LA PRESIDENZA IMPERIALE E IL TECNOFASCISMO: CRONACHE DALLA CASA BIANCA da IL MANIFESTO
La presidenza imperiale e il tecnofascismo: cronache dalla Casa Bianca
Guido Caldiron 04/11/2026
Scaffale americano «Cambio di regime» di Maggie Haberman e Jonathan Swan, «Illuminismo oscuro» di Arnaud Miranda
«Trump ha trasformato la natura stessa della presidenza e modificato il modo in cui negli Stati uniti e nel resto del mondo vedono il ruolo del presidente americano». Ha smantellato l’architettura istituzionale costruita dalla Casa Bianca perlomeno negli ultimi ottant’anni, ridotto, dal punto di vista americano, il ruolo dell’Onu, della Nato e dell’Organizzazione mondiale del commercio e adottato, sul piano interno, una linea brutale e che sembra infischiarsene apertamente del sistema di contrappesi che regola da sempre la democrazia statunitense, fino ad aver «piegato e persino spezzato le istituzioni».
Se questo impietoso, e peraltro parziale bilancio del secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca descrive quanto ogni osservatore ha potuto comprendere da sé, l’inchiesta che due veterani del giornalismo americano come Maggie Haberman e Jonathan Swan hanno realizzato seguendo la traiettoria dell’uomo negli ultimi tre anni, illumina anche ciò che di questa lenta ma costante deriva non è chiaro a prima vista.
PERCHÉ, NELLE PAGINE di Cambio di regime (traduzione di Federica Massa, Bompiani, pp. 548, euro 22), emerge fin nei dettagli come sia una trasformazione radicale del cuore delle istituzioni americane, verso quella che gli autori definiscono una «presidenza imperiale», ciò che si sta realizzando all’ombra del potere trumpiano. Frutto di centinaia di interviste che i due reporter che seguono da tempo la Casa Bianca per il New York Times – Haberman ha vinto nel 2018 il Pulitzer per gli articoli dedicati ai legami tra l’entourage di Trump e la Russia – hanno realizzato con lo staff del presidente, i suoi più stretti collaboratori, ma anche funzionari dei dipartimenti governativi, deputati, finanziatori, amici e soci in affari del tycoon, e anche con lo stesso presidente che ha concesso loro un’ora del suo tempo, il libro offre uno spaccato dall’interno della macchina di potere che guida oggi il Paese più potente del mondo. Con la consapevolezza, più volte ripetuta dagli autori, che difficilmente la politica e la società americane potranno tornare ad essere quelle «di prima» anche quando l’era Trump si sarà, finalmente, conclusa.
Se Maggie Haberman e Jonathan Swan descrivono l’organizzazione interna e i progetti, al netto dei «colpi di testa» e dell’apparente indefinitezza ideologica del presidente, dell’amministrazione Trump, decisa ad «indurre all’allineamento i principali centri della società», con ogni mezzo, il ricercatore francese Arnaud Miranda, docente a Sciences Po a Parigi, traccia i contorni di quella autentica controrivoluzione reazionaria che sembra in ogni caso aver accompagnato, se non apertamente influenzato, la presa del potere da parte di The Donald.
Nel suo Illuminismo oscuro (traduzione di Eliana Fantozzi, Rizzoli, pp. 184, euro 18), Miranda ricostruisce la genealogia del pensiero neoreazionario, le tracce che le analisi di figure tra loro anche molto diverse come Nick Land, Curtis Yarvin, Peter Thiel o Marc Andreessen sono riscontrabili non tanto nelle misure concrete che sono state adottate, quanto nello «spirito» dell’attuali amministrazione statunitense. Miranda è molto chiaro in proposito e sottolinea come il secondo mandato – ora sottoposto a verifica con il voto di midterm -, abbia proposto «una vera e propria ristrutturazione ideologica del trumpismo». Così, se la prima elezione di Trump «si era basata soprattutto su una strategia nazional-populista promossa dalla corrente alt-right e, in particolare, da Steve Bannon», per tornare a vincere nel 2024, il trumpismo sembra essersi ispirato a «due correnti intellettuali: quella postliberale e quella neoreazionaria».
