LA SINISTRA “BRAMINICA” CHE ABBAIA ALLA LUNA da OFFICINADEISAPERI
LA SINISTRA “BRAMINICA” CHE ABBAIA ALLA LUNA
Piero Bevilacqua 09/09/2026
La sinistra “braminica” (come ironicamente la definì Piketty in un brillante saggio del 2018) continua a non capire. Una settimana fa si eccitava perché, nella grande disfida di Cernobbio, Mario Monti avrebbe “asfaltato” Roberto Vannacci. Non le passava, neanche per un istante, per l’anticamera del cervello, che erano state proprio le politiche del primo (e di chi gli era succeduto) a generare l’humus in cui oggi prospera il secondo (il cui turno è giunto, in successione, dopo quello di Salvini e di Meloni).
Nessuna comprensione dialettica del reale: solo l’eccitazione infantile per l’eterno scontro tra le forze del bene e quelle male. Ma si sa: meglio Heinrich Brüning che Adolf Hitler (anche se il primo spianò la strada al secondo con le sue cieche politiche deflattive, sostenute fino all’ultimo anche da Rudolf Hilferding e dalla socialdemocrazia tedesca).
Poi è arrivata la batosta sassone. E anche qui, la sinistra braminica ha cercato di concentrarsi (con gli argomenti più fantasiosi e anacronistici) sul singolo “albero”, per evitare di dover parlare della “foresta”. Ed è così che la sberla sassone si trasforma nell’esito infausto di una storia assai ‘locale’ (messaggio rassicurante), i cui caratteri peculiari (idiografici, si sarebbe detto un tempo) avrebbero la precedenza su quelli di carattere sistemico, che nessun vuol vedere e con i quali nessuno vuole fare i conti.
Il bias cognitivo ci permette così di inquadrare la “tragedia” tedesca in un contesto più remoto e più lontano da noi e di scansare ogni analisi di un presente a dir poco imbarazzante.
No, non sto dicendo che la sinistra braminica fa così perché non vuol vedere, nel voto in Sassonia, la crisi della socialdemocrazia, il suo ideale eterno, astorico, atemporale.
Sto dicendo che il voto sassone concede un’ultima possibilità (anche ai più duri di comprendonio) per capire che la sconfitta della socialdemocrazia (la fine della sua parabola storico-politica) si è consumata più di trent’anni fa. Il voto in Sassonia è come la scia luminosa di quelle stelle cadenti, che testimoniano di un evento veramente rilevante, avvenuto però molto ma molto tempo prima.
Il guaio è che la sinistra braminica si è persa un’intera fase storica ed anche oggi continua a comportarsi come quell’esercito francese che – si rammaricava Marc Bloch ne “L’Étrange Défaite “ – stava sempre una guerra “indietro”.
La sinistra braminica ha un problema con la comprensione del proprio tempo storico.
Nelle sue coordinate mentali, populismo e nazionalismo hanno smesso di essere categorie analitiche utili alla comprensione di fenomeni storico-sociali, per diventare pure etichette morali che urtano i “nostri valori”, la nostra coscienza “postmoderna” e “norm oriented”.
In questo approccio, il nazionalismo – trattato come un amalgama indistinto – viene interpretato come un mero “residuo arcaico” o come il semplice risultato della pura “manipolazione retorica”.
E già solo questo ci rende incapaci di distinguere tra il nazionalismo che riemerge nelle società declinanti (introverso, difensivo, anti-globalista, centrato sulla protezione della comunità nazionale contro élite cosmopolite, immigrati, istituzioni sovranazionali) e quello che si afferma nelle società emergenti (espansivo, ottimista, orientato a costruire sempre nuove connessioni, rivolto verso il riconoscimento esterno e la revisione dello status).
Ora è il caso di smetterla di guardare un albero alla volta. La foresta esiste. E urge fare un bilancio.
