E VENNE L’ETÀ DELLA GUERRA SENZA FINE da IL MANIFESTO
Saperi. In assenza di un grande collettore politico prevalgono le specializzazioni, manca il dialogo tra i saperi e la frammentazione blocca le potenzialità del pensiero critico. Una parziale cartografia degli studiosi italiani di varie discipline
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E VENNE L’ETÀ DELLA GUERRA SENZA FINE da IL MANIFESTO

E venne l’età della guerra senza fine

Marco Bascetta  11/09/2026

La traccia del secolo 2001-2026 Dopo l’11 settembre la politica americana ha assunto lo spirito e le modalità della vendetta. Non un disegno razionale ma la ricerca di una soddisfazione fine a sé stessa. Così la più grande potenza militare del pianeta perde, in Iraq, in Afghanistan e oggi nel Golfo. E il conflitto non prevede alcuna conclusione

Dell’attentato alle torri gemelle, 25 anni fa, si è detto, scritto, filmato, narrato di tutto. Ma una cosa non si può certo sostenere di quell’evento sensazionale, come frequentemente è stato invece fatto, che abbia cambiato il corso della storia. Per una semplice ragione: quel cambiamento era già avvenuto una decina di anni prima tra il 1989 e il 1992 con la dissoluzione dell’Unione sovietica e la conseguente fine della guerra fredda. L’attacco al cuore dell’America l’11 settembre del 2001 ha solo reso evidente, e nel modo più traumatico e impressionante possibile, la natura di quel cambio d’epoca con tutte le sue tragiche implicazioni.

La guerra fredda, oltre a uno sterminato arsenale nucleare, aveva lasciato in eredità un’arma ideologica estremamente letale e ben più maneggevole: il fanatismo religioso. Il calcolo occidentale era stato dei più semplici, o meglio semplicistici: l’Unione sovietica si ispirava all’ateismo il quale però era decisamente minoritario nella popolazione del pianeta. Modernità e laicizzazione non avevano affatto spazzato via il sentimento religioso, pur limitandone l’influenza e liberandosi delle zavorre più retrive. Dunque la religione poteva rappresentare un argine poderoso contro l’espansione sovietica nel mondo. «Dio ti vede, Stalin no!», fu uno degli slogan che di parrocchia in parrocchia portò alla vittoria la Democrazia cristiana di Alcide De Gasperi nelle elezioni politiche italiane del 1948. Ma Allah, mobilitato dagli Usa contro i sovietici e i loro alleati in Afghanistan e in altre parti del mondo, non si sarebbe limitato a puntare il suo sguardo severo sui reprobi, minacciando l’inferno. L’Islam non era nato entro i confini di un impero strutturato, solido e interconnesso come quello romano, a Cesare non doveva nulla e si affacciava alla storia come potere costituente.

Questa autonomia politica originaria gli ha permesso di raccogliere, organizzare e perfino radicalizzare i sentimenti anticoloniali e antioccidentali di popolazioni che avevano subito disprezzo, sfruttamento e dominazioni straniere perlopiù non riconducibili all’ateismo socialista sovietico. Gli Stati uniti avrebbero così dovuto constatare che i Talebani non erano la Democrazia cristiana e che in tutto il mondo islamico, anche quello tradizionalmente ed economicamente più legato all’Occidente, covavano frustrazioni e desideri di rivalsa antioccidentali.

L’attentato dell’11 settembre è interamente calato in questo contesto e lo porta in superficie con un imprevedibile eccesso. Dopo la fine della guerra fredda nel mondo intero si è diffusa la più spietata e insidiosa fattispecie di terrorismo: quello suicida. Una forma di lotta impensabile, se non sulla base di un fanatismo di natura religiosa con diffusione capillare, laddove ogni singolo, ogni veicolo, ogni arnese potevano trasformarsi in arma letale. Come poi puntualmente è accaduto.

Ma più specificamente, che effetto ha avuto sulla politica statunitense l’attacco più inatteso e spettacolare di tutta la storia americana? Si può azzardare una risposta, per nulla esauriente ma con alcuni riscontri. La politica americana e in particolare la sua componente bellica hanno assunto da allora lo spirito e le modalità della vendetta. L’America aveva subito un’offesa che non poteva restare impunita, una ferita che solo il totale annientamento dei suoi autori poteva far rimarginare. La reazione doveva dunque essere spietata e terrificante. Assunse fra l’altro i nomi di Guantanamo con le sue gabbie a cielo aperto, e Abu Grahib, il carcere delle torture inflitte dai soldati americani ai prigionieri irakeni tra il 2003 e il 2004. Macchie indelebili sulla retorica della «guerra giusta». Senza contare gli innumerevoli civili sacrificati alla vendetta di Washington in Afghanistan e durante la seconda guerra irakena.

Ma non è questa ripugnante mancanza di scrupoli la novità più rilevante (anche in Vietnam le truppe americane avevano commesso numerosi crimini), bensì l’accecamento che ha indotto. La vendetta non è una politica, non è un disegno razionale, non mira a un assetto, ma cerca una soddisfazione fine a sé stessa. È il contrario esatto di quel nation building che la retorica occidentale simulava di perseguire. In balia di sentimenti irrazionali, per soddisfare la masnada che la reclama, la vendetta deve esibire modalità teatrali come il linciaggio o la lunga caccia a Osama Bin Laden. Sono tutte caratteristiche che conducono inevitabilmente alla sconfitta.