E, IN PARTICOLARE la seconda, dove si intrecciano evocazioni tecnofasciste, come quelle riconducibili a Thiel, fondatore di PayPal, tra i primi investitori di Facebook e Airbnb e, più di recente, all’origine di Palantir, e neomonarchiche, ispirate a Yarvin, ritiene sia venuto il momento per il Paese «di mettere fine alla democrazia una volta per tutte». Questo il mandato affidato in questi ambienti all’amministrazione Trump.
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Il destino americano del tecnofascismo
Guido Caldiron 05/03/2026
Libri I progetti e la traiettoria di Peter Thiel, la figura più influente del circuito che sostiene Trump. «L’anima nera della Silicon Valley», di Luca Ciarrocca, per Fuoriscena

L’anima nera della Silicon Valley
Luca CiarroccaFuoriscena
«Si tratta di sviluppare il massimo di libertà e di coscienza vivendo sulla base del livello tecnico della propria epoca, usufruendo al massimo grado dei mezzi più avanzati senza restarne schiavi, dando alla società la struttura più idonea allo stadio cui sono arrivati i mezzi di produzione. È con questo spirito che voglio interrogare l’America». Pubblicato postumo, all’epoca l’autore aveva fermato il libro ancora in fase di bozze, in Un ottimista in America Italo Calvino raccoglie il diario del proprio viaggio negli Stati Uniti compiuto fra il 1959 e il 1960.
Nello sguardo dell’intellettuale, il Paese emerge come una sorta di luogo dei paradossi che mette insieme il dinamismo delle grandi città della costa orientale e l’arretratezza del Sud, l’ottimismo del pioniere e la solitudine esistenziale, una fantasia che sembra necessitare di una delimitazione e l’intrinseca apertura della libertà americana. Paradossi propri al pensiero di Calvino, ma che nel riflesso della società statunitense paiono acquisire una estrema determinazione.
CONSIDERAZIONI utili per definire l’orizzonte nel quale ha preso forma la novità forse più significativa, sebbene in modo decisamente sinistro, emersa dalla società americana negli ultimi decenni: vale a dire quella nuova destra che intrecciando cultura, politica e economia si candida anche a guidare, al di là dei confini del Grande Paese e complice la presidenza Trump, l’attuale tarda modernità. Appare infatti paradossale che la sfida della nuova Rivoluzione conservatrice globale si nutra dell’idea di liberare spazi e agibilità personali in un mondo che sarebbe fin troppo regolato, sottoposto a «burocrazie» ideologiche di ogni sorta, ridotto ad una sorta di «prigione» del pensiero e dell’iniziativa individuale. Certo, si tratta di una descrizione delle cose che mostra subito la corda, basti pensare all’offensiva contro il cosiddetto «politically correct»: essere liberi di usare epiteti razzisti o discriminatori appare come una forma ben strana di libertà!
Eppure, l’intera strategia di queste destre, poco importa che vadano sotto la denominazione di «new right» piuttosto che «alt-right», sembra poggiare sulla prospettiva di una maggiore autonomia di ciascun soggetto, la rivendicata limitazione dell’intervento pubblico e il massimo elogio della libertà individuale: ciò che gli americani definiscono come una posizione libertarian. Ma a rendere ancor più insidiosa la sfida è la caratteristica di alcune delle figure chiave del nuovo pensiero di destra che alla verve degli ideologhi di un tempo uniscono un ruolo di primo piano nell’«economia del futuro»: quello che è stato fino ad ora il cuore pulsante della Big Tech della Silicon Valley.
L’innovazione tecnologica, le nuove forme assunte dal sistema economico, l’organizzazione che dalle aziende si stende sul corpo sociale, sono in questo caso messe direttamente al servizio di un disegno strutturato che non si dovrebbe più aver timore a definire come una vera e propria ideologia. E il senso del paradosso, che ritorna ancora in questa disamina, appare ancor più evidente se si considera che dai presupposti di una richiesta di maggiore «libertà» si giunge per questa via ad ipotizzare ben più che una società del controllo, bensì un vero e proprio tecnofascismo, tale da smentire tutti i presupposti da cui il percorso aveva avuto origine.
