COSÌ FO DIEDE PAROLA AL GIULLARE DI DIO da IL FATTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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COSÌ FO DIEDE PAROLA AL GIULLARE DI DIO da IL FATTO

Così Fo diede parola al giullare di Dio

Roberto Maier  18 Settembre 2026

Attraverso le sue opere, il premio Nobel ha raccolto le forme con cui la tradizione cristiana ha attraversato le esistenze degli ultimi e dei reietti della storia, andando oltre la “Sola scriptura”

Il centenario della nascita di Dario Fo, come ogni anniversario, suggerisce di raccogliere un lascito, di interpretarlo, di farsi carico delle forme in cui ha interpellato la cultura. (…)

In quest’opera di ricezione, il riferimento ricorrente di Fo al cristianesimo, a partire da quell’opera visionaria che fu, nel 1969 (e che fu poi molte altre volte ancora, grazie alla magia del teatro), Mistero buffo, interroga la fede e forse la teologia può raccogliere l’invito e prendere la parola. (…) La questione fondamentale che intravedo è quella della Parola o, più precisamente, del dare la Parola. L’intuizione – forse anche il motivo principale dell’interesse di Fo per la tradizione cristiana – è che il cristianesimo non possa dare la Parola senza anche, inseparabilmente, concedere la parola. Prendere la parola di fronte a Dio non fu la pretesa di Fo, ma quella che egli raccolse dalle forme attraverso cui la tradizione cristiana ha attraversato le esistenze degli ultimi, dei reietti, dei giullari della storia. L’episodio di Lu santo jullare Francesco (1999) – Francesco va da lu Papa a Roma (D. Fo, Teatro, Einaudi, 2000, pp. 919-941) – in cui il santo domanda a Innocenzo III il permesso di predicare il Vangelo, è paradigmatico della precisa consapevolezza che egli ebbe della posta in gioco. Il tema dell’ermeneutica, ossia di chi abbia diritto a prendere parola di fronte alla Parola, ovviamente, è rilevantissimo nella storia del cristianesimo: è stato uno dei nodi fondamentali della Riforma, riguardo al quale solo a distanza di secoli il Concilio Vaticano II, con un documento prodigioso, Dei verbum (è del 1965, mentre Mistero buffo è del 1969), ha trovato la chiave per tenere insieme Scrittura e Tradizione. Il modo in cui la Riforma aveva annunciato il diritto del singolo credente all’interpretazione della Parola di Dio, infatti, finiva per istituire un blocco teorico: la rivalità tra la lettura individuale e la tradizione delle ermeneutiche bibliche. La dinamica storica in cui essa si genera è più che comprensibile: la reazione a una gerarchia ecclesiastica che si presentava come l’interprete unica della Parola di Dio, venendo meno sia al compito di dare la Parola (attraverso la diffusione e la traduzione della Bibbia), sia a quello di dare parola al di fuori del proprio monopolio ermeneutico. La soluzione proposta, Sola scriptura, se da un lato autorizza l’accesso personale al senso del testo, dall’altro finisce per separarlo dalla drammatica culturale in cui le interpretazioni istituiscono un senso comune, che è invece luogo fondamentale per chiunque voglia prendere parola. I pericolosi effetti di una simile separazione dell’interpretazione individuale dai processi storici della tradizione vanno ben al di là delle finezze teologiche: una cosa è dare parola ai poveri affinché sottraggano la Scrittura al monopolio della gerarchia ecclesiastica, altra cosa è, per esempio, accettare che un politico usi la Bibbia per giustificare le guerre sante con i loro crimini. Il fatto è che, in entrambi i casi, l’operazione sembra essere la stessa: isolare l’interpretazione personale da quella tradizione che nei secoli ha edificato (e, talvolta, a quale prezzo!) un sentire condiviso.