Così la più grande potenza militare del pianeta perde: perde in Iraq dove non riesce a imporre un assetto controllabile; perde in Afghanistan dove tornano i Talebani più truculenti che mai, pronti a far fuori tutti quelli che avevano creduto nelle promesse americane; si accinge a perdere, comunque vada a finire, nel Golfo persico. Ma la vendetta, come ci insegna l’epopea delle faide, nasconde una ulteriore insidia: non ha mai fine. Si protrae e rinnova in una lunga catena di azioni e reazioni. Ecco perché gli Stati uniti subiscono una sconfitta dopo l’altra, ma al tempo stesso non riescono a tirarsi fuori dal pantano che gli riserva ulteriori futuri fallimenti.

Con Donald Trump, infine, lo spirito di vendetta si impossessa di tutto lo spettro della politica americana. Si vendica dei presunti maltrattamenti economici subiti con i dazi, ricattando come può concorrenti e alleati. L’intera ideologia Maga è del resto impregnata di risentimento e spirito di vendetta.

Che effetto ha avuto invece l’11 settembre sui grandi movimenti di massa dei primi anni 2000? Non ebbe la forza di fermarli, perché l’insorgenza internazionale contro il globalismo neoliberale aveva già compreso che l’opposizione alla guerra americana non poteva più coincidere con un apprezzamento dei suoi bersagli. Nessuna identificazione etica e politica poteva darsi con i Talebani, con i seguaci di Saddam e in seguito con Al Qaida, l’Isis o gli assassini del Bataclan.

Finiti i tempi di un antimperialismo ingenuamente trionfalista, seppure storicamente giustificato, al revanscismo islamista si poteva fare tanto poco riferimento quanto al vittimismo vendicativo americano. Il movimento dei movimenti doveva ricercare strumenti e pratiche proprie, non circoscritte ad alcuna tradizione culturale, distogliendo lo sguardo da fari ideologici in rovina senza timore di azzardate contaminazioni. A determinarne la crisi non fu dunque lo shock dell’11settembre, ma la repressione implicita nel connubio-conflitto tra neoliberismo e regimi autoritari che seguì. Cui si aggiungeva l’ignavia di una sinistra, soprattutto occidentale, accomodatasi alla corte dell’accumulazione capitalistica e dedita a trascurabili interessi di bottega.

Una scena chiave: crolla il mondo bipolare

Ida Dominijanni  11/09/2026

La traccia del secolo 2001-2026 Quei due aerei apparsi tanto alieni che infilzavano i simboli dell’Impero erano intrisi dell’immaginario e delle astuzie del nemico

Cittadini in fuga dalle Twin Towers in fiamme – Foto di Mario Tama/Getty Images

Fu tutt’altro che univoca l’interpretazione degli attentati dell’11 settembre e dello shock globale che ne seguì: massimamente perturbante (in senso freudiano), l’immagine delle Twin Towers di New York infilzate da due aerei-kamikaze provocò il rifugio in letture difensivo-aggressive rassicuranti, che si trattasse di difendere l’amico americano (come fece compattamente il mainstream) o di attaccare il nemico americano che in fondo se l’era cercata (come fece quella parte dell’estrema sinistra che all’antiamericanismo non rinuncia mai). Eppure la scena, ossessivamente riproposta sugli schermi di tutto il pianeta per settimane, mesi e anni, parlava da sola, e di ben altro.

Doppie e gemelle, nell’attimo del crollo le torri-simbolo di Manhattan ci mandavano a dire che il mondo bipolare e gemello, geometricamente spartito nei suoi spazi politici, militarmente e ideologicamente ordinato dalla logica amico/nemico, era crollato con loro: all’alba del XXI secolo non era più pensabile con le coordinate del XX, e nemmeno con la favola bella di una globalizzazione senza attriti e di una democrazia senza rivali raccontata in coro da tutto l’Occidente dopo un altro crollo, quello del Muro di Berlino nel 1989. Dodici anni erano bastati per far saltare in aria “il nuovo ordine mondiale” a indiscussa egemonia americana proclamato da George Bush nel 1991. Ma erano bastati anche perché la globalizzazione cambiasse la pelle e le viscere del pianeta e dei suoi abitanti, comprimendo lo spazio e il tempo, forando i confini, erodendo la sovranità nazionale, ibridando le culture e le identità, cambiando i soggetti e le forme dello scontro geopolitico. Nell’Impero – come lo avevano definito Toni Negri e Michael Hardt nel loro libro di culto del 1999 – non c’era più un esterno e un interno. E infatti quei due aerei apparentemente così alieni e quei piloti kamikaze che infilzarono il simbolo del potere imperiale erano intrisi in realtà dell’immaginario, la tecnologia e le astuzie politiche del nemico. Più che per un attacco esterno, l’Impero vacillava per una sorta di implosione interna.

