“BENESSERE O GUERRESSERE”? da IL FATTO
Volete “burro o cannoni”? Transizione ecologica o riarmo? A voi la risposta a una domanda facile
Ferdinando Boero 5 Agosto 2026
Cambiano le parole, ma la scelta rimane identica: decidere se le risorse della collettività debbano essere destinate principalmente a migliorare la vita delle persone o a distruggerla
Mussolini, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, chiese alla folla: “Volete Burro o cannoni?”. Se vogliamo essere una grande potenza dobbiamo rinunciare a una parte del nostro benessere e investire nella preparazione della guerra. Un boato chiese cannoni.
Mario Draghi chiese agli italiani: “Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?”. Cambiavano le parole, ma la logica era la stessa: siete disposti a sacrificare una parte del vostro benessere per affrontare una crisi internazionale? Ironicamente oggi il condizionatore acceso può salvare la vita ai fragili…
La prima Commissione Von der Leyen aveva scelto il benessere. Il Green Deal europeo e il Next Generation EU erano nati dall’idea che non possano esistere esseri umani sani in un ambiente malato. La salute delle persone, quella degli ecosistemi e quella dell’economia sono aspetti della stessa realtà. La transizione ecologica avrebbe dovuto rappresentare la grande strategia europea per il XXI secolo.
La strategia non fu perseguita con sufficiente convinzione. Mentre la Cina investiva massicciamente nelle energie rinnovabili, nelle batterie, nelle auto elettriche e nei pannelli fotovoltaici, noi continuavamo a difendere gran parte dell’apparato produttivo tradizionale. Quando è apparso evidente che stavamo perdendo la competizione industriale, invece di rilanciare la sostenibilità abbiamo cambiato priorità. Il nuovo progetto industriale europeo è diventato il riarmo.
Ci viene spiegato che è inevitabile. La Russia rappresenta una minaccia e dobbiamo prepararci. Poco importa che i Paesi europei, nel loro insieme, spendano già oggi più della Russia in armamenti. Poco importa che abbiamo svuotato gli arsenali inviando armi all’Ucraina e che continuiamo ad acquistarne, in larga misura dagli Stati Uniti, per ricostituirli. La conclusione è sempre la stessa: bisogna produrre ancora più armi. Una scelta che va nella direzione opposta rispetto a quella indicata dagli ultimi due pontefici. Papa Francesco definì la guerra come “una sconfitta dell’umanità”. Nell’enciclica Fratelli tutti scrisse che oggi è molto difficile continuare a parlare di ‘guerra giusta’: la guerra non rappresenta più uno strumento accettabile per risolvere i conflitti.
Papa Leone XIV, fin dal primo saluto, ha parlato di una “pace disarmata e disarmante” e nel Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace del 2026 ha ribadito che la pace nasce dal dialogo, dalla diplomazia e dal disarmo, non dall’accumulo delle armi. Ha anche denunciato gli enormi interessi economici che alimentano la corsa agli armamenti.
Eppure una parte importante della politica europea, compresa una parte consistente del centrosinistra italiano, sostiene oggi la strategia opposta. È una contraddizione che colpisce soprattutto gli eredi della tradizione cattolico-democratica, che sembrano ignorare il magistero della Chiesa sul tema che i due pontefici considerano decisivo.
Nessuno mette in discussione il diritto dell’Ucraina a difendersi dall’aggressione russa. La domanda è un’altra: quale strategia aumenta davvero le probabilità di arrivare alla pace? Continuare ad aumentare gli arsenali oppure investire nella diplomazia? Francesco e Leone indicano chiaramente la seconda strada; l’Europa sembra avere scelto la prima.
Nel frattempo continuiamo a sentirci ripetere che la transizione ecologica sarebbe economicamente insostenibile. È una tesi curiosa. Per la Cina si sta rivelando un enorme vantaggio competitivo, mentre noi insistiamo soprattutto sui costi. Ancora più curioso è che i soldi non ci sono quando si parla di ambiente, scuola, ricerca o sanità, ma ricompaiono quando si tratta di aumentare le spese militari. Per il benessere i soldi non bastano mai; per il guerressere si trovano sempre.
Qualcuno propone di consultare gli elettori. Mi sembra una buona idea, ma spesso le risposte dipendono dalle domande. Se si chiede: “L’Europa deve essere in grado di difendersi da una possibile aggressione?“, è probabile che la maggioranza risponda di sì. Ma non è la stessa domanda di: “Ritenete prioritario aumentare le spese militari anche se questo comporta una riduzione delle risorse disponibili per la sanità, la scuola, la ricerca e la transizione ecologica?”. E non è la stessa domanda di: “Per costruire una pace duratura ritenete più efficace investire soprattutto nel riarmo oppure nella diplomazia?”.
Le domande orientano inevitabilmente le risposte. Per questo una consultazione seria non dovrebbe chiedere soltanto chi debba guidare la coalizione che dovrebbe essere di sinistra, ma quale progetto di società gli elettori intendano sostenere.
Le domande potrebbero essere molto semplici.
La priorità degli investimenti europei deve essere la transizione ecologica oppure il riarmo?
L’Italia deve puntare sul nucleare oppure sulle fonti rinnovabili?
La sicurezza dell’Europa si costruisce aumentando gli arsenali oppure rafforzando gli strumenti della diplomazia?