In Italia Meloni regna indisturbata ormai da quattro anni. La classe dirigente britannica è alla frutta (e forse anche il paese intero). Quella francese è appesa a un tenue filo, che prima o poi si spezzerà. Ed ora viene allo scoperto la gravità e la profondità della crisi tedesca: la fine di un modello che ha accumulato i suoi successi contribuendo agli squilibri globali (vent’anni fa i surplus tedeschi erano superiori a quelli cinesi), imponendo la deflazione salariale all’intera area euro e alimentando quella che alcuni definirono la “mezzogiornificazione” (il termine lo inventò Paul Krugman) delle aree della ex-DDR. Più in generale, da circa quindici anni l’economia tedesca era desincronizzata dai ritmi di crescita di quella europea: d’altra parte non puoi considerare veramente come un tuo mercato un’area che devasti sistematicamente con le politiche deflattive.
Nel contesto di un crollo generale degli equilibri mondiali, la crisi europea è appena al suo esordio.
Il peggio deve ancora venire. Il fallimento non è di questo o quel paese. Ad essere fallito è l’intero progetto continentale.
D’altra parte, se il delirante obiettivo di costruire l’homo europaeus attraverso la moneta unica (non avrai altro Dio!) non fosse già fallito, Bruxelles non si sarebbe convertita all’idea di una guerra permanente con la Russia, come ultimo tentativo di costruire un cemento comune tra 27 paesi che passano il loro tempo a farsi una spietata concorrenza fiscale.
Qualcuno, nella foga della polemica, questo “segreto di Pulcinella” se l’è pure lasciato scappare: prima Mario Monti, giusto due anni fa (Assolombarda, 8 settembre 2024); poi recentemente Nathalie Tocci (sulle pagine di “The Economist”).
Nella più elementare delle dinamiche sociologiche, quando tutto è fallito, la sola evocazione di un nemico esterno può ridarti identità “in negativo”: tanto più se ha i caratteri grotteschi (l’eterno “trinariciuto”) che, con inquietante uniformità e serialità, una sempre più piccola, piccola, piccola (poiché culturalmente sempre più miserabile) borghesia europea – nel suo imbarazzante ‘orientalismo’ – evoca come responsabile di ogni disavventura (nel mentre protegge con tenacia e perseveranza il grande genocida che regna a Tel Aviv).
Il mondo crolla e la sinistra braminica abbaia alla luna.
Il risultato sociale di questo ripiegamento involutivo è il declino politico-cognitivo delle classi dirigenti e la loro incapacità di affrontare i problemi reali.
Saltando (per carità d’Europa) sul fatto che le nullità che stanno crollando una ad una si sono autoproclamate “coalizione dei volenterosi”, minacciando di trascinare in guerra proprio quegli elettori che a stento le sopportano, rimaniamo sul terreno delle questioni “interne”:
• riflessioni sulla parabola venticinquennale dell’economia europea: zero;
• riflessioni sulla polarizzazione sistemica dei redditi e dei patrimoni: zero;
• riflessioni sulla sistematica precarizzazione dei mercati del lavoro: zero;
• riflessioni sul declino sociale e sulla spirale del declassamento: zero;
• riflessioni sul declino dei sistemi educativi: zero;
• riflessioni sul degrado dei sistemi sanitari: zero;
• riflessioni sul declino della partecipazione politica: doppio zero (perchè poi, se la gente va a votare…).
Otto anni fa, Thomas Piketty – autore del memorabile volume “Il capitale nel XXI secolo” (2014) – si chiedeva come fosse mai possibile che l’aumento vertiginoso della disuguaglianza dagli anni Ottanta in poi non avesse prodotto una corrispondente radicalizzazione della domanda politica di redistribuzione, ma fosse coinciso, invece, con l’indebolimento del voto di classe e con l’ascesa dei conflitti identitari, migratori e “populisti”. In breve: come spiegare la fine della socialdemocrazia europea e il suo totale annichilimento all’interno del sistema neoliberista.
Da questa domanda nacque un interessante saggio storico-politologico, cui non fece seguito alcuna discussione pubblica.
La sinistra braminica – preoccupata unicamente dei rendimenti del proprio “capitale educativo”, ha sistematicamente imposto un’agenda politico-culturale che ci ha condotti, anno dopo anno, a giungere intellettualmente e politicamente impreparati dinanzi a quella che potrebbe diventare una delle crisi più serie della storia europea.
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