DUE GUERRE E I RISCHI DELL’ANATRA ZOPPA da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
Cultura, Saperi, Università, Dialogo
25406
wp-singular,post-template-default,single,single-post,postid-25406,single-format-standard,wp-theme-stockholm,wp-child-theme-stockholm-child,cookies-not-set,stockholm-core-2.5,select-child-theme-ver-1.0.0,select-theme-ver-9.15,ajax_fade,page_not_loaded,,qode_menu_,wpb-js-composer js-comp-ver-9.0.1,vc_responsive

DUE GUERRE E I RISCHI DELL’ANATRA ZOPPA da IL FATTO

Due guerre e i rischi dell’anatra zoppa

Fabio Mini  7 Novembre 2026

Il popolo americano non ha cognizione del reale stato della sicurezza e dell’economia globale. E il presidente Trump, una volta sconfitto, dà l’impressione di sentirsi sollevato: ora può fare ciò che vuole

L’esito delle elezioni americane è stato definito uno tsunami, e molti ne rivendicano il merito.

Può essere vero, ma probabilmente le ragioni sono diverse da quelle sostenute dal Partito Democratico e dai suoi fan che negli Usa e in Europa si scoprono improvvisamente coabitanti della grande tenda blu. Più che un successo del Partito Democratico e dei suoi valori liberal, è stato un successo della gente che non vota candidati che promettono pace e cambiamento e non mantengono. La forza della democrazia si è espressa con l’afflusso alle urne e con il voto dato per due cose: punire Trump e salvare l’America dalla crisi. La democrazia americana (o qualsiasi altra) si riconosce a quattro livelli: il primo è la scelta dei candidati, il secondo la loro elezione, il terzo la rappresentanza al Congresso e il quarto l’effettivo controllo del Congresso sull’esecutivo. Il Partito Democratico è intervenuto poco e male al primo livello e la gente, i comitati di quartiere, i porta a porta dei giovani, le singole comunità etniche e confessionali, hanno prevalso sulle incertezze del partito. Al secondo livello, il partito ha sostenuto i propri candidati con centinaia di milioni di dollari, ma poca convinzione e, forse, con la speranza che non fossero eletti.

Sembra che neanche i soldi abbiano funzionato. Né quelli dati dagli oligarchi repubblicani e democratici, né quelli promessi da Trump a tutti se avesse vinto lui. Era la prima volta che un presidente faceva una simile proposta delinquenziale ed è stata la prima volta che una parte maggioritaria del popolo votante ha sputato sui soldi. Ma oltre a questi due livelli, ora bisognerà vedere come si comporteranno i nuovi eletti e il nuovo Congresso di fronte agli allettamenti delle centinaia di lobbisti che bivaccano ai piedi del monumento a Lincoln. Gli stessi che hanno partecipato al sistema corruttivo di Trump, Biden e altri prima di loro. Bisognerà vedere come accoglieranno i briefing delle varie amministrazioni a partire da quelle del Tesoro e della Guerra. Cosa diranno loro i vari direttori delle agenzie d’intelligence. Molte promesse elettorali nel passato sono crollate ai primi briefing. Di solito, per le lobby, i nuovi arrivati sono facili prede, non sanno niente e si accontentano di poco. Crescendo, rimangono incapaci di resistere, ma diventano esosi e si scopre che “tengono famiglia”. A quel terzo livello la voce della gente arriva affievolita mentre quella delle oligarchie tuona, blandisce e minaccia. Il potere di Trump all’interno del suo partito ha subito un duro colpo e i Democratici sono ansiosi di usare il loro nuovo controllo del Congresso per limitarlo ulteriormente. Intendono indagare sulla corruzione personale, familiare e dei soci in affari del presidente. Stanno inoltre pianificando una “corsa legislativa d’impatto”, con proposte di legge che, oltre ad affrontare questioni interne come il finanziamento dell’assistenza sanitaria, cercheranno di abolire i dazi di Trump e di forzare una votazione sulla guerra in Iran. E qui si arriva al quarto livello: l’effettiva capacità dei membri del Congresso di condizionare il presidente. “Su queste ambizioni – osserva il New York Times, i Democratici potrebbero non andare molto lontano. Questo è il problema dei presidenti uscenti. Trump potrebbe essere indebolito, ma resta pur sempre il comandante in capo. Su questioni interne, il Congresso potrebbe essere in grado di contenerlo in qualche modo. Ma anche se le nuove maggioranze dei Democratici sono relativamente ampie, non sono sufficienti a ribaltare i veti di Trump. In politica estera – conclude il Nyt – la situazione è ancora più complessa. I presidenti americani godono di un’enorme autonomia”. I Democratici, come da noi, vogliono la prosecuzione della guerra in Ucraina e le associazioni pro-Israele hanno già cantato vittoria. Hanno piazzato i loro candidati dappertutto e potrebbe essere proprio Trump a vendicarsi della sconfitta in casa e della gioia europea cessando la guerra in Ucraina e continuando quella contro l’Iran sostenendo le velleità belliche di Israele, con o senza Netanyahu. Molti evocano un’azione di forza anche nucleare. Questo Congresso l’approverebbe, il prossimo potrebbe impedirlo? Ogni giorno che passa è una vittoria per l’Iran e gli amici, anche nucleari, si fanno più stretti. A partire dal Pakistan fino a Russia e Cina.

