25 SOLUZIONI ONU CONTRO I DRAMMATICI IMPATTI SANITARI ED ECONOMICI DELL’INQUINAMENTO ATMOSFERICO A LIVELLO GLOBALE da IL MANIFESTO
Le 25 soluzioni Onu contro i drammatici impatti sanitari ed economici dell’inquinamento atmosferico a livello globale
Redazione 10/06/2026
La valutazione Nel 2025, l’esposizione all’inquinamento esterno di origine antropica avrebbe causato 6,4 milioni di morti premature
Donna con mascherina attraversa la strada mentre il fumo avvolge la città – Foto Ap
La recente valutazione «Hidden Assets: The Economic and Health Case for Climate and Clean Air Action» del Programma Onu per l’ambiente (Unep) e della «Climate and Clean Air Coalition» prende in esame i drammatici impatti sanitari ed economici dell’inquinamento atmosferico nel mondo, indicando un pacchetto di 25 soluzioni. Nel 2025, l’esposizione all’inquinamento esterno di origine antropica avrebbe causato 6,4 milioni di morti premature.
L’inquinamento atmosferico indoor (domestico) è collegato ad altri 2 milioni di morti. Sempre nello stesso anno, si stimano 5,5 milioni di nuovi casi di asma infantile e 2 milioni di nuovi casi di demenza. Da qui al 2050, la piena attuazione di 25 misure indicate dagli esperti potrebbe prevenire 277 milioni di morti premature legate all’inquinamento e centinaia di milioni di casi di malattie croniche. Non solo: ogni anno di ritardo costa al mondo più di 1,5 trilioni di dollari in benefici che non riavremo. Le 25 misure indicate presentano un ordine di importanza diverso a seconda delle regioni e coprono diversi settori: sistemi energetici, industria, trasporti, agricoltura, allevamento e sistemi alimentari, cucina e riscaldamento residenziali, rifiuti.
Nel 2025, il 24% della popolazione faceva ancora affidamento sui combustibili solidi (legna, carbone) per cucinare; dovrebbero essere eliminati entro il 2035. L’attuazione delle 25 misure antinquinamento dimezzerebbe le emissioni di anidride carbonica entro il 2050, evitando un riscaldamento globale di circa 0,34 gradi entro il 2050 e di 1,4 entro il 2100.
La questione energetica e le sorti della società italiana
Angelo Mastrandrea 10/09/2026
Nucleare vs rinnovabili Il libro si presenta come uno strumento divulgativo pensato per offrire una via d’uscita concreta dall’era dei combustibili fossili entro la metà del secolo
Quale energia per quale società
Luciano Benini è un fisico sanitario e ambientale che da oltre cinquant’anni si occupa di energia ed è l’ex presidente del Movimento Internazionale della Riconciliazione, ramo italiano del movimento fondato da Martin Luther King.
HA SCRITTO UN AGILE pamphlet, Quale energia per quale società (Edizioni Banca del Gratuito, 61 pp.) in cui dice, in buona sostanza, che l’energia che scegliamo dice molto su quale società vogliamo costruire. Il libro si presenta come uno strumento divulgativo pensato per offrire, dati alla mano, una via d’uscita concreta dall’era dei combustibili fossili entro la metà del secolo.
HA COME TESTO di riferimento l’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco, richiamata come riferimento etico e culturale per tenere insieme giustizia sociale, pace e cura dell’ambiente. Per Benini la transizione energetica non è soltanto una questione tecnica, ma una scelta di civiltà: un cambiamento che dovrebbe essere prima di tutto «socialmente desiderabile», capace di affrontare le questioni della povertà, dei conflitti e della crisi climatica.
BENINI RIPERCORRE ANZITUTTO la storia energetica italiana, a partire dalla crisi petrolifera del 1973, quando il prezzo del greggio decuplicò in pochi giorni e il governo elaborò il primo Piano energetico nazionale. Secondo l’autore, le stime di consumo elettrico furono all’epoca gonfiate per giustificare la costruzione delle centrali nucleari, che poi saranno chiuse dopo il referendum del 1986 (voto ripetuto nel 2011, dopo l’incidente nucleare di Fukushima).
ORA IL GOVERNO MELONI vorrebbe riaprire le porte all’energia nucleare, e Benini elenca tutte le controindicazioni: le scorie radioattive, che nessuno vuole; il rischio di emissioni radioattive; il legame con il nucleare militare; i costi, stimati in almeno 170 dollari per megawattora contro i 50 del fotovoltaico, e i tempi di realizzazione, non inferiori a 15 anni, che renderebbero l’energia atomica inutile per rispettare gli obiettivi climatici al 2050.
IL LIBRO PROPONE un percorso concreto per l’uscita dai combustibili fossili basato sul risparmio energetico, sull’efficienza e sulle fonti rinnovabili. Attraverso i dati ufficiali di Terna, Snam ed Enea, Benini calcola settore per settore – edifici, industria, trasporti ed energia elettrica – quanta produzione aggiuntiva da rinnovabili servirebbe per azzerare l’uso di petrolio, gas e carbone entro il 2050: sono circa 307 terawattora l’anno, da aggiungere ai consumi attuali.