Bisognava aguzzare l’ingegno per afferrare il significato dell’evento. E ci fu chi lo fece: l’11 settembre fu anche un evento del pensiero critico (ho cercato di darne conto in occasione del ventennale nel mio 2001. Un archivio, manifestolibri 2021), che si aprì a categorie innovative incentrate sull’interdipendenza, la vulnerabilità, la relazione con il diverso, gli effetti positivi che la ferita dell’11 settembre, se elaborata e non rimossa, avrebbe potuto avere sull’autocoscienza della più potente democrazia del mondo. Ne nacque un laboratorio di idee ancora prezioso per leggere il caos geopolitico di oggi. Ma il mainstream andò in tutt’altra direzione: il contraccolpo dell’11 settembre fu regressivo, anzi propriamente reazionario, e feroce, nelle cose e nel pensiero. E di fatto dettò all’Occidente l’agenda politica del ventennio successivo, sotto le insegne del paradigma neoconservatore dello “scontro di civiltà” che tuttora influenza la lettura di uno scenario geopolitico pur ulteriormente cambiato rispetto a quello d’inizio secolo.

Solo in superficie ispirato al celebre libro di Samuel Huntington Clash of Civilization, che il “clash” puntava a scongiurarlo e non ad attizzarlo, quel paradigma non servì solo a legittimare le guerre contro il terrorismo internazionale in Afghanistan e in Iraq (e altrove). Servì anche e soprattutto a blindare militarmente la narrativa messianica della democrazia che aveva imperversato dall’89 in poi: se dopo la sconfitta del comunismo la democrazia era diventata l’unico regime politico desiderabile e destinato a imporsi su scala planetaria, dopo l’11 settembre diventava un regime da esportare anche con le armi, spostando la linea del nemico, di volta in volta, dai fondamentalisti islamici ai dittatori fino, più di recente, agli autocrati. E certo c’è voluta una bella dose di ironia della storia perché l’amministrazione Biden riattivasse quella narrativa contro la Russia subito dopo che la sua efficacia era stata clamorosamente smentita dalla ritirata americana dall’Afghanistan nel 2021. Venti anni dopo il 9/11, il Nemico perduto con la fine della Guerra fredda tornava al suo posto di partenza, in terra russa.

Lo schema dello scontro di civiltà è parso in seguito archiviato dall’autocrate che gli Stati uniti hanno partorito in casa propria, Donald Trump, il quale con i suoi simili sparsi per il mondo preferisce fare affari e al quale della difesa della democrazia, in guerra o in pace, importa meno di zero. In realtà Trump lo disattiva o lo riattiva a corrente alternata, com’è chiaro quando minaccia l’Iran di distruggere «un’intera civiltà in una notte». È un altro tuttavia il filo di ferro che lega l’ascesa di un personaggio come Trump alla scia sotterranea, e perfino inconscia, dell’11 settembre, e sta nel binomio sovranismo-suprematismo.

Per quanto la letteratura politologica associ l’affermarsi dei sovranismi e dei populismi, di là e di qua dall’Atlantico, alla crisi economica del 2008 e seguenti, la radice profonda del sovranismo americano va ricercata nel dopo-11 settembre. È allora che gli Usa rispondono alla sfida globale e virale del terrorismo internazionale con il tentativo di riaffermare militarmente la potenza della sovranità nazionale lesionata, all’implosione dell’Impero con un backlash imperialista, all’attacco degli “alieni” con il presidio dei confini e con una morsa securitaria interna, al disorientamento della società e dell’individuo americani con la costruzione del cittadino autoctono, virile e nazionalista. Sovranità dello Stato e sovranità dell’io si stringono in un patto che rimuove la ferita dell’11 settembre, e invece di risanarla con la presa d’atto dell’interdipendenza e della vulnerabilità globali la saturano con dei surrogati dell’onnipotenza perduta. Come spesso accade, c’è un lutto non elaborato, in questo caso il lutto per la perdita dell’inviolabilità, alla radice di una postura difensiva e aggressiva.

Tuttavia, la vicenda che qui stiamo ricordando per (troppo) sommi capi è stata tutt’altro che compatta e unidirezionale. L’elezione di Barack Obama nel 2008 fu espressione di una potente controtendenza, in cui la società aperta e multiculturale americana si prese la sua rivincita sul cammino tracciato dai neocon. Che quella controtendenza sia stata sconfitta dalla prima e inaspettata elezione di Trump e poi dalla seconda non significa che sia esaurita: negli Usa la partita resta aperta, come dimostrano l’esperimento Mamdani, il risveglio dei democratici socialisti, i movimenti di resistenza ai soprusi di Trump e dell’Ice. Nel male e nel bene gli Stati uniti potranno ancora stupirci nel prossimo futuro. Piuttosto, è la profezia di chi dopo l’11 settembre vedeva gli Usa «figli di Marte» condannati alla perdizione e l’Europa «figlia di Venere» deputata a custodire la pace e il diritto a risultare clamorosamente smentita dallo stato fra il letargico e il neonazista in cui versa il Vecchio continente.

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