In Ucraina, la vera crisi post elettorale la sta soffrendo il presidente Zelensky: gode della sconfitta di Trump, spera che si prolunghi la guerra fino al possibile ritorno dei suoi sostenitori democratici, ma due anni sono lunghi. Dovrà continuare a implorare Trump, la first lady, la Nato, l’Ue e il Papa. Intanto la Russia sta bombardando incessantemente con droni e missili. Gli effetti dei tanto reclamizzati attacchi ucraini alle raffinerie russe o le “offensive musicali” (op. Vivaldi) non bilanciano nemmeno minimamente quelli degli attacchi russi. E l’offensiva di Mosca non sembra fine a se stessa: ha tutta l’aria di una preparazione a un’offensiva aerea con bombardieri strategici e tattici.

Anche la Nato e l’Ue, con funzionari e generali già allineati con l’Ucraina, festeggiano la sconfitta di Trump. Cercheranno sponde nel Congresso per riesumare la politica delle oligarchie democratiche e armare l’Ucraina fino alla sua estinzione. Ma per Trump e gli americani la situazione va bene così fintanto che incassano soldi a profusione dagli europei che fanno debiti per armare l’Ucraina e comprare armi ed energia dagli Usa. L’Europa di fatto è cobelligerante con gli Usa e se essi si sfilassero, come potrebbero fare, sarebbe l’unica a essere sottoposta agli stessi rischi e alle stesse misure punitive previste per coloro che perdono le guerre.

Nato ed Europa si muovono in ordine sparso e Finlandia e Norvegia si sono fatte avanti per saggiare la disponibilità di Mosca a una de-escalation. La risposta telefonica è stata probabilmente educata, quella sul campo è stata drammatica. Bombardamenti. La premier della Danimarca si è scandalizzata dell’iniziativa dei colleghi e alleati. Fa la dura, sostenuta dall’inflessibilità della burocrazia europea e intanto ha ceduto la Groenlandia a Trump. La preferivamo quando faceva ridere il suo Parlamento con la storia di aver adottato un elefante e due cammelli. La maggioranza democratica al Congresso rinuncerà ai bottini trumpiani in Groenlandia, Venezuela e nel resto del mondo sottoposto a ricatti e dazi usurai? La guerra in Ucraina potrebbe finire prima che i nuovi deputati e senatori subentrino e comunque non finirà per merito degli Usa o dell’Europa. Recenti studi pubblicati in Finlandia riducono di molto le stime sulle perdite russe e aumentano quelle ucraine smentendo clamorosamente quanto ufficialmente dichiarato dai vertici Ue e Nato. Iniziano a filtrare dall’Ucraina episodi brutali di torture a civili. Episodi isolati? Propaganda russa? Forse, ma ciò che filtra è dovuto alla disobbedienza civile degli stessi ucraini. Un fenomeno che di solito è il primo segno del crollo interno di uno Stato. Non sarà merito nemmeno dei volenterosi europei e della Nato. La strategia della claudicante alleanza conta sullo schianto della Russia e sul suo presunto bluff nucleare. Le provocazioni nel Baltico e nel Mar Nero fanno parte di questo azzardo: e se non fosse un bluff? Ci salveremo dicendo “scusate abbiamo sbagliato”? La rivista The Atlantic di questo mese ha ricostruito il coinvolgimento della Cia nella questione ucraina a partire dagli anni 90. Non c’è niente di ibrido: è belligeranza pura. E anche questo viene confermato dai viaggi “segreti” del direttore dell’agenzia Ratcliffe a Mosca. Latore di minacce e avvertimenti muscolari? Balle. Più verosimilmente ha chiesto garanzie sulla sicurezza dell’ambasciata a Kiev, delle strutture, le fabbriche e gli “operatori e consiglieri” americani in Ucraina. La Russia conta sulla parola di Trump, perché il conflitto si risolva a tavolino, ma è già pronta a fare da sola. Il popolo americano non ha cognizione del reale stato della sicurezza e dell’economia globale. Non conosce le difficoltà del Pentagono nel mantenere due conflitti contemporanei in un ambiente internazionale che non sopporta più l’egemonia degli Usa, a prescindere dal colore dominante al Congresso. Trump ha ancora un anno e mezzo prima di diventare veramente un’anatra zoppa. E adesso dà l’impressione di sentirsi sollevato. Può fare ciò che vuole. Perso per perso.

No Comments

Post a Comment

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.