Di fronte a ciò, l’operazione di Dario Fo scompiglia le carte per due motivi fondamentali. Il primo è che l’artista non presenta affatto la sua lettura del Vangelo, ma la sua relazione con quella tradizione che, seppur dimenticata, censurata, messa alla berlina, costituisce invece la trama segreta di quell’ermeneutica della Scrittura che ha attraversato la cultura occidentale. Il secondo è che la sua opera, vistosamente, non è Sola scriptura, ma propriamente la messa in scena di un extra-testo, di un testo perduto o persino di un testo non scritto, che diventa la materia fondamentale delle opere di Fo. (…) Nel solco di una Rivelazione eccedente il canone della Scrittura e della cultura ufficiale si collocano le giullarate di Dario Fo, sia nell’attingere materiale dai Vangeli apocrifi e dalle tradizioni popolari dei misteri (ai tempi decisamente neglette), sia nell’invenzione di scene certo bizzarre, ma del tutto plausibili nell’intricata trama dell’esperienza umana, nella quale Dio ha intessuto il filo d’oro della sua manifestazione: sono le storie degli astanti, degli spettatori più o meno partecipi, dei personaggi di contorno rimasti fuori dalla cornice narrativa. (…) Tra l’opera di Fo e la tradizione cristiana emerge oggi una vistosa convergenza che, forse, qualche decennio fa era ancora invisibile. Chi vede Dario Fo fuori dalla cornice? Vi scorge il matto, il folle e il giullare; vede un cieco e uno zoppo guariti dall’ultimo respiro del Crocifisso, vede Maddalena, il pianto di Maria, il soldato di Erode che vomita perché non ne può più di uccidere bambini, i bagarini che vendono i biglietti per assistere alla risurrezione di Lazzaro. Vede, insomma, quella realtà che, nell’evento della Rivelazione, era pur sempre in scena, senza alcuna soluzione di continuità se non quella operata dallo sguardo dei testimoni. Quel che resta fuori può essere a volte eccentrico, paradossale, ridicolo; ma talvolta è essenziale, un essenziale mai detto.

Ciò a cui Dario Fo dà voce non è, dunque, il testo, ma un extra-testo, la cui voce è paradossalmente autorizzata proprio dal fatto che l’istituzione, “sbiancando” la realtà (così si esprime Fo, nel prologo a Lo santo jullare Francesco), ha lasciato una pagina vuota. È del tutto naturale che a un testo che non c’è corrisponda anche una lingua che non c’è: il dialetto impossibile (san Francesco, predicando a Bologna, parla napoletano), il grammelot, che è una sorta di lingua prima delle lingue, che precede la confusione di Babele (e, dunque, la pretesa di rapire a Dio il suo posto). Ma anche una lingua che non si può pronunciare, una lingua proibita, scurrile, incessantemente abitata da cose che non si possono dire, lingua vinta e lingua dei vinti. Proprio dei vinti, dei poveri, Leone XIV, nella sua Esortazione apostolica Dilexi te, ha affermato pochi mesi fa che essi “sono soggetti capaci di creare una propria cultura” (n. 100), esibendo una inaspettata consonanza con il concetto gramsciano di egemonia, che fu ispiratore, secondo molti studiosi, della ricerca di Dario Fo. (…) Le ragioni degli ultimi, dei villani, sono anzitutto quelle del godimento, dell’amore per la vita; benché il canone religioso abbia spesso tenuto certi particolari ben fuori dalla sua cornice, il vino delle Nozze di Cana non è solo simbolico: è così buono che ci si ubriaca. Non ci sarebbe nulla da scandalizzarsi, perché anche le promesse di Dio emergono sin dall’origine della vita, nel bambino pieno di bisogni e persino di bisognini. Il ritorno dei godimenti fondamentali (il vino, il sesso, le lacrime, ma anche il voltastomaco e la merda e persino La fame dello Zanni), nelle opere di Fo, non mai è inquietante; è, piuttosto, il segno del legame con l’originario godimento del bambino per l’abbraccio della madre, lo stesso che, nella Strage degli Innocenti, una donna folle di disperazione restituisce a Cristo stesso, cullando un agnellino in vece del proprio piccolo. Similmente, non c’è nulla di scabroso nel fatto che il cieco guarito dall’ultimo respiro del Crocifisso, aprendo gli occhi al mondo per la prima volta scopra non solo il cielo e gli alberi, ma anche le donne (“Bèle le dòne!!!”, sebbene “…Miga tüte”). Se gli uomini di Chiesa hanno dimenticato questo originario amore per la vita, è bene che tornino indietro, rifacendo tutta la strada al contrario e imbrattandosi tutti, come il papa che abbraccia Francesco. L’odore delle pecore, che per papa Francesco i pastori devono avere addosso, non è in fondo questo? È però necessaria una precisazione: se l’appello al godimento dei villani di Dario Fo non ha nulla a che fare con la critica nietzschiana al cristianesimo, né con il mito fascista dell’uomo potente, né tantomeno con la promessa di spensierata felicità dello sviluppo capitalista, è proprio perché la parola la prende lui: il giullare, il villano, il bambino-agnello in braccio alla madre disperata. L’ermeneutica della giullarata prende parola perché è l’ermeneutica di un umano che, nella sua prosaicità, non vuole dominare, né essere come Dio, né costruire torri fino al cielo: gli basta, in fondo, abitare il margine in cui è stato cacciato, a patto, ovviamente, che gli si dia parola. (…)

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