QUESTA È AD ESEMPIO la sensazione che si ricava dalla lettura della prima biografia italiana dedicata a Peter Thiel, il miliardario fondatore di PayPal, tra i primi investitori di Facebook e Airbnb e, più di recente, all’origine di Palantir, l’azienda specializzata nell’analisi dei Big Data divenuta centrale a livello internazionale nell’industria della difesa, nell’intelligence come nelle attività di polizia. Nel libro dedicato a Thiel, L’anima nera della Silicon Valley (Fuoriscena, pp. 298, euro 19,50), Luca Ciarrocca, già autore di L’affaire Soros (Chiarelettere, 2019), descrive la traiettoria di un giovane universitario timido, che alla fine degli anni ’80 studia Filosofia e Legge a Stanford illustrandosi però nelle campagne del locale giornale studentesco – una vera «guerriglia editoriale» – contro il politicamente corretto, con la scusa di combattere l’ortodossia imperante nel Campus e difendere «punti di vista alternativi».
La figura di Thiel, via via emersa come il principale punto di riferimento dell’intero mondo della nuova destra, si segnala già allora per quello che Ciarrocca definisce come il metodo che l’uomo utilizzerà per tutta la sua carriera: «Prendere i simboli della tradizione e riutilizzarli per scopi di rottura». In altre parole, fare un uso rivoluzionario del conservatorismo più aggressivo: qualcosa che ricorda proprio il fascismo, quello del ’900.
SEGUONO LA CARRIERA nella finanza e nella Silicon Valley, l’amicizia e i successivi dissidi con Elon Musk, la fondazione di Palantir nel 2003, azienda che ha offerto i propri servigi alla Cia, all’Fbi, al Pentagono, al Dipartimento di Polizia di Los Angeles, all’Ice, a molte polizie europee, ma anche all’Intelligence e all’esercito israeliano e il cui algoritmo è stato tirato in ballo anche per la mattanza di Gaza. «Il fondatore di Palantir – scrive infatti Ciarrocca – si muove all’incrocio tra tecnologia, finanza, sorveglianza e media come un oligarca orwelliano dell’era digitale. La sua influenza supera il ciclo elettorale, costruisce con metodo un’infrastruttura che opera oltre la politica visibile, orienta decisioni e percezioni, prepara un futuro in cui il controllo è nell’ombra, gestito dall’intelligenza artificiale e dalle menti umane dietro di essa, e pervasivo».
Ma la «visione» di Thiel non si limita neppure a questo, prefigurando un futuro governo delle élite, tecnologiche, del Paese che rimpiazzi una democrazia sfibrata e resa inefficiente da regolamenti, burocrazia e norme a tutela delle minoranze. Più in là ancora, grazie alle biotecnologie, il «trascendentalismo» di Thiel immagina che gli esseri umani, ma ancora una volta solo una ristretta élite, possa puntare perfino a vincere la morte. Più prosaicamente, per tradurre subito in politica i propri proposti, il miliardario, in vista della possibilità di realizzare una piena «autarchia del potere digitale», ha sostenuto finanziariamente le campagne elettorali di Trump e offerto il proprio appoggio a J.D.Vance.
ANCORA UNA VOLTA, e si resta nel territorio del paradosso, l’idea di fondo di questa destra è che «l’enfasi sulla cultura woke, sulle politiche climatiche radicali e sulle leggi in materia di diversità e inclusione» sostenute dalla sinistra conducano inevitabilmente ad un futuro autoritario presidiato da una burocrazia politico-culturale. Il pericolo, come più volte sostenuto da Trump per chiedere maggiori poteri per la Casa Bianca, assume l’aspetto di una «minaccia esistenziale». Ciò che Peter Thiel ha tradotto, solo qualche mese fa, nel settembre del 2025, nell’organizzazione di un ciclo di quattro conferenze dedicate nientemeno che all’Anticristo che si sono svolte a San Francisco. Secondo lui «l’Anticristo tornerà sfruttando la paura dell’Armageddon, o di una crisi imminente, per consolidare il controllo politico e imporre un “governo mondiale”».
La minaccia assume così i contorni degli avversari politici della destra, e evocarla produce la crisi, e questa, a sua volta, legittima la concentrazione del potere. Ancora una volta l’allarme per il rischio della perdita della libertà si traduce nel suo contrario. Ed è all’origine, come sottolinea l’autore de L’anima nera della Silicon Valley, di «un ciclo che rafforza chi tiene le leve del comando, un’operazione di potere travestita da teologia».
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