UN OBIETTIVO che l’autore giudica pienamente raggiungibile, visto che il solo potenziale di geotermia, eolico, biomasse sostenibili e fotovoltaico disponibile in Italia supererebbe già oggi i 1.000 terawattora annui.
IL LIBRO DEDICA AMPIO SPAZIO anche alle implicazioni geopolitiche della questione energetica: dal legame fra guerre contemporanee e controllo dei giacimenti fossili – da Gaza al Venezuela, dal Sudan al Donbass ucraino – fino ai costi sanitari dell’inquinamento atmosferico, che secondo l’autore causa oltre 4 milioni di morti l’anno nel mondo, 90 mila in Italia. Richiama la nozione di «transarmo» elaborata dal sociologo norvegese Johan Galtung: un vero cambio di modello energetico dovrebbe accompagnarsi anche a una trasformazione dei sistemi di difesa, orientandoli verso forme difensive e nonviolente.
ANCHE I CITTADINI POSSONO svolgere la loro parte, riducendo gli sprechi (ad esempio con l’isolamento termico degli edifici), aumentando l’efficienza (con pompe di calore, fornelli a induzione, illuminazione a Led) e installando il fotovoltaico con batterie di accumulo, per evitare che l’energia prodotta si disperda. L’autore sostiene che, tra detrazioni fiscali e risparmio in bolletta, questi interventi finirebbero per ripagarsi da soli. Ci sono poi le Comunità energetiche rinnovabili, che permettono a famiglie e piccole imprese di produrre e condividere energia pulita a livello locale, ottenendo incentivi dal Gestore dei servizi energetici.
Ripristinare la natura, non c’è tempo da perdere
Federico Varazi
Slow Food Il primo settembre è scaduto il termine per la presentazione alla Commissione europea delle proposte dei Piani nazionali di ripristino. L’Italia è tra i Paesi che non hanno presentato in tempo il proprio piano
La vera domanda, oggi, non è se il Piano nazionale di ripristino della natura (Pnr) imponga qualche vincolo in più ai Comuni. È se l’Italia voglia davvero cambiare paradigma: non limitarsi a compensare i danni prodotti dalla trasformazione del territorio, ma restituire spazio alla natura là dove glielo abbiamo sottratto.
Il primo settembre è scaduto il termine per la presentazione alla Commissione europea delle proposte dei Piani nazionali di ripristino. L’Italia è tra i Paesi che non hanno presentato in tempo il proprio piano.
Proprio in questi giorni è emersa una questione tutt’altro che secondaria. Quattordici associazioni, tra cui Slow Food Italia, hanno chiesto al Ministero dell’Ambiente di rendere finalmente pubblico il testo trasmesso e di chiarire che fine abbiano fatto le osservazioni raccolte durante la consultazione. Quali siano state accolte e quali respinte. Perché la partecipazione non può essere soltanto una procedura. Se chiediamo a cittadini, associazioni, imprese, agricoltori, amministrazioni e mondo della ricerca di contribuire alla costruzione di un Piano, poi dobbiamo anche poter capire se e come quei contributi abbiano inciso sulle scelte finali.
E c’è un altro elemento che preoccupa. Le associazioni hanno segnalato il rischio che alcune misure sugli ecosistemi urbani possano essere indebolite, in particolare quelle che riguardano la tutela del verde, della copertura arborea e dei suoli non artificializzati. Per decenni abbiamo considerato il suolo una riserva da sfruttare, il territorio uno spazio da trasformare e il cemento una forma quasi automatica di crescita economica. Oggi quel modello ci presenta un conto enorme, spesso pagato dalla collettività: meno acqua assorbita, più calore, meno biodiversità, meno fertilità dei suoli e maggiore vulnerabilità agli eventi estremi.
Ripristinare la natura non significa fermare lo sviluppo. Significa cambiare l’idea di sviluppo.
I Comuni saranno decisivi, perché è nei territori che questa trasformazione dovrà diventare concreta: rigenerare gli spazi pubblici, depavimentare dove possibile, aumentare e qualificare il verde urbano, restituire spazio ai fiumi, fermare il consumo di suolo. Ma per farlo servono competenze, strumenti e risorse. E soprattutto serve riconoscere che la natura non è qualcosa che esiste soltanto dentro un parco o in un’area protetta. Un prato stabile, un pascolo, un oliveto tradizionale, una siepe, un sistema agroforestale non sono soltanto elementi del paesaggio. Sono infrastrutture ecologiche che producono insieme cibo, biodiversità e servizi essenziali per le nostre comunità.
È una delle cose che Slow Food ha imparato in tanti anni di lavoro con contadini, allevatori, pescatori e comunità locali: difendere la biodiversità significa difendere la possibilità stessa di produrre e vivere bene. Per questo il Piano nazionale di ripristino può essere un’occasione straordinaria. Ma solo se manterrà l’ambizione necessaria e sarà accompagnato da strumenti e risorse adeguati.
Un bosco, un prato, un fiume, un suolo fertile, un parco urbano non sono ostacoli allo sviluppo. Sono infrastrutture della nostra sicurezza, della nostra salute, della nostra economia e anche della nostra sicurezza alimentare. La domanda, allora, non è quanto possiamo permetterci di tutelare la natura. È quanto possiamo ancora permetterci di perderne.
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