri quadrati.

Il problema è che i paesi distano dai luoghi di lavoro.

C’è modo per connettere l’interno e la costa. Il treno è il vettore più economico e popolare. Consuma meno delle auto, non ha semafori da rispettare, curve pericolose da affrontare, traffico impazzito nel quale impigliarsi.

Non c’è neanche bisogno dell’alta velocità, basta anche quella bassa.

Tanti accetterebbero lo scambio: quaranta minuti in treno e anche di più, se ci fosse un collegamento dignitoso, pur di avere una casa più comoda, meno dispendiosa, in una comunità tranquilla e ospitale.

L’idea di fondo però è che questi paesi sono irrecuperabili.

Ma non è un’idea apprezzabile. Nei prossimi decenni avremo bisogno di milioni di nuovi italiani. Ce lo dice l’Istat, adesso anche Confindustria. Servono braccia per sostituire chi lascia, e case per ospitare chi arriva.

Direbbero che pensa a una sostituzione etnica.

Una comunità non muta identità se cinque o dieci famiglie trovano sistemazione e progetto di vita. Anzi: fanno crescere la cultura dell’apertura al mondo, riducono le ansie generate da una narrativa che spesso sconfina nel razzismo e aiutano i centri storici a vivere di nuovo.

Invece i tecnici del ministero dicono che non c’è alternativa al funerale.

È darwinismo istituzionale. I trecento primitivi che si opposero alla foresta amazzonica sono eroi civili. Grazie a loro una parte di mondo è stata salvata, per dire.

La sua non teme sia la prova amatoriale di resistenza oltre la ragione? Non ho il culto dell’estetica delle rovine. Il vuoto conduce al malessere, deprime, intristisce. Voglio solo dire: guardate che state sbagliando, che state minando la spina dorsale del Paese. Non ci crederete ma si può cavare oro dalle nostre pietre.

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