Solo dopo avere chiarito il programma avrebbe senso scegliere il leader. Perché, in fondo, la domanda è sempre la stessa. Ottant’anni fa era “burro o cannoni?”. Oggi possiamo chiamarla “benessere o guerressere?”. Cambiano le parole, ma la scelta rimane identica: decidere se le risorse della collettività debbano essere destinate principalmente a migliorare la vita delle persone oppure a prepararsi alla guerra.
Richardson e la matematica della guerra: l’Europa sta ripetendo gli errori del 1914?
Renzo Rosso 4 Agosto 2026
Le equazioni di Lewis Fry Richardson (1881–1953), fisico e meteorologo britannico, sulla corsa agli armamenti si avverano ancora: l’Europa ripercorre la strada pre Grande Guerra
Lewis Fry Richardson (1881–1953) è stato un fisico e meteorologo britannico i cui lavori conobbi più di 40 anni fa. Era stato un pioniere del concetto di misura frattale. Con la sua semplice intuizione sulla lunghezza costa della Gran Bretagna —dipende dalla soggettività del righello scelto per misurarla— aprì la strada a una nuova visione della geometria (Fig.1). All’epoca, non badai molto al contributo altrettanto universale che questo scienziato —una carriera complessa e controversa— offrì alla società contemporanea e, soprattutto, ai posteri.
Convertitosi alla ricerca sulla pace, con il libro Arms and Insecurity, Richardson propose una delle prime teorie quantitative sul perché le nazioni si armino le une contro le altre —e sul perché le corse agli armamenti finiscano così spesso in guerra. L’idea centrale sono come sempre i soldi. Richardson rifiuta di considerare la spesa nazionale per la difesa come il prodotto di una sola decisione politica deliberata. In realtà, la spesa militare è il prodotto di un sistema governato da reazioni reciproche, al pari di un processo fisico. Ciò si esprime mediante una coppia di equazioni differenziali lineari, che descrivono come due rivali accrescano i propri armamenti nel tempo.
Due coefficienti di difesa misurano quanto intensamente ogni Stato reagisce all’altro: “Le tue armi mi spaventano, perciò ne costruisco altre”. I coefficienti di moderazione rappresentano la resistenza economica e sociale che tende a ridurre la spesa. Due costanti colgono i risentimenti di fondo o la buona volontà —una ostilità permanente o una residua amicizia indipendente dagli armamenti attuali.
Il comportamento del sistema dipende dall’equilibrio tra sospetto reciproco e moderazione interna. Richardson dimostrò che
– se la moderazione supera la reazione, il sistema converge verso un equilibrio stabile —un livello di armamenti finito e tollerabile;
– se la paura reciproca supera la moderazione, il sistema diventa instabile: gli armamenti crescono senza limite in una corsa autoalimentata, tendendo alla guerra.
Il riarmo, una volta che la paura reciproca prevale sui freni economici e politici, non è un fattore di auto-correzione ma di auto-accelerazione. Ogni potenziamento difensivo viene interpretato dall’avversario come una minaccia, provocando un contro-potenziamento in un circolo vizioso in escalation.
La verifica empirica di Richardson mise alla prova le equazioni con i dati reali. Il caso più significativo: il riarmo franco-tedesco-russo prima della Grande Guerra (1909–1914). L’accordo fu sorprendentemente buono: la somma dei bilanci della difesa crebbe secondo lo schema esplosivo previsto dal suo caso instabile (Fig.2).

In un acuto e ricchissimo saggio sulle origini della Grande Guerra (The sleepwalkers, London: Allen Lane. In Italiano: I Sonnambuli, come l’Europa arrivò alla Grande Guerra), lo storico anglo-australiano Christopher Clark svela una quantità di sinistre somiglianze tra le dinamiche e le debolezze odierne della Unione Europea e quelle che percorrevano l’Europa alla vigilia dell’attentato di Sarajevo, l’evento apparentemente scatenante. Se i potenti dell’epoca erano sonnambuli, i governanti di oggi appiano patetici zombi.
Il messaggio di Richardson è tanto inquietante quanto costruttivo. La guerra può emergere da una dinamica impersonale in cui nessun singolo attore decide il conflitto —la guerra scaturisce dalla struttura stessa della interazione. Ridurre i risentimenti e rafforzare la moderazione può riportare un sistema instabile verso la stabilità. L’aritmetica dell’insicurezza, una volta compresa, potrebbe anche essere domata.
L’opera di Richardson contribuì a fondare la moderna scienza della pace e dei conflitti. E spiega in modo esemplare come la propaganda ufficiale europea degli ultimi cinque anni abbia cercato in tutti i modi di alimentare i risentimenti di fondo, focalizzando la gente sui fattori di difesa e reazione. Von der Leyen, Kallas, Metsola —in perfetto accordo con tutti i governi nazionali— hanno oltremodo rafforzato l’aritmetica della insicurezza.
Tuttora attuale, la visione scientifica di Richardson aiuta a capire i meccanismi che oggi potrebbero condurre alla catastrofe. Le differenze del sistema non sono poche, però. La resistenza economica si è trasformata in forzante bellica. Da fattore di moderazione a fattore reattivo. Quando l’economia è una espressione diretta del finanzcapitalismo, “Iustum est bellum quibus necessarium” (È giusta la guerra per coloro ai quali è necessaria, Tito Livio, Ab urbe condita, libro IX, paragrafo 1). Per chi la guerra è oggi necessaria? Perché?
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